#ProgrammaBeniCulturali – I servizi aggiuntivi

di Salvatore Settis, Accademico dei Lincei

Oggi si parla molto di musei, e l’informazione che circola non sempre è accurata. In particolare molto confusione si fa quando si parla dei cosiddetti servizi aggiuntivi. Cosa sono? Una cosa molto semplice: quelli al pubblico. E allora perché sono aggiuntivi? Oggi includono una gamma molta vasta, come per esempio il bar, il ristorante, ma anche cose più complicate, come fare una mostra, un catalogo del museo. Questo viene considerato a volte un servizio aggiuntivo. Mentre aggiuntivo non è, perché se un museo non fa il catalogo delle collezioni, se un museo non fa delle mostre, che museo è? E allora non dovrebbe essere un servizio aggiuntivo ma essenziale.

Allora come è nata questa confusione tra aggiuntivo e essenziale? Facciamo un passo indietro, un po’ di storia. La storia comincia con il momento in cui i musei sono nati, i musei sono un’istituzione molto recenti, relativamente recente, hanno più o meno 200 anni. Sono nati in Italia, poi si sono diffusi in tutto il mondo, non c’erano prima. Sono nati come un’istituzione d’élite, per persone molto colte. I musei, anche i più grandi, come gli Uffizi avevano pochissimi visitatori fino a 50 anni fa. Poi gradualmente tutto questo è cambiato moltissimo, per delle ragioni che non si possono ricordare qui.

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Il pubblico dei musei è cambiato, è arrivato un pubblico molto grande, le masse del pubblico, che oggi rendono difficile entrare in certi musei. In Italia in particolare negli Uffizi o i musei Vaticani, dove ci sono delle sterminate file per poter entrare. Questa fruizione di massa del museo ha creato una serie di problemi in tutto il mondo. A questi problemi è stato posto rimedio in vario modo, da vari Paesi e con varie velocità. Ed è qui che l’Italia è rimasta indietro.

Quando questo movimento di massa è successo in altri Paesi, in particolare negli Stati Uniti, almeno nei musei più grandi. Ma anche in Gran Bretagna, al British Museum, National Gallery di Londra o al Louvre di Parigi, nei grandi musei tedeschi a partire dagli anni ’80, o anche in altri musei d’importanti Paesi del mondo, alcune cose si sono verificate. Cioè questi musei hanno cominciato, in funzione di questo pubblico, ad aprire dei bar, dei ristoranti, delle librerie. Cioè a fare dei servizi in più. L’Italia è rimasta molto indietro.

Ecco perché negli anni ’90 si è cominciato a parlare di questa necessità di rimediare a questa diversa velocità. Al fatto che l’Italia era rimasta indietro. Si è cominciato a dire: ma come mei dal confronto internazionale, se uno va alla National Gallery di Londra può prendere un caffè, mangiare qualcosa, comprare un libro, e se uno va agli Uffizi no? E magari il libro sugli Uffizi lo deve pagare su una bancarella subito fuori. Il caffè lo può prendere subito fuori e non dentro.

E così che è nata la prima legge italiana sui servizi aggiuntivi, che è la legge Ronchei, l’allora ministro dei beni culturali. Un giornalista che è stato ministro per un breve periodo, e nel ’93 fece la prima legge sui servizi aggiuntivi. E allora è stata salutata da molti come una legge positiva, per recuperare il tempo perduto per non lasciare l’Italia indietro si è fatto in modo che in qualche maniera queste cose che non c’erano venissero rapidissimamente fatte, magari con delle concessioni dei privati.

Questa norma è stata poi cambiata ed è stata riversata nelle legge fondamentale sui beni culturali, che è il codice dei beni culturali del 2004. Un codice dei beni culturali che è stato poi modificato due volte nel 2006, nel 2008, una storia che conosco bene perché queste due modifiche sono state fatte da commissioni che erano presiedute da me. Sia con un governo di centrodestra sia con uno di centrosinistra. Quindi ho potuto seguire da vicino queste norme.

Che cosa succede nel codice dei beni culturali? Quando è stato fatto ha dovuto misurarsi con una distinzione che era stata introdotto nelle leggi ma anche nella costituzione, nella modifica del titolo V nel 2001, distinzione tra tutela e valorizzazione. La tutela del paesaggio e del patrimonio artistico della nazione è scritta nell’articolo 9 della costituzione e questo dal principio. Dal 2001 in poi nella costituzione c’è scritta anche la valorizzazione come qualcosa di distinto dalla tutela, e di assegnato tendenzialmente alle regioni.

Distinzione sbagliata, perché la tutela e la valorizzazione non possono se non essere due aspetti di un processo unico, lo sono in tutti i Paesi del mondo. Non si capisce perché non debbano esserlo da noi. Però questa distinzione, per delle ragioni politiche di spartizione dei poteri tra Stato e regioni si sono insediate nella costituzione. E il codice dei beni culturali non poteva fare a meno di tenerne conto.

Ecco che si è creato all’interno del codice un gruppo dia articoli che riguardano la tutela e un gruppo che riguardano la valorizzazione. In questo gruppo di articoli sulla valorizzazione c’è anche l’articolo 115 del codice dei beni culturali che parla delle attività di valorizzazione dei beni culturali di appartenenza pubblica. E dice che possono essere gestiti in forma diretta, direttamente dall’amministrazione dei beni culturali, o in forma indiretta. Cioè cedute ai privati.
Questa è la norma fondamentale e questo è quello che crea sui servizi aggiuntivi, si applica anche ai servizi aggiuntivi di cui all’articolo 117 e crea la confusione di cui parlavamo al principio. Perché uno dice: si può fare in forma diretta o indiretta, ma come si fa a scegliere? Se lo devono fare gli Uffizi oppure devono incaricare una ditta privata. E questo vale per tutti i musei d’Italia.

In realtà il codice da un criterio, la scelta dev’essere fatta da ciascuno degli istituti sulla base di criteri di maggiore efficienza economica. Cioè gestito dall’amministrazione se conviene, gestito dai privati se conviene al pubblico. La realtà è molto diversa, i privati operano solo quando hanno un introito, o conviene a loro. Ma se conviene a loro, come mai non lo fa la pubblica amministrazione a cui potrebbe convenire avere gli stessi introiti? Di fatto quello che sta succedendo è che i privati operano non come aggiuntivi, ma come sostitutivi di uno Stato che nel frattempo è in ritirata.
E guardiamo per capirlo meglio cosa sono questi servizi aggiuntivi. L’articolo 117 li elenca. Ci sono vari punti che sono accettabili: caffetteria è accettabile. Non si capisce perché un direttore di un museo dovrebbe gestire un caffè o un ristorante. Però la lettera G, che parla di organizzazione delle mostre, questo è inaccettabile, perché fare mostre è il core business di un museo. Non si può accettare che un museo appalti le mostre a dei privati Il Louvre non ci penserebbe mai. Non si capisce perché lo debbano fare i nostri musei.

Per analizzare il codice, il ministro Brai, brevemente con il governo Letta, aveva nominato una commissione presieduta da me, che doveva mettere mano al codice. E una delle proposte di questa commissione era cancellare le mostre da questa lista. Ma che cos’è dunque il core business di un museo? Tanto per cominciare ricerca, le mostre, occupare la didattica, occuparsi di organizzare la fruizione più in generale. La piattaforma comune a tutela della valorizzazione e fruizione dev’essere sempre la conoscenza.

Invece, tutto questo con la divisione tra pubblico e privato rischia di essere sempre più debole. gli effetti pratici quali sono stati? La privatizzazione dei servizi aggiuntivi è servita ai governi come un alibi, una foglia di fico per ridurre l’efficienza della pubblica amministrazione, tanto arrivano i privati. Per giustificare il blocco delle assunzioni, non c’è bisogno di assumere dei giovani bravi, tanto arrivano i privati. I 500 assunti recentemente o in via di assunzione da parte di Franceschini sono meno di un decimo del fabbisogno. Quindi Franceschini ha fatto benissimo, però dobbiamo essere consapevoli che sono pochi. Mentre nel solo arco di tempo del concorso ne sono andati in pensione più di 1000. Quindi è una toppa su un cappotto pieno di buchi. È servito a legittimare forme di precariato sotto retribuito, e anche forme di volontariato addirittura non retribuito. Ci sono migliaia di giovani molto bravi laureati in beni culturali e archeologia che non trovano lavoro. È servito a rimandare sine die una definizione delle professionalità dei beni culturali che fino ad oggi manca. È servita questa privatizzazione dei servizi aggiuntivi ad accreditare una visione riduttiva della tutela con una funzione veramente passiva. Come se chi fa tutela fosse una specie di carabiniere che sta accanto al monumento e sorveglia che non arrivi qualcuno a metterci una bomba sotto.

La tutela non è questo, vuol dire conoscenza, non in funzione della storia dell’arte, dell’archeologia o della professionalità o dell’insegnamento, ma in funzione del pubblico. In funzione del cittadino, perché l’articolo 9 della costituzione quando prescrive la tutela, la prescrive in funzione di una fruizione da parte del cittadino che è uno strumento essenziale di democrazia, attraverso la conoscenza del proprio patrimonio il cittadino italiano o straniero a cui capita di essere in Italia temporaneamente o a lungo, prende coscienza di se stesso. Questo è uno strumento essenziale della democrazia.

Che cosa ci vuole dunque? Ci vuole una conoscenza dinamica e attiva mirata alla fruizione, che parte dalla tutela e attraverso la valorizzazione mira alla fruizione, per una nuova politica sarebbero necessarie due mosse simultanee: la prima è la gestione dei servizi aggiuntivi, che aggiuntivi non sono, cioè mostre e servizi di didattica, cataloghi ecc…, non da parte dei privati ma della pubblica amministrazione. E simultaneamente un’accurata politica, dalla quale siamo molto lontani purtroppo, di formazione del personale specializzato. Di definizione delle professionalità e insieme le necessarie e massicce assunzioni. Abbiamo bisogno di alcune migliaia di nuove assunzioni nel campo dell’archeologia e dei beni culturali, assunzioni che devono essere fatte in base alla competenza, in base al merito, in base all’esperienza. Se queste due cose si facessero, e dovrebbero essere fatte in serie, allora veramente potremmo dire in un futuro che spero non lontano, che l’articolo 9 della costituzione sarà stato attuato.

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