Stiamo lottando affinché dell’enorme sofferenza dell’emigrazione di massa se ne prenda cura l’intero continente, l’Europa, non solo l’Italia.

di Dario De Falco
Ho letto tante cose e ricevuto tanti messaggi. Dirò quello che sento. Non abbiamo mai abbandonato nessuno, non è nella nostra storia e cultura di italiani. Stiamo lottando affinché dell’enorme sofferenza dell’emigrazione di massa se ne prenda cura l’intero continente, l’Europa, non solo l’Italia. Per garantire accoglienza e risposte migliori. Per aiutarare le regioni da cui migliaia di persone sono costrette a scappare per la fame e per la paura.
Ieri Malta si è girata dall’altra parte e la Spagna ha risposto positivamente. Finalmente un segnale di vicinanaza e solidarietà. Spero davvero che un sussulto d’orgoglio europeo, cristiano, possa arrivare anche dagli altri 26 stati dell’Unione che si nascondono dietro l’Italia, la prima della classe. Se l’Europa non è caratterizzata da solidarietà e responsabilità diffusa tra gli stati, allora è un grattacielo senza fondamenta. Le belle parole e le belle intenzioni degli altri paesi sono state puntualmente disattese. Se continuiamo a stare zitti per paura di essere tacciati di fascismo, non riusciremo mai a dare risposte più importanti e concrete che richiedono necessariamente sforzi comuni e che vanno ben oltre la gestione dell’emergenza umanitaria. Queste risposte passano dalla collaborazione di tutti nella gestione dell’emergenza e dell’accoglienza, ma passano soprattutto da interventi comuni per rimuovere le cause che determinano la fuga da particolari regioni. Chi come l’Italia ha sempre fatto il suo dovere e oggi lancia un grido di aiuto per dare risposte più concrete al dramma dell’immigrazione, non dovrebbe essere attaccata ma difesa. Tutti noi, tutti i cittadini italiani dovrebbero fare corpo unico. Invece, come accade spesso, ci dividiamo in fazioni contrapposte che non si incontrano per paura di perdere la propria identità, le proprie sicurezze o il proprio senso di umanità. Solo se avremo il coraggio di abbandonare le nostre zone di comfort riusciremo a guardare limpidamente a tutto quello che non va bene, a ciò che va migliorato nell’interesse della qualità della vita degli esseri umani e della convivenza civile. Uno stato non potrà mai dirsi civile se pur accogliendo tutti gli sventurati non riuscirà a garantire loro le condizioni minime di sopravvivenza e dignità. Allo Stato italiano, senza alibi e senza paure, tocca fare lo Stato e compiere tutti gli sforzi per sollevare e affrontare questo immane esodo in sede internazionale, affinché si utilizzino tutti i mezzi, le risorse e le strategie possibili per creare condizioni di vita dove non ci sono più speranze. In questa battaglia per la vita non c’è spazio per posizioni di intolleranza o di accoglienza approssimata. In ballo c’è la vita umana e su questa non accetto lezioni e sermoni da nessuno. Autocritica e frequenti bagni di umiltà non ci farebbero male. Ammettere che il nostro Paese non riesce più a gestire l’immigrazione e a garantire la dignità che merita ogni essere umano è il primo passo per un cambiamento di paradigma che forse responsabilizzerebbe finalmente ogni altro paese europeo nelle politiche comuni di sviluppo e sicurezza delle regioni povere. Io sono fiducioso.

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