REFERENDUM 17 APRILE: CONTRO LE TRIVELLAZIONI IN MARE IL M5S VOTA SI
REFERENDUM 17 APRILE: CONTRO LE TRIVELLAZIONI IN MARE IL M5S VOTA SI

REFERENDUM 17 APRILE: CONTRO LE TRIVELLAZIONI IN MARE IL M5S VOTA SI

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Sembra incredibile che un appuntamento referendario come quello sulle trivelle, sino ad oggi snobbato dai media e fuori dal dibattito a livello nazionale, cominci a far notizia grazie ai promotori dell’astensionismo e del “io voto no”.

Troviamo sconcertante che la linea ufficiale del partito che guida il Governo del Paese sia di invitare i cittadini a disertare le urne e ad astenersi dall’esercitare il proprio diritto di voto, senza contare la volontà di non accorparlo alle amministrative, con l’intento di far mancare il quorum e con il conseguente spreco di 360 milioni di euro.

Ci preoccupa il fatto che anche a livello locale i sostenitori del NO stiano propinando le loro motivazioni con dei dati sbagliati o approssimativi, contribuendo alla disinformazione ed alla distorsione dei fatti.

Cogliamo l’occasione per fornire alcune precisazioni:

Il Referendum concerne solo le piattaforme entro le 12 miglia marine.

Originariamente erano sei i quesiti dichiarati ammissibili dalla Corte Costituzionale, ne è rimasto in piedi uno solo, poiché le richieste relative a cinque quesiti sono già state soddisfatte da alcuni emendamenti alla Legge di Stabilità 2016.

Agli Italiani si chiede, relativamente alla durata delle concessioni per le estrazioni, di abrogare la frase “per la durata di vita utile del giacimento”. Grazie all’approvazione della Legge di Stabilità 2016 la validità di una concessione è ipoteticamente infinita, mentre in precedenza le concessioni di estrazione erano regolamentate in modo tale che la durata massima delle stesse, comprese le proroghe di legge, fosse di 50 anni.

Dismettere gli impianti è un atto di buona volontà.

L’Italia alla conferenza ONU di Parigi ha espresso la volontà di contribuire affinché si limiti il riscaldamento globale, subordinando lo sfruttamento dei combustibili fossili a quello delle fonti rinnovabili, pertanto perché non iniziare con la graduale dismissione dei 135 impianti oggetto del referendum?

Dismettere gli impianti è un atto di amore.

L’ambiente in cui viviamo ha bisogno di essere “alleggerito” dai veleni che lo schiacciano, iniziamo dai nostri mari, dal cuore del Mediterraneo, dove la presenza di catrame pelagico depositato nei fondali ci regala il primato mondiale con una concentrazione di 38 milligrammi per metro cubo.

Il recente rapporto elaborato da Greenpeace sulla base della documentazione ottenuta dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM), con i dati relativi ai piani di monitoraggio effettuati da ISPRA inerenti le piattaforme di estrazione di Gas (di proprietà di ENI attive in Adriatico pari al 25% del totale), ha evidenziato che due terzi delle piattaforme esaminate presentano sedimenti con un inquinamento oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa (metalli pesanti e/o idrocarburi).

Dismettere gli impianti è un atto di civiltà.

L’Italia è un paese ricco di bellezza e tradizione. Siamo disposti a deturpare il nostro patrimonio paesaggistico per favorire gli impianti di estrazione? Come si può pensare che la realizzazione di un impianto al largo delle Isole Tremiti (evento al momento scongiurato solo perché la società petrolifera ha rinunciato al permesso di ricerca), non rappresenti un danno per il turismo e per l’ambiente? Alcuni esperti tra cui la prof.ssa D’Orsogna sostengono come la tecnica esplorativa denominata ‘air-gun’ possa rivelarsi dannosa per la fauna ittica, causando lesioni ai pesci quali la perdita dell’udito. Molte specie utilizzano questo senso per sviluppare il proprio ciclo vitale, l’udito permette loro di orientarsi, accoppiarsi e trovare cibo. Alcuni spiaggiamenti, come avvenuto per i sette capodogli morti a Peschici, potrebbero essere dovuti a queste tecniche.

Si può rinunciare, in termini economici, ad estrarre il petrolio ed il gas degli impianti interessati? Assolutamente SI.

Stiamo parlando di rinunciare a meno dell’1% del fabbisogno nazionale di petrolio, peraltro di scarsissima qualità a causa dell’alta concentrazione di solfuri, e del 3% di gas. Per inciso la percentuale di tutto il gas e di tutto petrolio estratti in Italia, in impianti di terra e mare, copre rispettivamente il 11,8% e 10,3% del fabbisogno nazionale.

Possiamo essere indipendenti energeticamente, ma solo investendo in efficienza e fonti rinnovabili: un miliardo di Euro investito in energie fossili crea 700 posti di lavoro, lo stesso miliardo investito in fonti rinnovabili ed efficientamento energetico ne produce 17.000.

Il MoVimento 5 Stelle di Arezzo chiede di votare SI al referendum del 17 aprile, insieme alle associazioni ambientaliste e ai liberi cittadini che sostengono questa battaglia, in un momento di democrazia dove ognuno di noi sceglie per il proprio futuro.

Massimo Ricci e Paolo Lepri, Gruppo consiliare MoVimento 5 Stelle Arezzo



FONTE : Movimento 5 Stelle Arezzo