Una società più al femminile
Una società più al femminile

Una società più al femminile

di Dafni Ruscetta

imagesLe donne nel nostro paese sono ancora una risorsa ampiamente sottoutilizzata, per certi versi ‘sprecata’. Me ne sono convinto ancor di più leggendo uno stimolante saggio di Alessandro Rosina dal titolo ‘L’Italia che non cresce. Gli alibi di un paese immobile’.
Il tasso di occupazione femminile tra gli under 30, infatti, è del 35,4% contro il 48,4% degli uomini (Istat, 2010). Il dato è aggravato dal fatto che in Italia non si fanno più figli, con conseguente invecchiamento della popolazione e ripercussioni su tutto il sistema socio-economico del paese, che si trova in condizioni di minore produttività e crescente fabbisogno della spesa pubblica soprattutto nel settore socio-assistenziale e sanitario. L’Italia, ormai, fa persino meno figli della Cina, che arriva da decenni di strategie di contenimento delle nascite (la cd politica del ‘figlio unico’). Questa è indubbiamente la conseguenza anche della carenza di politiche di servizi per l’infanzia, che riduce l’apporto femminile nel mondo del lavoro.
Basti pensare che ancora oggi il nostro Paese investe appena l’1,3% del proprio PIL nella famiglia, contro una media europea del 2,1%. Una tale inadeguatezza del sistema del welfare italiano ha contribuito alla formazione spontanea di un welfare parallelo e informale, in cui le donne sono state le attrici principali e spesso vincolate nel loro ruolo di cura. Qui l’analisi di Rosina si fa più ‘antropologica’ e acuta, arrivando a riconoscere le concause di una tale situazione nelle caratteristiche culturali del nostro paese. La presenza di obbligazioni e solidarietà familiali e parentali estese (peraltro elementi comuni a diversi altri paesi mediterranei che condividono simili condizioni socio-economiche), infatti, avrebbe agito come ostacolo allo sviluppo del valore civico di fiducia nelle istituzioni pubbliche. In altre parole, la tendenza a occuparsi solo degli interessi del proprio nucleo domestico (ciò che viene definito ‘familismo‘) anziché del bene collettivo, genererebbe un senso di diffidenza nelle istituzioni e, di conseguenza, una maggiore propensione al voler fare il più possibile da soli. Ovviamente si sta parlando solo di una ‘degenerazione’ del fenomeno del familismo, che di per sé non sarebbe un tratto negativo.
Dunque, ricapitolando: carenza di servizi pubblici adeguati per le famiglie ed ‘antropologica’ sfiducia rispetto a ciò che sta al di fuori della sfera familiare, avrebbero fatto in modo che il sistema Italia non funzionasse al meglio delle sue potenzialità, con un capitale umano – per lo più costituito da donne – spesso inutilizzato.
Come si risolve questo paradosso allora, se non attraverso un rinnovato atteggiamento culturale – siamo nel terreno dell’educazione – e una visione strategica a favore delle politiche per la famiglia (questo è invece il campo della politica)? Il tutto richiederebbe allora, da una parte, una politica più seria e credibile nella quale recuperare il senso di fiducia e, dall’altra, una seria programmazione di nuovi investimenti – non da intendere banalmente come costi – a favore della natalità e delle famiglie. Pertanto uno Stato sociale che consenta ai legami familiari di continuare a svolgere la loro funzione strategica di aiuto, affiancati però da un maggior sviluppo dei servizi pubblici legati all’infanzia, ma anche da un riequilibrio dei rapporti di genere (questo è l’aspetto culturale), favorendo negli uomini la maturazione di un modello di genere più simmetrico di condivisione degli impegni e della cura domestici. Questa sarebbe la vera rivoluzione culturale di cui avrebbe bisogno il nostro paese, che consentirebbe di sviluppare una paternità più aperta, agevolando la sfera maschile ad arricchirsi oltre i retaggi della mentalità patriarcale.
Le cosiddette ‘quote rosa’ sarebbero uno strumento di accelerazione di questo processo, verso una civile battaglia di diritti a favore di un’intera comunità.

di Dafni Ruscetta



FONTE : Movimento 5 Stelle Cagliari