#ProgrammaBeniCulturali – Per un nuovo mecenatismo

di Cecilia Ghibaudi, storico dell’arte e soprintendenza BSAE e Pinacoteca di Brera Milano

Lo Stato italiano, si sa, possiede un’enorme quantità di opere d’arte, più di qualsiasi altra nazione, non solo europea. Diffuse su tutto il territorio, nei musei, nelle chiese, nei più piccoli borghi, negli archivi, nelle fototeche, è chiaro che non può, da solo, tutelare questo patrimonio. Ha bisogno di un finanziamento, anche privato. I finanziamenti privati possono essere di due tipi: sponsorizzazioni o opera di mecenatismo.

Le sponsorizzazioni sono la strada caldamente raccomandata dal legislatore nella circolare del 9 giugno 2016 in cui si auspica il potenziamento di un auspicabile sempre maggior utilizzo della sponsorizzazione. Quindi lo Stato preferisce questo tipo di intervento. Come può essere? Può essere o richiesto dalle istituzioni statali o può essere offerto da privati: sia persone fisiche, sia enti o banche. Se è offerto dai privati, questi possono, come dice la circolare: “si ammette l’iniziativa dello sponsor a prescindere da atti di programmazione o preparatori dell’amministrazione”. Quindi vuol dire che è lo sponsor a decidere che cosa far restaurare, in che modo, quale finanziamento e quali operatori scegliere.

Naturalmente questo è sottoposto all’approvazione e all’autorizzazione statale ma è un’autorizzazione, come dire, in cui la legge interviene perché precisa che il rifiuto di una contribuzione a favore dell’amministrazione deve essere più che congruamente motivato su solide e inattaccabili ragioni oggettive, pena il rischio di responsabilità anche erariale a carico dei funzionari responsabili del procedimento e del titolare dell’organo cui compete tale decisione. Questo significa che nessun funzionario rifiuterà mai una sponsorizzazione, se non in casi gravissimi, altrimenti rischia di dover rifondere lo Stato di tasca propria. Se è l’istituzione a richiedere la sponsorizzazione, proponendo un progetto, è chiaro che deve proporre opere di grande appeal per il pubblico, opere conosciute, perché nessuno sponsor accetterà di finanziare un archivio di montagna, paramenti sacri delle chiese delle valli, fototeche, che sono conservati in luoghi chiusi proprio per proteggerli dalla luce e dagli agenti atmosferici.

L’altro tipo di finanziamento è l’Art bonus in cui un privato, sia esso una persona fisica, un ente o una banca, può erogare del danaro a favore della tutela delle opere d’arte. In questo caso si tratta di un atto di mecenatismo in cui il privato non ha scopo di lucro ma può semplicemente detrarre dalle tasse una parte della somma concessa. Nonostante ciò, il problema della sponsorizzazione è molto grave perché rischia di concedere ai privati un ruolo che spetta allo Stato, rischia di trasformare i nostri musei in una specie di luna park dove tutto è possibile purché arrivino dei finanziamenti alle istituzioni pubbliche. Si deve tornare a una programmazione, a una tutela programmata, in modo da concertare con gli sponsor quali interventi, come, dove e con chi. La sponsorizzazione al finanziamento è auspicabile ma bisogna vedere come viene attuato. Purtroppo, in Italia, questo è molto difficile. L’Italia, come diceva Longanesi già nel ’55, alla manutenzione preferisce l’inaugurazione. È esattamente questo che non si vuole. Si vuole tornare a musei che siano luoghi di ricerca, di studio, messi a disposizione del pubblico e della cittadinanza italiana.

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