#ProgrammaSicurezza – La sicurezza partecipata
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#ProgrammaSicurezza – La sicurezza partecipata

di Umberto Saccone

In Italia, dopo la riforma del titolo V della Costituzione varata nel 2001, la materia dell’«ordine pubblico e sicurezza» rimane nelle prerogative esclusive statali (legislative ed amministrative), costituendo un “settore riservato” allo Stato; la previsione va interpretata nel senso che l’autorità di pubblica sicurezza, in armonia e attuazione della Costituzione, esercita però le proprie funzioni (secondo quanto stabilito dalla legge 1 aprile 1981, n. 121) «al servizio delle istituzioni democratiche e dei cittadini sollecitandone la collaborazione». Si introduce in questo modo il concetto di sicurezza partecipata che si estende al di là dei fatti penalmente rilevanti, comprendendo tutte le manifestazioni che incidono a vario titolo sulla tranquillità sociale e sulla percezione stessa della sicurezza.

La sicurezza non è imposta dall’alto, ma è un bene di tutta la collettività e, ognuno nell’ambito del ruolo sociale rivestito, può concorrere al suo mantenimento.
Nell’attuale assetto costituzionale, quindi, il riconoscimento delle prerogative esclusive statali in materia di «ordine pubblico e sicurezza» non esclude affatto l’importanza di stabilire per legge statale forme di coordinamento tra centro e periferia; anzi, se pur prima del 2001 si sono avute forme di collaborazione, oggi è la stessa Costituzione, all’art. 118 comma 3, a prevederne la necessità. Si suole parlare a questo riguardo di sicurezza integrata quale strumento attuativo di politiche che vedono integrarsi le competenze esclusive dello Stato in materia di ordine e sicurezza pubblica con quelle riconducibili agli enti locali ed ai privati operanti sul piano della prevenzione, quali governi territoriali di prossimità.

La sicurezza assolve alla duplice funzione repressiva e preventiva ed è nell’ambito di queste due dimensioni che il cittadino partecipa alla produzione di un bene a lungo ritenuto prerogativa esclusiva dello Stato e non ne è più semplice destinatario.

È compito degli enti locali stimolare una simile dinamica partecipativa,
poiché il senso di appartenenza permette di creare legami sociali, in grado di superare la logica della paura; gli enti locali dovrebbero anche suscitare, attraverso un dialogo costante con i cittadini, una responsabilità sociale condivisa del processo decisionale in materia di sicurezza.
Nel campo della prevenzione sociale, la sicurezza partecipata interseca il concetto di sicurezza urbana e ne costituisce l’applicazione operativa, manifestandosi nella produzione di condizioni utili a migliorare la qualità della vita e a garantire il pieno godimento dello spazio urbano.
Si passa infatti da un’organizzazione piramidale in cui gli attori istituzionali si trovano in una sequenza di livelli dal più elevato e centrale a quello più basso e periferico (Ministero dell’Interno – Forze di polizia – cittadini), ad una struttura delle relazioni di natura paritaria, descrivibile attraverso la metafora della rete, di cui ciascuna agenzia costituisce uno snodo.

L’individuo contribuisce così alla sicurezza della propria azienda e dei propri lavoratori e a quella dell’ambiente e del territorio in cui vive, progettando la conformazione dei quartieri, la struttura degli edifici, i caratteri della rete viaria, l’illuminazione delle strade e la distribuzione di telecamere negli spazi pubblici.
Ad esempio, a Los Angeles, modello di smart city, i dati che arrivano dai vari dipartimenti, dal trasporto pubblico alla polizia, fino alla raccolta di rifiuti e ai vigili del fuoco, sono in un solo luogo; la segnalazione di un incidente, l’apertura di un cantiere, il crearsi di un ingorgo, persino una rapina, confluiscono in un sistema che reagisce nell’immediato trasversalmente, agendo sui semafori, inviando percorsi alternativi agli automobilisti con l’app Waze, che in città conta circa due milioni di utenti;
è dunque l’analisi dei dati che porta ad una gestione più efficiente dei servizi e questo accade anche nei progetti di crime mapping, in cui le amministrazioni locali svolgono un’opera di vera e propria mappatura del crimine, in modo da analizzare e identificare le zone urbane maggiormente a rischio, al fine di prevenire fenomeni di criminalità attraverso l’adozione di misure di sicurezza.

Sempre in America, IBM sta applicando l’intelligenza artificiale di Watson ai problemi delle città, aiutando a interpretare le informazioni dette “destrutturate”: ad esempio comprendendo dai video di una camera di sicurezza se nella strada inquadrata c’è traffico o meno o, ancora, se si è aperta una buca; o apprendendo dal contesto che osserva la città specifica e verificare se le soluzioni che si intende adottare per risolvere un dato problema abbiano o meno possibilità di successo.
Le questioni riguardanti la sicurezza affrontate insieme ai cittadini si inseriscono infatti in un contesto che tiene conto delle politiche sociali, giovanili, culturali, urbanistiche, di igiene e di nettezza urbana, che rientrano nell’ambito politico e organizzativo della sicurezza.

Alcuni esempi in tal senso sono rappresentati da molte buone pratiche già in atto in numerosi Comuni, quali la valorizzazione e il rilancio culturale, sociale ed economico di immobili dismessi -pubblici e privati- e di aree urbane abbandonate (vedi il Vecchio macello a Bellaria, sito in un quartiere “a rischio”, per riqualificare il quale il Comune, in partnership con associazioni e scuole, ha coinvolto anche i migranti, rendendolo un luogo di socializzazione e di inclusione sociale).
Ancora, si pensi agli eventi di educazione alla legalità o di sensibilizzazione all’ecologia organizzati per bambini e ragazzi in età scolastica, anche mediante cacce al tesoro e spettacoli teatrali (progetto realizzato nel Comune di Camporosso).
Si considerino inoltre quelle realtà in cui, per prevenire situazioni di degrado legate allo spaccio di stupefacenti, comitati cittadini e associazioni hanno stretto patti con l’Amministrazione al fine di contribuire alla manutenzione di parchi periferici, collaborando a tale scopo con gli operatori della Polizia locale (come è accaduto a Modena).
a Perugia, il progetto Condominio di via ha permesso il ripristino di una strada attraverso piccole opere infrastrutturali (pavimentazione, riverniciatura delle cancellate, sistemazione del verde pubblico) che hanno contribuito a rendere l’area più decorosa e quindi percepita come meno insicura, soprattutto grazie al coinvolgimento dei cittadini residenti che, da protagonisti, hanno visto aumentare il proprio senso di appartenenza ai luoghi, e, di conseguenza, quella forma di controllo informale che nasce dal presidio spontaneo.

Nella medesima ottica di prevenzione dei reati, sarebbe opportuno anche promuovere incontri ed assemblee pubbliche per condividere modelli di monitoraggio informale e coordinato del territorio, ad esempio attraverso corsi finalizzati a fornire una formazione adeguata ai privati, in relazione ai concetti di prevenzione, diritto, dovere, regole, responsabilità, anche grazie all’aiuto di ex poliziotti o ex carabinieri.
In una nuova prospettiva di sicurezza si assiste peraltro alla spinta verso un crescente ruolo dei privati, non solo in veste di attori che operano all’interno di una collettività, ma anche in qualità di imprese private. Da un lato i tagli alla spesa pubblica inducono le amministrazioni centrali e locali a contrarre i servizi prestati ai cittadini e a esternalizzare alcune funzioni, dall’altro lato cresce la domanda di sicurezza privata presso le aziende e il terziario.
Il processo di privatizzazione della sicurezza, tuttavia, porta con sé alcuni effetti che vanno valutati in termini di costi e benefici: in primis dal punto di vista della capacità di garantire il bene comune e in secondo luogo dalla prospettiva delle fasce sociali più svantaggiate.
Quanto al primo aspetto, bisognerebbe valutare se sia il caso di privilegiare un eventuale risparmio economico a svantaggio dell’affidabilità della vigilanza fornita dalle istituzioni pubbliche;
quanto al secondo profilo, la privatizzazione rischia di potenziare le differenze e quindi i conflitti sociali, aggravando quella situazione che si intende invece migliorare: infatti, il pericolo è che solo i soggetti più abbienti siano in grado di ricorrere a forme di sicurezza privata, determinando una situazione di squilibrio a danno dei cittadini economicamente più svantaggiati.
D’altra parte, il coinvolgimento di soggetti privati come le imprese, che per definizione perseguono il profitto, deve implicare un efficace controllo sul loro operato da parte delle Istituzioni.
A questo riguardo, potrebbe rivelarsi proficuo consentire lo scambio di immagini raccolte da sistemi di videosorveglianza privata con le Forze dell’ordine, nonché favorire la circolazione di immagini registrate da sistemi di vigilanza degli edifici pubblici presso i competenti uffici della Polizia di Stato.
In conclusione, la sicurezza partecipata, nelle sue diverse forme, sembra chiaramente evocare, da un lato, il principio di sussidiarietà verticale e la sicurezza urbana – secondo cui la prestazione del servizio deve avvenire al livello più prossimo al cittadino – e, dall’altro, i principi di sussidiarietà orizzontale, di solidarietà (art. 2 Cost.) e di partecipazione (art. 3, comma 2, Cost.).

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