PROGRAMMA DI GOVERNO #M5S: Università e ricerca: il nostro investimento sul futuro

Università e ricerca sono settori strategici per il rilancio culturale, economico e sociale dell’Italia.

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PROGRAMMA UNIVERSITÀ E RICERCA

L’università italiana ed il mondo della ricerca rappresentano un sistema integrato di assoluta importanza per il nostro Paese. Lo sviluppo culturale e scientifico è in grado di produrre una ricchezza di inestimabile valore, non soltanto attraverso la possibilità di formare al meglio le nuove generazioni, ma anche grazie alla nascita di modelli innovativi per la nostra crescita culturale ed economica. Nel corso degli ultimi anni, tuttavia, le scelte incomprensibili da parte dei governi, che hanno continuato a sottrarre risorse al sistema universitario piuttosto che favorire nuovi investimenti, hanno determinato un progressivo e preoccupante allontanamento dell’Italia dagli altri paesi europei ed internazionali, con gravi ripercussioni non soltanto dal punto di vista economico, ma determinando un impoverimento di tutto il sistema della formazione. Oggi, purtroppo, viviamo una situazione di estrema difficoltà, che deve urgentemente essere invertita per consentire una rapida ripartenza. Il nostro Paese oggi è dietro tutti i principali sistemi comunitari, nonostante gli importanti impegni assunti all’interno del programma “Horizon 2020”, per garantire una maggiore crescita della percentuale di laureati, oggi tra le più basse di tutta l’Europa.
Nella sfida globale per il continuo miglioramento dei modelli d’istruzione universitaria e del fondamentale sviluppo dei sistema di ricerca, servono soluzioni che ribaltino questo trend negativo, riportando l’Italia nelle posizioni che le competono.
La visione del Movimento 5 Stelle è quella di un sistema universitario equo, diffuso, sempre più accessibile e in continuo e costruttivo dialogo con la società e il territorio che la circonda. L’università non può continuare a subire la nostra società e i suoi continui cambiamenti, ma deve guidarla e indirizzarla verso uno sviluppo sostenibile e attento ai bisogni dei cittadini, i quali dovranno essere parte attiva di un cambiamento che passa necessariamente dall’accrescimento del sapere e dalla conoscenza di nuovi strumenti che possano essere utilizzati anche per creare e produrre nuova ricchezza, attraverso un miglioramento complessivo di tutto il sistema e non soltanto la sola promozione delle eccellenze. Le università devono rappresentare i centri dello sviluppo culturale ed economico dei nostri territori, invertendo da subito il trend negativo che i nuovi sistemi di finanziamento hanno determinato, con il progressivo sbilanciamento qualitativo degli atenei e, di conseguenza, delle nostre regioni. La ricerca dell’eccellenza non può essere perseguita attraverso un’assurda gara per ottenere ciò che lo stato dovrebbe invece assicurare a tutti gli atenei: un finanziamento adeguato al loro funzionamento.

Università, lavoro, società

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L’introduzione di un nuovo modello che assicuri un reale collegamento tra il sistema universitario e la nostra società rappresenta un punto di svolta fondamentale per consentire al nostro Paese di riprendere il suo cammino. Non è un caso, infatti, se le principali economie comunitarie e mondiali dispongono oggi di sistemi universitari efficienti, i quali hanno consentito a quei Paesi di superare le proprie difficoltà interne attraverso lo sviluppo di modelli formativi e produttivi sempre più solidi. La base scientifica e culturale di un Paese ne determina la sua forza, poiché questa consente la formazione di cittadini migliori e, di conseguenza, assicura loro la possibilità di competere nel mercato globale con gli strumenti necessari a vincere ogni tipo di sfida. La nostra società è in continua evoluzione, e anche l’università deve consentire ai suoi studenti una formazione che fornisca loro tutti gli strumenti necessari per affrontare i cambiamenti che il futuro ci prospetta, tra tutti i cambiamenti dei modelli lavorativi che oggi hanno contribuito a determinare il momento di grave crisi che ci troviamo ad affrontare.
È per queste ragioni che il MoVimento ritiene necessario implementare la terza missione delle università, attraverso l’interazione tra università e gli altri centri della ricerca e del sapere con la società. L’obiettivo primario dovrà garantire lo sviluppo sociale, culturale ed economico del territorio, fornendo le competenze adeguate per affrontare al meglio i continui cambiamenti, introducendo un modello di università che contribuisca a migliorare attraverso i singoli territori. Crediamo in un Paese ad alto valore tecnologico, tale da poter valorizzare le risorse umane e culturali e storiche che l’Italia possiede, e che oggi soffrono l’assenza di una visione. Dagli ultimi dati OCSE appare chiaro come soltanto attraverso lo sviluppo complessivo del suo sistema universitario l’Italia potrà davvero tornare ad essere protagonista. Se infatti la crescita culturale e gli investimenti si concentrano esclusivamente in un determinato territorio saremo sempre limitati da un modello a due velocità, il quale riuscirà a determinare miglioramenti circoscritti a poche realtà. È solo attraverso lo sviluppo nel suo insieme che l’università italiana potrà tornare a crescere al ritmo degli altri paesi europei, i quali da tempo hanno deciso di non limitarsi alla sola ricerca dell’eccellenza, dando invece vita a nuovi modelli capaci di mettere le singole realtà nelle migliori condizioni per dare il proprio contributo alla crescita dell’intero
sistema universitario.

Università e ricerca non devono essere costrette ad inseguire ed adeguarsi al nostro sistema produttivo per assicurare la propria sopravvivenza, soprattutto in un paese come l’Italia strutturato quasi esclusivamente sulle piccole e medie imprese, le quali tradizionalmente non investono sufficientemente in innovazione e ricerca, anche per ragioni strutturali. L’incidenza del sistema di formazione soprattutto terziario e della ricerca, dovrebbe piuttosto supportare il sistema produttivo, e, se possibile riformarlo, in modo da poter sviluppare e incentivare maggiormente produzioni e attività economiche ad alto valore tecnologico nonché sostenibili e di utilità sociali. Formazione e ricerca non dovrebbero, quindi, subire passivamente il sistema produttivo, anche in considerazione dei continui cambiamenti del mondo del lavoro, ma guidare il nostro Paese per vincere le sfide che oggi ci attendono, riportando l’Italia tra i paesi più importanti del panorama internazionale.

Per questi motivi il MoVimento intende:
✔ Introdurre lo svolgimento obbligatorio di stage e attività laboratoriali nei percorsi di studio che attualmente non lo prevedono.
✔ Incentivare il raccordo tra università, centri di ricerca, scuole, enti pubblici e mondo produttivo, anche attraverso il potenziamento di incubatori universitari.
✔ Incentivare la pubblica diffusione e condivisione dei risultati della ricerca elaborata da enti pubblici, tra cui le università, secondo le indicazioni del programma Horizon 2020.
✔ Aumentare e migliorare il coinvolgimento degli atenei nella formazione continua dei cittadini, sempre più importante in un mondo del lavoro in continua e rapida evoluzione, sviluppando i processi di Lifelong learning.
✔ Coinvolgere le università nella riqualificazione e riconversione professionale in itinere dei lavoratori in attesa di impiego che percepiranno il reddito di cittadinanza, anche attraverso il coordinamento con i centri per l’impiego.
✔ Potenziare e sviluppare in maniera strutturale il dottorato industriale.
✔ Revisionare il sistema della formazione tecnica terziaria, anche attraverso una maggiore sinergia tra le università e gli istituti superiori tecnici e professionali.
✔ Riformare il sistema artistico-musicale: assicurare un maggior coordinamento tra i vari livelli d’istruzione (scuole a indirizzo musicale, licei coreutici, artistici e musicali, sistema AFAM), prevedendo una revisione degli istituti AFAM e assicurando il completamento dei processi di statalizzazione degli istituti paritari in sofferenza.

Docenza

Per il rilancio di un paese in crisi come l’Italia è fondamentale investire sulla sua capacità d’innovazione. Garantendo al sistema universitario e al mondo della ricerca, nel suo complesso, un ruolo centrale sarà certamente possibile assicurare una maggiore crescita, soprattutto grazie alle grandi risorse umane di cui il nostro paese è dotato. Per fare ciò è necessario, prima di tutto, avere una classe docente competente, motivata e all’altezza delle aspettative, e che trasmetta il proprio sapere alle nuove generazioni. Sarà necessario introdurre un sistema che garantisca un adeguato ricambio dei professori, riducendo al minimo fisiologico le condizioni di precariato, che sia meritocratico, che non disperda il proprio know-how e, infine, che sia eticamente ineccepibile. Tale cambio di direzione risulta ancora più urgente a causa delle politiche portate avanti negli ultimi decenni, attraverso le quali si è proceduto in senso opposto. I numeri parlano chiaro:

– dal 2008 al 2015 il numero di professori ordinari è diminuito di 6 mila unità passando da circa 19.000 a meno di 13.000 ruoli;
– il numero dei ricercatori si è ridotto da circa 25.500 a 17.500, rimpiazzati, in parte, da 4600 ricercatori a tempo determinato, di cui solo una piccola percentuale potrà proseguire il percorso accademico per diventare professore di ruolo (fonte rapporto Anvur);
– l’età media di accesso al ruolo del ricercatore è alla soglia dei 40 anni, mentre agli inizi degli anni ’90 era intorno ai 33 anni;
– l’età media del ricercatore supera i 46 anni (nel 2013, dati ANVUR) a fronte di una età media che si registrava nel 1990 al di sotto dei 40 anni;

Le ragioni principali che hanno determinare un calo di docenti così corposo sono sostanzialmente due. La prima è la diretta conseguenza di una norma del Governo Berlusconi del 2008, con la quale è stato introdotto il blocco del turn-over, prevedendo che solo il 20% del personale universitario in pensionamento potesse essere rimpiazzato con nuove assunzioni. Nonostante tale disposizione prevedesse una durata temporale limitata nel tempo (fino al 2012), e avesse come unico obiettivo il risparmio delle risorse destinate all’università, la sua validità fu posticipata dai governi successivi. Tale norma, tutt’oggi in vigore, dovrebbe concludersi soltanto nel 2018. La seconda ragione, invece, è determinata dagli effetti distorsivi della legge 240 del 2010, la cosiddetta riforma Gelmini, la quale sancì la definitiva messa ad esaurimento del ruolo del ricercatore a tempo indeterminato, già anticipata con la legge n.230 del 2005, che precarizzò in maniera esasperata questa figura.

L’ultimo atto che rischia di generare il definitivo collasso nel sistema universitario statale, è stata la modifica attuata dal Governo Monti al meccanismo del blocco del turn-over, con l’introduzione del sistema dei punti organico, fortemente penalizzante per gli atenei che si trovano in territori depressi economicamente, e certamente vantaggioso per quelli con sedi in aree geografiche più sviluppate. La conseguenza è ormai facilmente rilevabile: alcuni atenei hanno avuto la possibilità di reclutare personale anche superando la quota del 100% dei pensionamenti, mentre altre università non hanno potuto nemmeno superare il limite del 10% di assunzioni rispetto al personale cessato. Non si può sottovalutare, infine, il meccanismo di reclutamento dei ricercatori e dei professori, il quale troppo spesso è oggi in mano ai gruppi di potere universitari, non presenta caratteri meritocratici, ed è pressoché impermeabile ai professori stranieri; è necessario, quindi, porsi l’obiettivo di creare un sistema di reclutamento che espropri del tutto tali gruppi di potere locali dalla facoltà di determinare ovvero negare l’accesso al ruolo di ricercatore e professore. La cooptazione non sembrerebbe la strada da perseguire, dal momento che in assenza di strumenti efficaci a limitarne gli abusi, arriverebbe a normalizzare un sistema che già oggi, benché in presenza di alcune forme di controllo, non sempre è in grado di garantire la valorizzazione dei suoi elementi migliori.
In questo quadro desolante non è stata mai ipotizzata una riforma che andasse ad incidere sui meccanismi logori e non all’altezza dei tempi del sistema universitario.

Per questi motivi il MoVimento intende:
✔ Riformare il meccanismo di reclutamento, dello status giuridico ed economico dei ricercatori universitari, reintroducendo il ruolo del ricercatore a tempo indeterminato prevedendo l’obbligo di svolgimento di attività didattiche e abrogando la legge 240 sui ricercatori di tipo A e B.
✔ Introdurre un sistema di programmazione statale per garantire una selezione nazionale di ricercatori sulla base delle esigenze didattiche e di ricerca ipotizzate preventivamente dagli atenei.
✔ Istituire un gruppo di esperti e addetti ai lavori che valuti gli effetti ed i tempi necessari all’introduzione del ruolo unico della docenza universitaria.
✔ Modificare il sistema di programmazione del fabbisogno del personale docente e amministrativo e, contestualmente, abolire i punti organico.
✔ Semplificare le figure preruolo della docenza eliminando gli assegni di ricerca e creando un’unica figura di post-dottorato.
✔ Revisionare l’Abilitazione Scientifica Nazionale: introduzione di un meccanismo neutrale e oggettivo con l’accertamento del possesso di predeterminati requisiti; semplificazione attraverso meccanismi che non penalizzino, artificialmente con formule e parametri, gli individui attivi nella ricerca; introduzione tra i criteri necessari a conseguire l’abilitazione, anche le attività della docenza.
✔ Revisione dei settori scientifici disciplinari nell’ottica di una loro semplificazione, adeguamento ai tempi e armonizzazione ai settori della ricerca internazionali.
✔ Introdurre una norma ad hoc sui diritti, doveri e incompatibilità dei docenti universitari con meccanismi che limitino i ruoli professionali extra accademici, quali consulenze, incarichi politici (assessori, presidenze di enti pubblici o partecipati), progettazione, e che introducano controlli efficaci e trasparenti sul regime a tempo definito.
✔ Introdurre un sistema di verifica sullo svolgimento effettivo, da parte del docente, dei compiti didattici quali docenza, servizio agli studenti, anche introducendo un sistema di timbratura obbligatoria e che preveda, in caso di assenza, sanzioni pecuniarie e disciplinari.
✔ Sbloccare gli scatti stipendiali per i docenti.
✔ Riformare il sistema di reclutamento dei docenti eliminando le procedure comparative locali e introducendo un meccanismo nazionale di assegnazione dei docenti sulla base delle necessità preventivamente programmate degli atenei.

Studenti e dottorati

Con l’adesione al programma Horizon 2020 il nostro Paese ha assunto un impegno fondamentale: raggiungere l’obiettivo del 40% di cittadini tra i 30 e i 34 anni in possesso di un titolo universitario, o equivalente, entro i prossimi tre anni. Se gli altri paesi europei possono vantare livelli di assoluta eccellenza per numero di laureati, con 8 Stati che già hanno superato tale soglia, l’Italia ricopre oggi addirittura la penultima posizione di questa particolare classifica, davanti soltanto alla Romania. Nonostante tale situazione il governo non ha fornito risposte adeguate. Dopo anni di continui tagli è grazie alla proposta del MoVimento 5 stelle che l’esecutivo si è visto costretto a cedere alle richieste per l’introduzione di una No tax area, attraverso la quale gli studenti potranno ottenere l’esenzione dal pagamento della tassa di iscrizione universitaria. Questo provvedimento, purtroppo, non è stato accolto così come era stato proposto, con una soglia di reddito maggiore per garantire a più studenti l’esenzione. Attraverso l’estensione di tale beneficio per gli studenti e per le loro famiglie sarà possibile garantire a più cittadini l’iscrizione ai corsi universitari, innalzando, di conseguenza, la soglia dei giovani potenziali laureati italiani.
È evidente come tale innalzamento non soltanto consentirà il raggiungimento di un obiettivo fondamentale, qual è l’aumento del numero di laureati, ma sarà una condizione di straordinaria importanza per la crescita economica e sociale del nostro Paese. In una società sempre più orientata verso il longlife learning gli studenti di domani, infatti, non saranno soltanto i ragazzi, ma anche, e soprattutto, i cittadini a cui sarà affidato il compito di assumere scelte fondamentali per le nuove generazioni.
Occorrerà, inoltre, assicurare agli studenti capaci e meritevoli il diritto di accedere ai gradi più alti degli studi, impedendo che la loro condizione economica possa condizionarne il percorso formativo. Sarà necessario quindi intervenire in maniera adeguata per garantire l’ampliamento della platea di studenti che potranno beneficiare di borse di studio, oltre alle già citate misure sull’esonero dalla tassazione per coloro che non rientrano tra le fasce di reddito più elevate.
A determinare la bassa percentuale di giovani laureati contribuisce anche il blocco che in questi anni ha impedito il libero accesso agli studenti ai corsi universitari di area medica. Tuttavia, il numero chiuso oggi non rappresenta un limite soltanto per l’accesso a tali corsi. Negli ultimi anni, infatti, sempre più atenei decidono di limitarne l’accesso agli studenti anche per altre tipologie di corsi. Il MoVimento 5 Stelle ritiene che sia compito dello Stato impedire l’arbitraria chiusura dei corsi agli studenti, apportando i necessari correttivi alla disciplina del numero chiuso per impedire l’esclusione degli studenti senza aver effettivamente verificato le loro reali capacità.
Altro aspetto di fondamentale importanza è rappresentato dalla necessità di affrontare adeguatamente l’ormai noto fenomeno della fuga delle nostre menti migliori verso i paesi esteri. È importante chiarire come questa condizione non rappresenti in senso assoluto un presupposto negativo. Il mondo accademico e della ricerca sono oggi necessariamente tra loro interconnessi, anche a livello comunitario ed internazionale, e lo scambio di saperi può essere considerato un arricchimento e non un limite. Tuttavia, queste considerazioni non riguardano certamente l’Italia. È per mancanza di appetibilità e di competitività del nostro Paese che i nostri giovani decidono di fare nuove esperienze all’estero, e non per una effettiva necessità di apprendere e conoscere nuove metodologie presso altri paesi. Questo dato è dimostrato con estrema evidenza grazie al fatto che l’Italia, a differenza di altri paesi, non è in grado di attrarre a sua volta studenti e ricercatori stranieri in egual misura. Per tale ragione, quindi, non può esservi quel necessario scambio che assicurerebbe un accrescimento anche per il nostro territorio. Il programma del MoVimento ha l’obiettivo di raddoppiare il numero di studenti stranieri in Italia, portandoli a 100 mila, ed indirizzandoli anche nelle università del Mezzogiorno, che potranno beneficiare di tale ricchezza.
Tale condizione potrà essere garantita attraverso un miglioramento dell’offerta delle nostre università e dei corsi di dottorato, prevedendo un percorso parallelo al mondo accademico che potrà consentire la formazione degli studenti direttamente all’interno delle imprese per fornire strumenti utili ad una specializzazione pratica e non prevalentemente teorica.

Per questi motivi il MoVimento intende:
✔ Assicurare più borse di studio, la modifica alla disciplina del diritto allo studio universitario per incrementare la platea degli aventi diritto anche introducendo criteri di reddito equivalente su base regionale e investendo maggiori risorse statali.
✔ Innalzare la soglia di reddito per ottenere l’esenzione dal pagamento della tassa di iscrizione – No Tax Area.
✔ Riformare il sistema del numero chiuso.
✔ Potenziare e valorizzare i corsi di dottorato.
✔ Introdurre il dottorato industriale come percorso parallelo al dottorato accademico da svolgersi direttamente all’interno delle imprese.
✔ Raddoppiare il numero di studenti stranieri in Italia, portandoli a 100 mila incentivando la loro presenza presso le Università del Mezzogiorno.
✔ Aumentare e migliorare il coinvolgimento degli atenei nella formazione continua dei cittadini, sempre più importante in un mondo del lavoro in continua e rapida evoluzione, sviluppando i processi di Lifelong learning.

Finanziamento delle università

Secondo i dati statistici l’Italia è il paese che utilizza meno risorse in istruzione ed in particolare nell’istruzione universitaria, in quanto la spesa corrisponde allo 0,3% del Pil, a fronte dello 0,8% della media UE, mentre, in riferimento alla spesa pubblica, il nostro Paese spende soltanto lo 0,7% rispetto all’1,6% della media UE. Le risorse economiche delle università sono costituite per il 56,2% dal Fondo per il Finanziamento Ordinario delle università (FFO), il 14 % circa dalla tassazione a carico degli studenti iscritti all’università, il 16,4% è rappresentato da altre fonti di finanziamento delle università che derivano principalmente da contratti, convenzioni e accordi di programma, e, infine, il 6,8% è assicurato dai fondi finalizzati a specifici utilizzi dal Ministero dell’istruzione e dell’Università (rapporto ANVUR, anno 2014). La restante parte, infine, proviene da altre entrate. Queste risorse finanziano le attività istituzionali delle università, le spese il personale docente, ricercatore e non docente, la manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture universitarie, la ricerca scientifica, le utenze e i servizi agli studenti.
A partire dal 2009 il Fondo per il finanziamento ordinario, che rappresenta la parte sostanziale delle risorse delle università, ha subito una costante diminuzione, tant’è che dai 7.513,1 milioni di euro previsti per quell’anno si è passati ai 6.919,5 milioni di euro stanziati nel 2016. Risulta evidente come gli ultimi governi, anziché di incrementare le risorse destinate a finanziare le università, le hanno drasticamente diminuite.
Le riforme avviate nel 2008 dal Governo Berlusconi, e proseguite dai successivi esecutivi, con l’intento di introdurre “misure per la qualità del sistema universitario”, hanno generato un meccanismo che avrebbe dovuto assumere la forma di modello “premiale” per le realtà più virtuose, ma che in realtà hanno prodotto il de-finanziamento costante di alcuni atenei già in grave condizione difficoltà, soprattutto nel sud Italia, attraverso la sottrazione di una percentuale del finanziamento necessario ad assicurarne il normale funzionamento.
Secondo questi governi per migliorare la qualità dell’intero sistema universitario non era necessario incrementare i finanziamenti, già esigui rispetto alla media europea, ma si riteneva sufficiente introdurre una quota premiale da sottrarre alle risorse distribuite alle università. È necessario tener conto di come attualmente una quota pari a circa il 20% del Fondo per il finanziamento ordinario venga attribuita agli atenei considerando parametri legati alla valutazione della qualità della ricerca scientifica (VQR), alle politiche di reclutamento, alla qualità dell’offerta formativa e dei risultati dei processi formativi. Ne segue che la quota premiale per ogni università può essere più o meno consistente.
Tale quota inizialmente prevista al 7%, nel 2016 ha raggiunto l’attuale il 20% del totale e sarà destinata a toccare, in futuro, il 30%.
Quali sono stati gli altri effetti di tale meccanismo? Non solo lo Stato ha negato nuovi investimenti alle realtà accademiche in cui sono accertate le maggiori carenze, ma ha anche costretto gli atenei de-finanziati ad aumentare la tassazione a carico degli studenti per compensare le minori entrate. Gli ultimi dati evidenziano incrementi della tassazione a carico degli studenti che superano il 100% nell’arco di qualche anno.
L’errore fondamentale non consiste nella volontà di prevedere una premialità per le realtà più virtuose, ma di attribuire tale premio sottraendolo direttamente dai fondi del finanziamento ordinario: la quota premiale, invece, dovrebbe essere strutturata come una risorsa aggiuntiva al finanziamento ordinario, in modo da garantire la sopravvivenza di tutte le università, premiando invece con fondi aggiuntivi le realtà che dimostrino un reale impatto positivo sulla ricerca e l’innovazione.

Le novelle normative introdotte nell’ultimo anno sul finanziamento delle università, caratterizzate da una colpevole assenza di discussione politica e di ragionamento nel merito, hanno accentuato il sistema di finanziamento basato su complicati algoritmi, in particolare sul costo standard di ateneo, ma nulla è stato previsto sulla trasparenza e la buona gestione amministrativa che, con i mezzi informatici attuali, potrebbe essere di gran lunga superiore a quella di qualche decennio fa. Ancora oggi è molto difficile sia per le istituzioni che per il cittadino riuscire a monitorare l’azione delle istituzioni universitarie. Tale riflessione è molto importante in quanto la cosiddetta autonomia delle università presuppone un sistema di controllo sull’utilizzazione delle risorse per poter funzionare con standard qualitativamente più elevati. È fondamentale, quindi, adottare un sistema che penalizzi le università carenti in trasparenza, controllo delle spese e della gestione amministrativa, e che premi, invece, gli atenei che adottano sistemi adeguati ed innovativi per la gestione amministrativa e trasparenza. In un periodo di crisi così profondo come l’attuale, in cui la competizione tra Stati è fortemente condizionata anche dalla ricerca e dall’innovazione tecnologica, è necessario rispondere con un cospicuo incremento delle risorse destinate al Fondo di Finanziamento Ordinario. È prioritario ridefinire i criteri di finanziamento delle università per abbattere la disparità di distribuzione delle risorse anche modificando il recente meccanismo basato sul potenziamento dell’incidenza del costo standard. Per questi motivi il MoVimento intende:

✔ Aumentare la quota del Finanziamento Ordinario delle università (FFO) fino a raggiungere adeguati livelli di finanziamento al sistema universitario e al suo funzionamento.
✔ Garantire una quota premiale aggiuntiva rispetto al Finanziamento Ordinario delle università.
✔ Aggiornare i criteri di finanziamento delle università tenendo conto di tutte le istanze avanzate dalle istituzioni coinvolte e, in particolar modo, degli organismi di rappresentanza quali CUN e CNSU.
✔ Determinare una revisione del sistema di riparto dell’FFO tenendo conto dei seguenti criteri:
1. Delle spese storiche di ogni ateneo, a patto che gli stessi rendano più
trasparente e monitorabile la gestione economica sia per le istituzioni nazionali
che per il cittadino;
2. Della qualità della didattica;
3. Della qualità della ricerca;
4. Del successo dei propri laureati sia nell’ambito della ricerca che nel mondo del lavoro;
5. Della qualità dei processi e dei controlli interni, anche sul personale docente e amministrativo;
6. Del reclutamento di giovani ricercatori e docenti;
7. Della diminuzione della percentuale dei docenti di ruolo “improduttivi” negli ultimi 4 anni;
8. Della localizzazione geografica dell’università prevedendo specifici finanziamenti per gli atenei situati in aree economicamente depresse;
9. Dell’impatto che l’università ha sullo sviluppo sociale, economico e culturale del territorio;
10. Delle politiche d’internazionalizzazione dell’università.

Didattica

Nell’era dell’interazione e dell’interconnessione, la libera circolazione del sapere e il fare rete rappresentano un aspetto determinante per il pieno sviluppo della nuova società. In questa prospettiva, gli enti di formazione culturale quali le università assumono un ruolo centrale.
È tuttavia necessario adottare provvedimenti che migliorino e sviluppino ulteriormente la didattica.
Chi vive l’università sa benissimo che alcuni professori universitari faticano a garantire la normale attività didattica, assentandosi alle lezione e agli esami, rendendosi perfino irreperibili nelle ore di ricevimento degli studenti. Riteniamo pertanto necessario intervenire in tale senso, prevedendo l’introduzione di un sistema di timbratura obbligatoria e di verifica sull’effettivo svolgimento del monte ore previsto per l’adempimento dei compiti didattici, nonché di servizio agli studenti.

Particolare attenzione dovrà essere dedicata all’innovazione didattica, da affiancare alla tradizionale offerta formativa. Occorre introdurre all’interno dell’università le più recenti novità scientifiche nel campo didattico e delle scienze cognitive, attraverso figure che le coordino e le sviluppino. Il nostro obiettivo è quello di promuovere un sistema che coinvolga maggiormente gli studenti attraverso una migliore interazione tra ricerca e didattica, ed attivando sul territorio progetti reali che possano essere realizzati attraverso la collaborazione di enti pubblici e privati. Sarà necessario rendere le esperienze relative al tirocinio o alla tesi di laurea, oggi troppo spesso marginali, centrali per l’interno corso di laurea.
Un intervento importante dovrà riguardare l’offerta didattica digitale che, a differenza del nostro Paese ha visto sia in Europa che nel resto del mondo una considerevole diffusione, anche grazie alla nascita di servizi sia a pagamento che di piattaforme fruibili gratuitamente.
In Italia esistono già vere e proprie università telematiche, in gran parte private, e sono diverse le esperienze sulla didattica a distanza delle università statali, che offrono la possibilità di seguire interi corsi in rete a pagamento o, in altri casi, a titolo gratuito. Proprio per questo è auspicabile che l’intero sistema universitario, soprattutto quello pubblico, sia al passo con i tempi, adeguando i propri servizi online per sfruttare al massimo le potenzialità della rete, con l’obiettivo di raggiungere l’eccellenza nelle metodologie didattiche innovative e negli approcci di apprendimento. Il quadro normativo che regolamenta gli atenei privati telematici, d’altra parte sviluppatosi in maniera frammentata e poco organica nel corso degli anni, ha favorito il proliferare di corsi privati online che spesso non sono in linea con i criteri minimi sufficienti a garantire la qualità dell’offerta formativa richiesta dal Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca. Infatti anche il diniego per l’accreditamento di molti corsi online, da parte del MIUR, è stato spesso vanificato dai numerosi ricorsi amministrativi vinti dagli atenei telematici. Le direttrici da seguire devono essere, quindi, nuove misure che incentivino l’offerta didattica online degli atenei pubblici, e introdurre criteri più stringenti e rigorosi per gli atenei telematici privati.

Il MoVimento 5 stelle, quindi, intende:
✔ Completare il quadro normativo sulla didattica online con il fine di colmare le attuali lacune legislative e regolamentari.
✔ Introdurre meccanismi di accreditamento e di controllo più stringenti sui corsi privati online.
✔ Richiedere alle università telematiche private un organico docente di ruolo s tabile.
✔ Promuovere tirocini diffusi e maggiori esperienze degli studenti attraverso attività sul territorio.
✔ Introdurre la valutazione della didattica dei docenti anche attraverso il diretto coinvolgimento degli studenti.
✔ Incentivare l’offerta formativa online e telematica delle università statali anche attraverso finanziamenti finalizzati alla valorizzazione di modelli già esistenti nelle università italiane.

Governance

Le riforme degli ultimi 10 anni hanno introdotto la revisione di numerosi aspetti organizzativi e funzionali delle università e dell’intero sistema università-ricerca. Le lacune e i fallimenti, tuttavia, sono sotto gli occhi di tutti. È necessario distinguere, quindi, due livelli di governance su cui intervenire: quella centrale, ovvero a livello ministeriale e quella delle università in qualità di istituzioni autonome. Partendo dal principio che ogni riforma debba necessariamente essere verificata e corretta, oggi è diventato molto difficile intervenire a livello legislativo in quanto le norme attive sono, alle volte, anche palesemente conflittuali tra loro ed è quindi necessario operare per armonizzarle e renderle coerenti anche attraverso la redazione di un testo unico.
Non di aspetto secondario, invece, è stata rivoluzione della governance a livello ministeriale. In particolare è stata costituita l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR), è stata riordinato il Consiglio Universitario Nazionale (CUN) ed è stato istituito l’organo consultivo degli studenti (Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari).
Trascorsi 10 anni, tuttavia, le criticità e, in alcuni casi, le gravi inefficienze, sono evidenti. Se da una parte l’ANVUR, quale agenzia di valutazione della ricerca si è trasformato, di fatto, da strumento per il governo a strumento di governo, dall’altro l’organo elettivo di rappresentanza del sistema universitario (CUN) è stato fortemente depotenziato, tant’è che attualmente è difficile individuarne funzioni e ruolo concreto ai fini istituzionali.
In aggiunta a ciò, l’organismo consultivo degli studenti (CNSU) non ha mai assunto un reale peso politico, ma è stato relegato alla sterile produzione di pareri spesso ignorati. A concludere il quadro di forte trasformazione è stata la progressiva legittimazione da parte delle istituzioni, anche attraverso le leggi ordinarie, del ruolo della Conferenza nazionale dei rettori universitari (CRUI) che, è bene ricordarlo, è un’associazione privata dei rettori italiani. Basti pensare che le ultime novità legislative in tema di finanziamenti ordinari alle università prevede un decreto del Ministro dell’istruzione che deve acquisire pareri dell’ANVUR e della CRUI, ma non delle commissioni parlamentari di competenza, del CUN o del CNSU.
La legge 240/2010, cosiddetta riforma Gelmini, ha introdotto la revisione di numerosi aspetti organizzativi e funzionali delle università. Con il fine di garantire livelli di efficienza e efficacia più elevati, attraverso meccanismi di competitività interna, vincoli sul reclutamento del personale, criteri di accreditamento dei corsi di laurea più severi e rottamazione della figura del ricercatore a tempo indeterminato, è stato ridisegnato il sistema di governo delle università statali, con particolare riferimento alla composizione, alla durata, al funzionamento e alle modalità di individuazione dei componenti degli organi principali dell’ateneo, quali Rettore, Consiglio di Amministrazione, Senato Accademico e Direttore Generale. In particolare, il Rettore assume oggi un ruolo centrale, con un forti poteri e privo dei necessari equilibri. Tra le sue prerogative figurano, infatti, la possibilità di proposta del direttore generale, del bilancio annuale di previsione e del documento di programmazione triennale di ateneo. Al Consiglio di amministrazione, composto da massimo 11 membri (incluso il Rettore), il quale ha la maggioranza dei componenti designati e non eletti (di cui almeno 2-3 esterni all’università), spetta il compito di decidere l’indirizzo strategico, deliberare i bilanci, la programmazione finanziaria, l’attivazione e soppressione dei corsi, il conferimento dell’incarico di Direttore Generale, ed ha l’ultima parola sul reclutamento dei professori e sull’assunzione dei ricercatori a tempo determinato.
Il Senato Accademico, l’organo in cui sono presenti praticamente i rappresentanti eletti dalla comunità scientifica, è relegato, così, ad un ruolo marginale e depotenziato rispetto al passato.
Tuttavia, a distanza di anni, l’aumento della qualità degli atenei risulta impercettibile, il numero di studenti iscritti è ancora basso rispetto al resto d’Europa, i servizi restano scadenti e la didattica non si integra con l’innovazione scientifica e tecnologica, mentre il numero dei docenti è in forte contrazione e invecchia senza il necessario ricambio con le nuove generazioni. È evidente come oggi l’indirizzo politico-amministrativo non costituisca la sintesi degli interessi delle varie componenti della comunità dell’università, ma viene consegnato ad un “corpo chiuso”, il Consiglio di amministrazione; inoltre l’assenza del limite di mandato per le cariche elettive, come per esempio accade per i direttori di dipartimento, nonostante lo stesso limite sia stato introdotto per il Rettore e per i componenti del Consiglio di amministrazione, non permette di scardinare le sacche di potere interne ad ogni università.
Per una moderna concezione di università è importante sottolineare come la comunità scientifica debba essere autonoma e libera di determinare le proprie scelte, quindi debba essere rappresentata anche nel Consiglio di amministrazione; è altrettanto vero, però, che la comunità che compone l’università non è costituita solo da quella scientifica, ma anche dalla popolazione studentesca e dal personale tecnico-amministrativo. Tutte le scelte, quindi, devono essere la sintesi delle varie anime, esigenze e esperienze che, naturalmente, si relazionano con tutto tessuto sociale del territorio, ovvero con gli enti e con i sistemi imprenditoriali, artigianali, culturali, sportivi e sociali.

Per il MoVimento 5 stelle è quindi necessario:
✔ introdurre un testo unico per l’università.
✔ Ridisegnare il ruolo dell’ANVUR, del CUN e del CNSU.
✔ Rendere la struttura consultiva e strumentale del MIUR più concreta, anche individuando puntualmente i soggetti che potrebbero partecipare ai processi decisionali.
✔ Stabilire che il Rettore non sia il rappresentante della sola comunità scientifica, ma dell’intera comunità universitaria e quindi eletto obbligatoriamente anche con voto del personale amministrativo e degli studenti.
✔ Bilanciare i poteri e le competenze del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione, con un ridimensionamento delle funzioni di quest’ultimo.
✔ Prevedere che la composizione del Senato Accademico e del Consiglio di Amministrazione siano elettive e rappresentative dell’intera comunità universitaria.
✔ Introdurre il limite di mandato di ogni carica elettiva (rettore, direttori di dipartimento) prevedendo la non rieleggibilità di queste cariche, con l’obiettivo di contenere gli accentramenti di potere e i fenomeni clientelari all’interno dell’università.

Valutazione

La valutazione rappresenta oggi l’aspetto forse più importante del nuovo sistema di finanziamento delle nostre università e del mondo della ricerca italiano. Dietro lo slogan della continua ricerca del merito e dell’eccellenza si cela, ormai da anni, la volontà del governo d’incidere direttamente sulla destinazione delle risorse. L’ANVUR, l’Agenzia nazionale per la valutazione del sistema universitario e della ricerca, gestisce oggi, di fatto, l’interno sistema di finanziamento per le università italiane e per il mondo della ricerca. È a questa agenzia, infatti, che è stato affidato il compito di valutare i prodotti e i risultati delle singole realtà, e solo sulla base di tali dati vengono successivamente erogate le risorse, secondo un sistema definito meritocratico e premiale. Peccato che tale sistema non risulti essere oggi né meritocratico, in considerazione di una valutazione che tiene conto di parametri non adeguati a fornire una oggettiva rappresentazione della reale condizione dei soggetti valutati, né premiale, dal momento che l’erogazione di tale finanziamento, com’è stato già chiarito, venga in realtà direttamente sottratta per una quota percentuale sempre più rilevante dai fondi di finanziamenti ordinari.
Il sistema di valutazione adottato oggi dall’ANVUR ha sollevato numerose critiche da parte di importanti esponenti appartenenti sia al panorama scientifico nazionale che internazionale. Sia per l’abilitazione scientifica nazionale che per la già citata distribuzione dei fondi di ricerca sulla base dei risultati della VQR l’Agenzia ha scelto di adottare un metodo valutativo bibliometrico che non assicura alcuna oggettività nelle sue valutazioni. Rendere, di fatto, il parametro citazionale il fattore determinante ai fini della valutazione aiuta a favorire, ad esempio, i soli gruppi di ricerca maggiori che non necessitano di tempi elevati per elaborare le proprie pubblicazioni, e che spesso presentano numerosi autori indotti a favorire un meccanismo di autocitazione per avvantaggiarsi ai fini della valutazione. Non si può non considerare, invece, il ruolo fondamentale svolto dalla ricerca di base in tutti i settori di interesse scientifico, considerando i progetti che presentano un numero ristretto di autori che lavorano con un arco temporale maggiore per ottenere risultati apprezzabili.
Non si può non considerare come l’attuale sistema di finanziamento abbia consentito anche grazie al sistema di valutazione ANVUR la possibilità di indirizzare le risorse da un ateneo all’altro, assicurando ad alcune università di ottenere incentivi sempre maggiori per la creazione di poli di eccellenza, attraverso la sottrazione di tali risorse alle altre università, per le quali, invece, si vogliono determinare le condizioni ideali per una loro rapida chiusura. Non è un mistero, infatti, che i precedenti governi fossero interessati alla creazione di un sistema universitario a due velocità, uno composto da atenei considerati migliori, ed un altro formato da atenei di definiti “di serie b”. A confermare tale disegno ci ha pensato, forse inavvertitamente, proprio uno dei consiglieri dell’Agenzia, individuando soluzioni fantasiose come la chiusura di alcuni corsi per un Sud considerato ormai irrecuperabile, e la creazione di atenei per figli di non laureati, definiti, appunto, “di serie b”. Tali dichiarazioni hanno dimostrato come l’Agenzia, che dovrebbe garantire imparzialità assoluta, visto il delicato compito a cui è chiamata, non sia oggi in grado di assicurare la corretta valutazione della qualità dei nostri sistemi. Occorre pertanto invertire al più presto tale rotta, attraverso un ridimensionamento del ruolo dell’ANVUR, ed intervenendo sulla sua composizione, assicurando l’effettiva rappresentatività di tutto il territorio nazionale e attraverso la ridefinizione dei criteri di nomina dei suoi consiglieri. Per tali motivi si ritiene necessario intervenire sul sistema di valutazione italiano, dal momento che da questo dipende per larga parte lo sviluppo ed il regolare funzionamento delle università e dei centri di ricerca italiani.
il MoVimento, infine, considera fondamentale implementare e rafforzare gli strumenti per la valutazione della docenza, assicurando anche agli studenti la possibilità di esprimere il proprio parere sulla qualità degli insegnamenti. Attraverso il loro diretto coinvolgimento, infatti, sarà possibile per i docenti conoscere e migliorare alcuni difetti, arricchendo le proprie metodologie di insegnamento per raggiungere l’obiettivo fondamentale del nostro sistema universitario: la formazione di studenti capaci e in grado di affrontare con gli strumenti necessari i continui cambiamenti della nostra società e del mondo del lavoro.

Per tali motivi è necessario:
✔ Revisionare e semplificare il sistema di valutazione della qualità della ricerca (VQR).
✔ Ridimensionare le competenze, le funzioni e i costi dell’Agenzia Nazionale Valutazione Università e Ricerca.
✔ Stabilire l rappresentatività territoriale e disciplinare nel consiglio direttivo del’ANVUR.
✔ Introdurre la valutazione per i docenti della didattica anche attraverso il diretto coinvolgimento degli studenti.
✔ Prevedere una profonda revisione dei criteri bibliometrici e dei parametri stabiliti dall’ANVUR.

Ricerca

Gli Enti pubblici di Ricerca italiani (EPR) svolgono oggi attività essenziali per lo sviluppo della ricerca del nostro Paese. Nonostante la comune attività nei vari settori di competenza, il modello italiano prevede, tuttavia, un sistema estremamente frammentato. Tale condizione ha inevitabilmente determinato uno scarso coordinamento tra gli Enti, ed un carente coinvolgimento sulle questioni di assoluta rilevanza in materia di politiche per lo sviluppo del Paese. Il MoVimento 5 stelle ritiene necessario assicurare un maggior coinvolgimento degli enti di ricerca e delle università italiane nelle scelte governative, sia nelle fasi di dibattito che decisionali, affidando loro un ruolo adeguato nelle scelte politiche che riguardano lo sviluppo culturale, tecnologico e scientifico del nostro paese. È noto come in molti altri paesi, tra cui gli Stati Uniti, la politica ed il mondo della ricerca presentano legami ben strutturati, garantendo uno scambio continuo che costituisce un modello virtuoso di sviluppo sociale ed economico, dal momento che un sistema di ricerca forte genera ricchezza non soltanto dal punto di vista culturale e nell’affermazione di nuovi diritti sociali, ma assicura un innalzamento del livello delle risorse disponibili. Per tali motivi è prassi ormai molto diffusa prevedere la presenza di consiglieri scientifici che regolarmente consultano le principali istituzioni di ricerca nelle fasi decisionali e di elaborazione del provvedimenti da adottare. Anche il mondo della ricerca, così come il sistema universitario, ha subito nel corso degli ultimi anni gli effetti negativi di un sistema premiale che ha assicurato maggiori risorse al merito, ma le ha sottratte dall’ordinario finanziamento destinato agli enti di ricerca per ridistribuirlo secondo criteri e modalità del tutto scorrette. Ciò ha inevitabilmente generato un effetto non virtuoso, con gli enti migliori che attraverso le maggiori risorse riuscivano a garantire adeguati standard e gli enti a cui queste venivano sottratte non in grado di assicurare il normale funzionamento. Il MoVimento 5 Stelle ritiene necessario potenziare la ricerca attraverso maggiori finanziamenti pubblici, incentivando gli enti privati affinché possano contribuire in maniera determinante all’innovazione e al potenziamento di tutto il sistema.
Tale condizione, tuttavia, non può ritenersi sufficiente per un reale miglioramento.
L’introduzione delle norme che hanno indebolito il sistema di ricerca italiano, con la continua riduzione dei bilanci degli Enti Pubblici di Ricerca, hanno condotto ad una continua e progressiva crisi del settore, la quale ha determinando condizioni di lavoro inaccettabili per i ricercatori italiani, disattendendo quanto previsto dalle raccomandazioni europee, tra cui la Carta del Ricercatore, secondo la quale gli stati membri dovrebbero adoperarsi per offrire ai ricercatori condizioni sostenibili in tutte le fasi della carriera, indipendentemente dalla loro situazione contrattuale e dal percorso professionale scelto, impegnandosi affinché vengano trattati come professionisti e considerati parte integrante delle istituzioni in cui lavorano. L’attuale condizione di profonda crisi e l’assenza di una volontà politica da parte di questo esecutivo di assicurare il rispetto delle raccomandazioni a livello europeo, ha determinato delle condizioni del tutto opposte rispetto a quelle auspicate, con una condizione generale di grande difficoltà per i ricercatori e un continuo utilizzo di forme precarie, che hanno reso inaccettabile la condizione dei lavoratori del mondo della ricerca.

Per questi motivi il MoVimento intende:
✔ Abolire la quota premiale intra-finanziamento ordinario.
✔ aumentare i fondi pubblici alla ricerca, e introdurre nuovi incentivi per incrementare quella degli enti privati.
✔ regolamentare la figura del ricercatore degli enti di ricerca.
✔ Creare un’Agenzia unica per la ricerca controllata dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
✔ Incrementare la ricerca di base riorganizzando il sistema della ricerca universitaria e implementando le risorse da destinare per raggiungere tali obiettivi.
✔ Assicurare l’accesso pubblico ai lavori scientifici secondo gli standard di Horizon 2020 per le ricerche sostenute da finanziamenti pubblici.

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