Vietato andare in bagno: operai come bestie nelle fabbriche lager
Vietato andare in bagno: operai come bestie nelle fabbriche lager

Vietato andare in bagno: operai come bestie nelle fabbriche lager

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Il pollo al cloro a basso costo, che con il TTIP arriverà nelle tavole degli italiani dagli USA, è prodotto da operai che per massimizzare il profitto sono costretti a lavorare con il pannolino e a fare i loro bisogni letteralmente sul posto di lavoro per non perdere tempo.

di Daniele Zaccaria, da Il Dubbio

Costretti a lavorare con il pannolino per non farsela addosso, dieci ore consecutive alla catena di montaggio circondati dal sangue e dagli escrementi animali sotto lo sguardo arcigno dei superiori: “Provate ad andare in bagno e vi spediamo subito alle risorse umane!“.
Sembra la descrizione di una fabbrica di schiavi di un paese del terzo mondo o un’immagine della prima rivoluzione industriale. Invece è la vita quotidiana per migliaia di lavoratori negli allevamenti di polli negli Stati Uniti, prima potenza economica del pianeta. Condizioni disumane e degradanti messe a fuoco in un’inchiesta condotta dall’Ong Oxfam e poi ripresa dal Washington Post.

La concorrenza sempre più accanita in un settore di consumo di massa come quello del pollame che impiega 250mila persone spinge le imprese a esasperare i ritmi produttivi e di conseguenza a violare sistematicamente i diritti di chi lavora. L’obiettivo è sfornare cosce, petti, ali di pollo o simil-pollo che verranno poi rivenduti a prezzi popolari alle migliaia di catene di fast food che campeggiano sul territorio americano.

Il rapporto si basa su centinaia di interviste realizzate con operai e impiegati degli allevamenti-mattatoi di Perdue, Tyson Foods, Pilgrim’s e Sanderson Farms: «In molte fabbriche andare a fare la pipì è diventato praticamente impossibile», denuncia Oxfam precisando che molti manager raccomandano di bere e mangiare il minimo indispensabile: «Gli operai limitano il consumo di cibo e bevande a livelli pericolosi per la salute». Dove è consentita la pausa pipì si formano code di un quarto d’ora che alla fine scoraggiano i lavoratori che sono costretti a camminare lentamente su un pavimento scivoloso ricoperto di sangue e di residui organici. In uno stabilimento dell’Alabama interrompere il lavoro qualche minuto per soddisfare un’esigenza fisiologica è consentito solo tramite un’autorizzazione scritta della direzione e chi sgarra viene rimandato a casa senza complimenti o ingiusta causa che tenga. Così sono sempre più frequenti episodi umilianti, uomini e donne che preferiscono urinare e defecare nei pantaloni che rischiare di perdere il posto di lavoro: «Ormai sono obbligata a indossare dei Pampers e con me tanti altri compagni di lavoro», racconta un’impiegata. La fotografia Oxfan è in tal senso impietosa: «Negli allevamenti di pollame gli operai hanno dei salari più bassi della media ma sono più esposti a incidenti e malattie che in altri settori, lavorano in condizioni indegne e in un clima di paura». E dire che negli ultimi anni l’industria della produzione e distribuzione del pollame negli Stati Uniti è in forte crescita come lo sono i profitti delle imprese.

Debbie Berkowitz, esponente del National Employement Law Project, un istituto che si batte per la sicurezza sui luoghi di lavoro ha visto con i suoi occhi quel che accade in quelle fabbriche-lager: «Gli operai si tengono spalla contro spalla a ogni lato della catena di produzione, coltello e forbici nelle mani, trascorrono il tempo in un ambiente freddo, umido, rumoroso e insalubre, tra sangue ed escrementi tagliano, disossano, confezionano il pollo, un gesto che sono costretti a ripetere migliaia e migliaia di volte ogni giorno. Una fabbrica media produce 180mila polli al giorno, un operaio ne manipola 40 ogni minuto».
Non è la prima volta che vengono puntati i riflettori sugli alienanti sistemi di produzione dell’industria del pollame negli Stati Uniti. Nel 2013 il Southern Poverty Law Center aveva calcolato che negli allevamenti intensivi dell’Alabama l’80% degli operai non aveva diritto alla pausa pipì, una percentuale che saliva al 86% in Minesota dove in media gli impiegati riescono ad andare al bagno una o due volte a settimana. Se i portavoce di Perdue negano che nei loro centri di produzione sia vietato andare in bagno anche perché sarebbe una violazione del codice del lavoro americano, la Tyson Food ammette che potrebbero esserci delle «disfunzioni», aggiungendo che condurrà un’inchiesta interna per sapere se i manager rispettano le regole in tutte le filiali.

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FONTE : Blog di Beppe Grillo