PROGRAMMA DI GOVERNO #M5S: L’AMBIENTE IN PRIMO PIANO (PARTE 1)

Tutela, valorizzazione, sostenibilità, economia circolare. Lavoriamo sul presente per costruire il futuro

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PROGRAMMA AMBIENTE
MOVIMENTO 5 STELLEMoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Indice
Nota metodologica
CAPITOLO e SEZIONE PAG.
1. Il modello che abbiamo in mente 4
2. Bonifiche e il caso Terra dei Fuochi 8
2.1 Bonifiche
2.2 Terra dei Fuochi
3. Per un’altra gestione dei rifiuti possibile 21
4. Acqua pubblica partecipata e trasparente 60
5. Pianificazione sostenibile dei territori 72
5.1 Diritto all’abitare e recupero del patrimonio
5.2 Rigenerazione urbana e stop al consumo di suolo
5.3 Fascicolo del fabbricato
5.4 Contrasto all’abusivismo edilizio
5.5 Cura del verde pubblico
5.6 Recupero delle acque meteoriche
5.7 Impegno per le aree interne e tutela piccoli borghi
5.8 Messa in sicurezza del territorio (dissesto idrogeologico)
6. Difesa dei parchi e delle aree protette 121
7. Per una vera mobilità sostenibile 127
8. Stop alle trivellazioni 131
9. Per una nuova governance ambientale 140
9.1 Politiche concrete contro i cambiamenti climatici
9.2 Implementazione e sostegno al nuovo Sistema Nazionale di Protezione Ambientale
9.3 La necessaria riorganizzazione del Ministero dell’Ambiente
9.4 Servizi pubblici e locali a misura di cittadino
9.5 Valutazione e autorizzazioni ambientali partecipate e a difesa dell’ecosistema
9.6 istituzione di un sistema nazionale interforze di controllo ambientale
9.7 Impegno concreto contro i reati ambientaliMoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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MATRICE GENERALE
In generale il lavoro di stesura di un programma MoVimento 5 Stelle parte da un primo livello
generale che prevede la partecipazione, la condivisione dei contributi, la discussione e la votazione;
nel 2° livello intendiamo delineare un programma ambiente dove l’attività fatta in Parlamento, la
discussione delle proposte di legge sul portale “LEX” e le varie attività ispettive vengono
sistematizzate, sintetizzate e organizzate; in una prima fase il lavoro è svolto dai portavoce Camera-
Senato e Parlamento Europeo che si sono occupati in maniera specifica di ambiente, la successiva
discussione coinvolgerà i consiglieri regionali e gli amministratori locali; questa fase sarà in realtà
molto breve per lasciare spazio alla fase più importante, la discussione in rete.
La matrice generale prevede l’individuazione di PRINCIPI GENERALI E LIVELLI ESSENZIALI
AMBIENTALI e i METODI DI ATTUAZIONE DEGLI STESSI TRAMITE ALCUNI OBIETTIVI
Principi generali e livelli essenziali ambientali:
• economia ambientale,
• valutazione del ciclo vita,
• indice ritorno energetico,
• sostenibilità e impatto ambientale,
• garanzia di salute e futuro;
Attuare i principi generali perseguendo i seguenti obiettivi:
• gestione ottimale servizi ambientali,
• reale attuazione del principio del “chi inquina paga”,
• gestione ottimale della Pubblica Amministrazione nel settore ambientale
e degli appalti,
• focus sui servizi pubblici locali: la loro funzione ed importanza e quanto
sono stati messi sotto attacco dalle politiche di privatizzazione,
• economia circolare,
• legalità,
• aggiornamento e ricerca;
ed eseguendo le seguenti valutazioni (acquisendo progressivamente i dati relativi a ciascun settore
delle schede):
• cambiamento climatico;
• filiera;
• indici occupazionali;
• esternalità sanitarie ambientali;
• tutela dei cicli degli elementi: azoto (N), fosforo (P), ecc…;
• utilizzo risorse;
• rilevanza comunitaria europea e internazionale;
• sguardo ai rapporti internazionali e geopolitici.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Dopo questo cappello politico generale (contenuto anche nelle pdl revisione parte I e II -Zolezzi- del
DL 152/2006) verranno sviluppati i piani per ogni settore, che dovranno prevedere in prospettiva
tutti i dettagli in precedenza elencati (valutazioni), tentando di perseguire gli obiettivi elencati e
arrivando al rispetto dei principi generali e alla realizzazione dei livelli essenziali ambientali citati.
Un piano del genere può sembrare utopistico e troppo difficile da realizzare. In realtà si vuole
semplicemente consentire ai migliori enti produttivi e di ricerca, soggetti pubblici e privati, di rendere
pubblici dati di sostenibilità, che spesso sono già noti in ambiti non pubblici e costituiscono il pane
quotidiano di chi imposta il mercato con logiche miopi e che frenano la sostenibilità stessa (vedi
valutazioni del ciclo vita).
Cap. 1: il modello che abbiamo in mente
Paragrafo 1: i principi generali
Stato attuale tecnico e normativo: la normativa nazionale tratta i principi generali ambientali nel
decreto legislativo 152/2006, articoli da 1 a 3 sexies, che riguardano appunto le DISPOSIZIONI
COMUNI E PRINCIPI GENERALI ambientali.
Tale decreto legislativo deriva da un mero recepimento di atti sovraordinati, direttive europee e
Costituzione della Repubblica italiana (dove non è inserito in forma esplicita nei principi fondamentali
il riferimento all’ambiente) in particolare e ha come obiettivo primario (art. 2) la promozione dei livelli
di qualità della vita umana. Questo principio contenuto nell’art. 2 viene affrontato nella nostra
proposta di revisione. Tale obiettivo dovrebbe fra l’altro essere raggiunto isorisorse; all’art. 3-ter si
affronta il tema del principio della precauzione, dell’azione preventiva, della correzione in via
prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonchè il principio “chi inquina paga” che si è
dimostrato difficile da raggiungere con l’attuale complesso normativo;
l’art. 3-quater affronta il tema dello sviluppo sostenibile, “prospettiva di garanzia dello sviluppo
sostenibile, in modo da salvaguardare il corretto funzionamento e l’evoluzione degli ecosistemi
naturali dalle modificazioni negative che possono essere prodotte dalle attività umane”, ignorando il
concetto di sviluppo finito e non mettendo al primo posto la sostenibilità ambientale;
l’art 3-quinquies affronta i “principi di sussidiarietà e di leale collaborazione”, i principi contenuti nel
decreto legislativo costituiscono le condizioni minime ed essenziali per assicurare la tutela
dell’ambiente su tutto il territorio nazionale; al comma 3 dello stesso articolo si novella il possibile
intervento statale: “Lo Stato interviene in questioni involgenti interessi ambientali ove gli obiettivi
dell’azione prevista, in considerazione delle dimensioni di essa e dell’entità dei relativi effetti, non
possano essere sufficientemente realizzati dai livelli territoriali inferiori di governo o non siano stati
comunque effettivamente realizzati”;
l’art. 3-sexies affronta il tema dell’informazione e della partecipazione, “chiunque, senza essere tenuto
a dimostrare la sussistenza di un interesse giuridicamente rilevante, può accedere alle informazioni
relative allo stato dell’ambiente e del paesaggio nel territorio nazionale”. Al comma 1-bis vengono
scremate notevolmente le possibilità di informazione e partecipazione in base alla direttiva MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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2003/35/CE, di fatto portando sempre più spesso allo spezzettamento di impianti e autorizzazioni per
evitare di informare e rendere possibile le modifiche di piani e programmi da parte del pubblico.
Paragrafo 2: nostre proposte
Le parti da noi revisionate del decreto legge 152/2006 sono confluite nella seguente proposta di legge:
• i PRINCIPI GENERALI, proposta di legge Mannino, atto Camera numero 3126:
http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0032350.pdf
Per quanto riguarda i PRINCIPI GENERALI siamo partiti dal presupposto che la normativa esistente
non è a nostro parere soddisfacente dal punto di vista della evoluzione scientifica e tecnologica.
Abbiamo considerato il mancato raggiungimento della sostenibilità ambientale che deve essere
correlata alla valutazione del ciclo di vita e dell’etica che deve essere sempre più biocentrica, la
necessità di maggiore possibilità e velocità di accesso alle informazioni, della sostanziale e della
progressiva consapevolezza ambientale acquisita dagli individui, dalle associazioni, dai comitati e da
altri enti alla luce del modello di sviluppo industriale e infrastrutturale maturato in questi decenni.
Il 97% dei votanti il primo quesito ambientale sul portale Rousseau ha concordato con la
necessità  che le decisioni di ogni Ministero in merito a temi economici, ambientali e sociali, siano
sottoposte a valutazioni vincolanti della loro sostenibilità, dell’impatto cumulativo e dell’analisi del
ciclo vita, alla valutazione dell’impronta ecologica, inoltre confermano la necessità di un
miglioramento dell’accesso alle informazioni ambientali.
Tale risposta si declina nei principi generali ambientali (vedi: di seguito) come nel modo di
svolgere le autorizzazioni ambientali (vedi: capitolo 9.5 del presente documento).
Principio primo
Il primo principio introdotto è quello della SEPARAZIONE della TUTELA predisposta in favore delle
RISORSE NATURALI dalla tutela della SALUTE UMANA e della qualità della vita, rendendo
giuridicamente rilevante qualsiasi pregiudizio recato alle risorse naturali, indipendentemente da
un danno, o da un grave rischio diretto di danno, alla salute dell’uomo, in linea con la nuova
formulazione europea del danno ambientale; troppe volte il danno alla salute è stato misconosciuto
e non è stato riconosciuto il valore intrinseco e strumentale delle risorse e si è consentito di
proseguire a danneggiare l’ambiente, la salute e le filiere produttive con la scusante che non è ancora
dimostrato il danno alla salute umana (con frequenti dimostrazioni a distanza di molti anni, durante i
quali si è perpetrato il danno ambientale e alla salute umana stessa). Il sovvertimento dei cicli naturali
e dei limiti planetari deve prevedere un’attenzione sempre maggiore pena possibili stravolgimenti
ecosistemici di cui si ha già evidenza nel calo della qualità delle acque (eccesso di nitrati per esempio),
nella riduzione della disponibilità di fosforo, nella riduzione di biodiversità, nei cambiamenti climatici.
Principio secondo
Il secondo è quello di INNALZARE gli STANDARD di TUTELA e non il contrario. La recente tendenza
europea è formalmente di tutelare la “crescita” come da proposta di direttiva COM(2012)628, che
modifica la direttiva 2011/92/UE in termini di richiesta di VIA solo in presenza di impatti MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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ambientali chiaramente significativi; attualmente la tendenza è forzatamente alla costruzione di
impianti piccoli per le nuove tipologie produttive, già non sottoponibili a VIA, la nuova direttiva
potrebbe rarefare ulteriormente l’applicazione della VIA e renderebbe inutile qualsiasi pubblicazione
di piani, programmi e progetti.
Principio terzo
Il terzo è l’introduzione del principio di SOSTENIBILITÀ AMBIENTALE in luogo di sviluppo sostenibile.
Principio quarto
Il quarto è la necessità di una POLITICA ENERGETICA SOSTENIBILE caratterizzata dai principi del
risparmio energetico e del benessere economico a bassa intensità ecologica e alta intensità
occupazionale, nonché al limitato consumo di risorse in linea con quanto proposto nel piano
energetico.
Principio quinto
Il quinto è basato sul calcolo dell’IMPRONTA ECOLOGICA (Wackernagel e Rees, Università della British
Columbia, Canada, a partire dagli anni ’90). Una teoria di sistema di CONTABILITÀ AMBIENTALE in
grado di stimare la quantità di risorse rinnovabili che una popolazione utilizza per vivere,
calcolando l’area totale di ecosistemi terrestri e acquatici necessaria per fornire, in modo
sostenibile, le risorse utilizzate e per assorbire, sempre in modo sostenibile, le emissioni
prodotte.
Principio sesto
Il sesto è l’ACCESSO alle INFORMAZIONI AMBIENTALI relative allo stato dell’ambiente e del paesaggio
riconosciuto come un diritto fondamentale, al pari di altri diritti della persona (quali il diritto alla
salute, al lavoro, alla conoscenza, eccetera). È inoltre riconosciuta la legittimazione all’esercizio del
diritto di accesso alla documentazione anche se non ricorra necessariamente un “interesse
giuridicamente rilevante”.
È necessario assicurare forme di pubblicità idonee e facilmente accessibili per i cittadini rispetto
alle informazioni e agli atti richiamati.
Principio settimo
Il settimo è la necessità di valutare nella maniera più precisa possibile il RITORNO ENERGETICO
SULL’INVESTIMENTO ENERGETICO (EROEI o EROI: Energy Returned On Energy Invested o Energy
Return On Investment), criterio in base al quale si opera una necessaria comparazione tra l’energia
ricavata e l’energia utilizzata per arrivare al suo ottenimento (vedi impianti industriali). Per
esempio: l’energia solare fotovoltaica ha un EROI doppio rispetto ad energia da biogas agricolo
negli studi analizzati. Questo calcolo ha una valenza temporale e spaziale, è cioè chiaramente variabile
in base alla disponibilità di risorse in un territorio e varia nel tempo, deve essere rivalutato in diversi
contesti e periodi. MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Principio ottavo
L’ottavo è la possibilità per gli enti e per i cittadini di esercitare AZIONI CONTRARIE a provvedimenti
già assunti dai soggetti procedenti, a fortiori, richiedendo l’intervento dei poteri pubblici al fine di
inibire e di prevenire il verificarsi di eventuali possibili pregiudizi all’ambiente.
Paragrafo 3: dove reperire le risorse e quale beneficio si attende anche
rispetto ad altri settori
I principi generali ambientali, in maniera forse non così immediatamente percepibile, regolano tutta la
politica ambientale; i dati in corso di acquisizione sul PIL ambientale (intorno ai 600 miliardi di euro
all’anno in Italia, un terzo del PIL nazionale) potranno precisare alcuni aspetti. Basti pensare a quante
attività risultano possedere autorizzazioni e impatti ambientali, quante attività ottengono nuove
autorizzazioni o le devono rinnovare, basti pensare al costo della gestione dei rifiuti, delle acque, del
suolo, ma anche agli effetti positivi per l’uomo e l’ambiente.
La gestione dei rifiuti urbani e speciali ammonta a circa 34 miliardi di euro all’anno, il dissesto idro-
geologico costa (per la gestione delle urgenze ed emergenze) almeno 2 miliardi di euro all’anno, i sismi
sono costati circa 4 miliardi di euro all’anno negli ultimi 10 anni, gli effetti dell’inquinamento dell’aria
(studio ECBA) 48 miliardi di euro all’anno.
Per quanto riguarda costi pluriennali, il costo totale delle bonifiche si aggira sui 250 miliardi di euro,
per i soli 39 siti inquinati di interesse nazionale (SIN) si aggira sugli 80 miliardi (40 miliardi per la sola
messa in sicurezza stimata da Confindustria); la gestione residua dei materiali contenenti amianto a
circa 80 miliardi di euro complessivi (il costo annuo per bonifiche e danni da amianto è superiore a 2
miliardi di euro), stiamo raccogliendo i dati relativi al costo della depurazione e gestione delle risorse
idriche.
Ne consegue la necessità di una politica oculata che soppesi effetti collaterali e benefici di ogni attività
umana, naturalmente questa bozza di programma ambientale andrà integrata con il programma
energetico, infrastrutturale, agricolo e di ogni altro settore che abbia impatti ambientali o intenda
usufruire di risorse finite.
Attualmente si può ottenere una linea programmatica con interessanti aspetti economici che andranno
progressivamente puntualizzati e potranno guidare la produzione, la ricerca e la sostenibilità e
soprattutto orientare le priorità normative.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Cap. 2: bonifiche e il caso Terra dei Fuochi
Sezione 1: bonifiche
Paragrafo 1
1.1 Lo stato attuale
Le bonifiche in Italia non si fanno, o si fanno male o comunque molto a rilento; si registrano diverse
difficoltà generalmente rintracciabili in modo simile su tutto il territorio nazionale:
– difficoltà a individuare il responsabile dell’inquinamento che per legge è chi dovrebbe
occuparsi delle opere;
– difficoltà diffusa a rintracciare i fondi per realizzare le opere di bonifica;
– eccesso di burocratizzazione e farraginosità delle norme.
Intanto i territori subiscono un doppio danno:
– quello di un continuo e progressivo avanzamento dello stato di degrado e d’inquinamento
delle matrici ambientali. Esso molto spesso è progressivo nel tempo e avanza nello spazio
diffondendosi e sempre di più minacciando più ampi strati del terreno, più vaste aree e spesso
arrivando alle falde acquifere perché dopo decenni dall’inizio dell’evento d’inquinamento
troppo spesso nulla si è fatto per arrestare il processo di evoluzione del danno;
– quello di un degrado sociale ed economico dei territori che non possono prevedere un altro
futuro produttivo in quei territori contaminati e abbandonati.
Occorre quindi provvedere alle bonifiche e come legislatori ci spetta l’onere di rimuovere quegli
impedimenti e/o favorire quelle condizioni che ci permettano di fare questo grosso investimento
urgente e necessario per tutto il paese. Purtroppo, anche quando le bonifiche si fanno, si registra che
quasi il 40% dei casi, la “tecnologia” di disinquinamento è la ruspa: cioè si scava il terreno contaminato
e si trasferisce in una discarica. Si scava un buco per riempirne un altro. Il beneficio ambientale è a
quel punto impercettibile, il costo è più alto rispetto alle tecnologie più serie, ma è il modo di
“risanare” che viene più facilmente accettato.
1.2 I dati
100mila ettari inquinati in 39 siti di interesse nazionale (SIN) e 6mila aree di interesse regionale, in
attesa di bonifica. Da Taranto a Crotone, da Gela e Priolo a Marghera, passando per la Terra dei fuochi:
un business da 30 miliardi di euro tra ritardi, inchieste giudiziarie e commissariamenti . La storia del
risanamento in Italia sembra ferma a dieci anni fa nonostante i drammatici effetti sulla salute. Rischio
ecomafie e criminalità in tutta Italia: dal 2002 concluse 19 indagini, emesse 150 ordinanze di custodia
cautelare, denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende.
Le superfici, terrestri e marine, individuate negli ultimi 15 anni come siti contaminati sono davvero
rilevanti. I risultati ottenuti fino ad oggi per il raggiungimento della bonifica di queste aree invece, non
sono purtroppo altrettanto rilevanti. Secondo il programma nazionale di bonifica curato dal Ministero MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, il totale delle aree perimetrate come siti di
interesse nazionale (SIN) è arrivato negli anni a circa 180mila ettari di superficie, scesi oggi a 100mila
ettari, solo grazie alla derubricazione di 18 siti da nazionali a regionali (i SIN sono quindi passati da 57
a 39).
Solo in 11 SIN è stato presentato il 100% dei piani di caratterizzazione previsti (è il primo step del
processo di risanamento che definisce il tipo e la diffusione dell’inquinamento presente e che porta
alla successiva progettazione degli interventi). Anche sui progetti di bonifica presentati e approvati
emerge un forte ritardo: solo in 3 SIN è stato approvato il 100% dei progetti di bonifica previsti. In
totale, sono solo 254 i progetti di bonifica di suoli o falde con decreto di approvazione, su migliaia di
elaborati presentati.
Le bonifiche vanno a rilento, ma non il giro d’affari del risanamento ambientale che si aggirerebbe
intorno ai 30 miliardi di euro. Dal 2001 al 2012 sono stati messi in campo 3,6 miliardi di euro di
investimenti, tra soldi pubblici (1,9 miliardi di euro, pari al 52,5% del totale) e progetti approvati di
iniziativa privata (1,7 miliardi di euro, pari al 47,5% del totale), con risultati concreti davvero
inesistenti.
1.3 Legislazione
La materia delle bonifiche è attualmente contenuta nel titolo V della parte quarta del D.lgs. 3 aprile
2006, n.152 cd testo unico ambientale. A sostanziale differenza rispetto a quanto previsto per i rifiuti e
per i rifiuti di imballaggio che rappresentano i temi di maggiore rilievo contenuti nella richiamata
Parte Quarta, la materia delle bonifiche non è una disciplina derivata dalla normativa comunitaria,
sebbene le procedure di bonifica, messa in sicurezza e ripristino ambientale dei siti contaminati siano
sostanziale applicazione dei principi cardine ambientali contenuti nel Trattato sul Funzionamento
dell’Unione europea con particolare riferimento al principio “chi inquina paga”. L’assenza di una
disciplina immediatamente applicabile in ciascuno stato membro in relazione agli interventi per
ridurre o eliminare una fonte di contaminazione per restituire un sito alla fruibilità esistente prima
della contaminazione o ad altro uso ha, dunque, condotto il legislatore nazionale ad introdurre una
disciplina nazionale sul tema sin dal tardivo recepimento della disciplina comunitaria nel nostro Paese
in tema di rifiuti e rifiuti pericolosi. Come noto, infatti, il legislatore nazionale ha dapprima optato per
un approccio tabellare, salvo poi correggere il tiro, introducendo un sistema più articolato frutto della
combinazione di un sistema tabellare “presuntivo” ed una analisi sito specifica valutativa di potenziale
effetti negativi per l’uomo e per l’ambiente. Tanto premesso, il numero delle bonifiche dei siti
contaminati il cui procedimento di restituzione alla fruibilità portate a termine può dirsi completato
nel nostro Paese è davvero esiguo, anche e soprattutto per quelle aree caratterizzate da una
contaminazione particolarmente pericolosa, persistente, e diffusa e che in base al nuovo (rispetto al
decreto Ronchi) art. 252 sono stati ricompresi nei siti di interesse nazionale (SIN), delegandosi allo
Stato oneri di bonifica, di messa in sicurezza e ripristino altrimenti in capo al responsabile, nonché agli
enti locali. Tornando al principio di origine comunitaria rappresentato dal “chi inquina paga” non può
che desumersi il carattere eminentemente oneroso in capo al responsabile della contaminazione.
1.4 Contesto normativo
Nel luglio del 2009 Confindustria produsse, nell’ambito dei lavori dell’allora “Commissione Sviluppo
Sostenibile”, un position paper con il quale intese fornire il proprio contributo per superare quelle che
a suo giudizio erano le criticità all’avanzamento delle bonifiche in Italia e alla conseguente
reindustrializzazione dei territori.
Tutti gli ultimi interventi normativi in materia di bonifiche emanate in questa legislatura sono in linea
con le istanze presentate da Confindustria e perseguono l’obiettivo di semplificazione da essa dettati, MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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anche a discapito, a nostro avviso, del pieno rispetto delle dovute fasi di controllo e di garanzia di
tutela ambientale degli interventi.
Le misure introdotte sul fronte della semplificazione e della compatibilità tra attività produttive e
bonifiche hanno avviato il processo di riforma della materia.
Nel documento del 2009 venivano elencate tutte le richieste e definite le proposte normative di
Confindustria atte alla rimozione delle criticità che gli operatori industriali ritenevano di riscontrare.
Il riferimento è, in particolare, alla necessità di:
– ulteriori semplificazioni amministrative (per esempio: in tema di determinazione dei valori di
fondo naturale da parte delle ARPA, di attività sperimentali per la taratura dei progetti, di
rilascio delle certificazioni di avvenuta bonifica);
– potenziare l’operatività di determinati strumenti (per esempio: accordi di programma per
valorizzare le iniziative imprenditoriali di rilancio di siti contaminati disciplinando le modalità
di subentro del cessionario negli obblighi gravanti sul cedente);
– in tema di delitti ambientali, introdurre forme di bilanciamento della risposta penale che
tengano conto delle condotte di riparazione del pregiudizio poste in essere dal soggetto
interessato.
Tutte richieste compiutamente esaudite da procedimenti legislativi portati a termine dal governo
Renzi:
– la “nuova” Legge 181/89, per il “rilancio delle aree di crisi industriale”;
– art. 33 D.L. Sblocca Italia;
– art. 35 D.L. Sblocca Italia;
ed altri provvedimenti semplificativi in corso.
Fortunatamente nella legge 68/2015 siamo riusciti al Senato ad introdurre due fondamentali punti
attinenti la questione bonifiche:
– il reato di omessa bonifica;
– la confisca dei beni finalizzata alla bonifica.
1.5 Problematiche
I problemi insiti alle procedure di bonifica possono dunque essere ricondotti ad almeno tre ordini di
fattori in ordine logico:
– individuazione del responsabile e solvibilità di quest’ultimo in caso affermativo;
– lento esercizio del potere sostitutivo degli enti locali in caso di mancato accertamento
del responsabile;
– mancanza di fondi per l’ente sostituito per procedere alle attività di bonifica.
A questi possiamo a ragione aggiungere la mancata partecipazione delle popolazioni residenti nei
luoghi contaminati oggetto di bonifica alle varie fasi di pianificazione e decisionali che ha contribuito
nel tempo a rendere l’effettivo recupero dei terreni quantomeno insoddisfacente. MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Paragrafo 2
2.1 La nostra proposta
La legge proposta dal M5S (C.3795 De Rosa), composta di 18 articoli, mira ad accelerare i
procedimenti di bonifica semplificandone alcuni passaggi, definendo meglio responsabilità e
metodologie, salvaguardando i controlli, sanando le attuali lacune normative e garantendo trasparenza
dei dati e partecipazione dei cittadini.
Con le nostre proposte vogliamo rendere chiaro l’ambito di applicazione della normativa sulle
bonifiche, armonizzandola con la normativa dei rifiuti e dando completezza ad un’attività di verifica
precedentemente non regolamentata.
2.2 Procedure snelle, tempi certi, controlli
In relazione agli interventi di bonifica e ripristino ambientale per le aree caratterizzate da
inquinamento diffuso predisposti dalle regioni con appositi piani, abbiamo approntato disposizioni
finalizzate a garantire tempi certi per l’adozione di tali piani con eventuale esercizio di potere
sostitutivo dello Stato, in caso di inerzia delle regioni, nonchè modalità per garantire trasparenza e
partecipazione del pubblico attraverso la trasmissione di osservazioni ai piani. Si stabilisce inoltre che
lo Stato rediga delle linee guida, dei criteri generali e degli standard per la bonifica dei siti inquinati
anche ai fini della elaborazione dei piani regionali per le bonifiche per le aree caratterizzate da
inquinamento diffuso.
2.3 Definizioni non interpretabili
Proponiamo di rivedere le definizioni normative, sia in funzione dell’esperienza oggettiva maturata in
quasi vent’anni di normativa nazionale, sia in coerenza con le modifiche apportate. Verranno
introdotte nuove definizioni relative a contesti previsti ma non esaurientemente descritti nel testo
vigente (perimetrazione, contaminazioni pregresse, valori di fondo, responsabile della
contaminazione, ambito territoriale con fondo naturale), in termini di fasi procedimentali
(progettazione per fasi, interventi di contenimento e d’emergenza, riqualificazione ambientale), di
metodologie di bonifica e messa in sicurezza (bonifica con misure di sicurezza) ed infine di soggetti
coinvolti (soggetto interessato). Sostanzialmente vogliamo provare ad innalzare il livello di protezione
ambientale anche grazie a razionalizzazioni o semplificazioni delle definizioni che possano consentire
una maggiore chiarezza e sicurezza per chi opera a diverso titolo nel campo dei siti contaminati e che
possano garantire il completamento degli interventi di bonifica spesso rallentati o sospesi per
incertezza interpretativa o per assenza di procedure intermedie che garantissero un contenimento dei
costi.
Le nostre proposte mirano nel complesso alla riduzione dei tempi (che sono stati quasi sempre ridotti
rispetto al testo vigente) già in fase di indagine preliminare senza però introdurre elementi di
semplificazione che possano abbassare il livello di controllo e sicurezza.
Sempre nell’ottica di riduzione dei tempi, che non solo rappresenta un vantaggio per chi opera
riducendo i costi che se protratti nel tempo potrebbero rendere impossibile il completamento dei
lavori, ma consente anche di risolvere prima la contaminazione, vogliamo eliminare la certificazione di
avvenuta bonifica da parte della provincia e sostituirla con la relazione dell’ARPA. Tale scelta deriva
dalla considerazione che le province predispongono la certificazione sulla base della relazione di ARPA
e si limitano ad effettuare un mero lavoro cartaceo che si traduce in una fase di allungamento dei MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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tempi nei quali i costi di gestione del cantiere permangono o si amplificano e la presenza di scavi
aperti, spesso non sufficientemente presidiati, diviene un centro di rischio sia in termini di sicurezza
che in termini di potenziali attività illecite.
Riteniamo di sopprimere l’art. 242-bis del TUA divenuto inutile alla luce delle modifiche operate sui
tempi di svolgimento della procedura ordinaria. Infatti la ratio del suo inserimento nel testo vigente è
stata quella di snellire i tempi grazie al ricorso all’intervento in autonomia ed autocertificazione
rischiando però di abbassare il livello dei controlli e dell’affidabilità dei risultati.
2.4 Analisi di rischio (AdR)
Più in dettaglio, tali modifiche salienti riguarderanno la soppressione dell’AdR sito specifica con
reintroduzione dell’analisi di rischio con calcolo diretto del rischio. Tale modifica è motivata dalla
discrezionalità applicativa di una AdR sito specifica che nel corso dei dieci anni di applicazione non ha
portato reali vantaggi dal punto di vista della celerità di svolgimento dei procedimenti di bonifica
introducendo, invece, considerevoli difformità di trattamento dei diversi siti contaminati.
2.5 Sanare le lacune normative
Prevediamo la reintroduzione delle bonifiche con misure di sicurezza di cui alla normativa precedente
e non inserite nel D.lgs.152/06, se non come sola messa in sicurezza permanente citata negli allegati
tecnici. Reintrodurremo anche la progettazione per fasi prevista dalla normativa precedente e non
inserita nel D.lgs.152/06 e che invece diviene necessaria soprattutto per interventi di dimensioni e/o
complessità significative consentendo anche agli enti una maggior incisività nei controlli. Prevediamo
inoltre la razionalizzazione degli interventi d’emergenza con un distinguo tra interventi di
contenimento immediato ed interventi d’emergenza più complessi oggetto anche di approvazioni ed
autorizzazioni.
Sarà introdotta la regolamentazione di un settore che da sempre si è sottratto ad una
regolamentazione della qualità del suolo: stiamo parlando degli interventi di bonifica, ripristino
ambientale e di messa in sicurezza, d’emergenza, operativa e permanente, delle aree destinate alla
produzione agricola e all’allevamento.
Inseriremo modifiche normative finalizzate alla pubblicità dei dati e delle informazioni ambientali
relativi alla bonifica ed altri interventi necessari in aree militari.
Con le nostre proposte intendiamo anche sanare un vuoto procedimentale contenuto sia nel testo
vigente (D.lgs.152/06) che in quello previgente (DM 471/99): entrambe le norme prevedono la
notifica della contaminazione in caso di superamenti dovuti ad eventi attuali o ad eventi pregressi con
pericolo di peggioramento, ma in nessuno dei due casi si prevede la verifica e la conseguente notifica
di contaminazioni pregresse (contaminazioni storiche) in assenza di un pericolo di peggioramento.
Tale condizione ha fatto si che molte ex aree industriali, non inquadrate in alcuna casistica tra quelle
previste dalle norme citate, siano sfuggite e ancora oggi sfuggano, all’accertamento della qualità dei
suoli. Prevediamo dunque che vi sia un meccanismo efficace di censimento e caratterizzazione di tutti i
siti potenzialmente contaminati.
Inseriremo l’obbligo, importante, di riportare nel certificato di destinazione urbanistica (CDU) tutte le
informazioni utili a conoscere e tracciare la storia ambientale del sito anche al fine di garantire sia
eventuali acquirenti sia gli enti coinvolti nel procedimento.
2.6 Introduzione di criteri statistici
Un’altra modifica saliente è rappresentata dall’introduzione di un criterio statistico di valutazione
della contaminazione. Per aree con più di dieci punti d’indagine sarà possibile effettuare la trattazione
statistica del dato al fine di considerare la situazione della qualità del suolo nel suo complesso ed MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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evitare che un solo punto contaminato (magari per un valore di poco eccedente il limite tabellare)
diventi un costo in termini economici ma soprattutto ambientali (movimentazione di mezzi e
materiale, trasferimento della contaminazione, utilizzo del materiale in centri di recupero con
diluizione di matrici più contaminate).
2.7 Aggiornamento costante valori tabellari
Vogliamo garantire una rivisitazione costante dei valori tabellari di riferimento che, nella normativa
vigente, hanno concentrazioni spesso semplicemente mutuate da normative di altri paesi e non sono
invece frutto di una riflessione nazionale e contestualizzata al territorio. Inoltre per molti parametri è
necessario un aggiornamento costante dei livelli di tollerabilità alla luce dei risultati e delle esperienze
scientifiche.
2.8 Ulteriori proposte puntuali
2.8.1 Rendere reperibili e certi i fondi necessari alle operazioni di bonifica.
Sia che l’onere sia a carico del privato che dell’ente, la reperibilità dei fondi è un problema centrale.
All’uopo, sono state valutate alcune proposte emendative ed O.D.G, presentate a più riprese al ddl
“Agenzie ambientali” A.S. 1458 sulla Istituzione di un “Fondo Unico Ambiente Giustizia”, per esempio e
al cosiddetto Sblocca Italia.
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLMESS/906443/index.html
http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLMESS/813101/index.html
Istituzione di un Fondo Unico Ambiente Giustizia.
Nell’ambito del Fondo Unico Giustizia istituire il Fondo Nazionale Ambiente Giustizia, a
destinazione obbligata e vincolante, finanziato con i proventi ottenuti dal sequestro penale e/o
amministrativo di beni mobili o immobili o dalla confisca, da tutte le ammende, le sanzioni
civili e penali che siano di natura e/o derivazione ambientale, nonché dalle somme non ritirate
trascorsi 5 anni dalla definizione dei processi civili e delle procedure fallimentari.
Il Fondo Nazionale Ambiente Giustizia dovrà essere finalizzato al ripristino ambientale, alla
bonifica e al recupero dei siti inquinati.
2.8.2 Garantire la gestione post mortem, rendere le fideiussioni e la quota parte degli utili
destinati ad essere indisponibili al gestore
La bonifica dei siti industriali dismessi andrebbe sempre intesa quale atto di governo pubblico
dell’economia, da collocare nell’ambito di un modello che privilegi sempre le esigenze collettive e
sociali. Alla bonifica andrebbe restituita la sua prima finalità che è quella del ripristino e della tutela
ambientale e quella di un’azione politico-economica di riconversione certa. Lo stravolgimento di questi
valori pregiudica a volte per sempre il futuro delle aree dismesse.
La bonifica si impone non solo al superamento dei limiti di accettabilità in un sito a seguito di un
episodio di inquinamento, ma anche nel caso in cui, a prescindere da alcuna fattispecie di
inquinamento, si verifichi il mutamento della destinazione d’uso del sito (ad esempio, da destinazione
industriale a residenziale) e la nuova destinazione d’uso preveda limiti di accettabilità più restrittivi
(limiti di accettabilità fissati nel D.M. n. 471/99)MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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La quantificazione del danno ambientale, che da sempre rappresenta uno dei maggiori problemi in
materia ambientale, essendo l’ambiente un bene insuscettibile di valutazione economica secondo i
prezzi di mercato, dovrebbe essere attuata sempre tramite una tutela reintegratoria e solo in via
residuale, e addizionale ,tramite una tutela risarcitoria.
Ne discende la necessità di estendere l’obbligo, previsto ad oggi solo per alcune tipologie di impianti
grazie al d.leg. 44/2014, a tutte le attività produttive di qualunque specie, nel rilascio delle
autorizzazioni integrate ambientali nazionali e regionali, con vincolo di aggiornamento per quelle
esistenti, di accantonamento di una somma proporzionale al tipo di produzione, all’ impronta
ecologica esercitata sul territorio e al rischio stimato di contaminazione eventuale delle matrici
ambientali, in un fondo, tramite sottoscrizione di fidejussione o assicurazione, che sia vincolato e
blindato, finalizzato esclusivamente al ripristino ambientale e alla bonifica, commisurato ai valori-
limite al cambio di uso per destinazione commisurato ai limiti di accettabilità più restrittivi, per
favorire sempre l’ecosistema e al fine di avere contezza dei fondi necessari al ripristino ambientale e
alle bonifiche dei territori dopo la dismissione, con l’obiettivo di una riconversione certa che non gravi
sulla collettività e sui beni comuni.
L’addebito dei costi destinati alla protezione dell’ambiente a colui che inquina, e non solo in via teorica
e di principio, incita quest’ultimo a limitare l’inquinamento provocato dalle proprie attività e a
ricercare prodotti o tecnologie meno inquinanti. La concreta applicazione di questo principio tende a
disincentivare le produzioni e le attività destinate a provocare inquinamenti, costringendo
l’inquinatore a sostenere i costi della riparazione dei danni e delle misure atte a prevenirli.
Il collegamento di tale principio con considerazioni di ordine economico appare evidente laddove si
precisa che gli interventi ripristinatori e di bonifica debbono essere realizzati “a proprie spese” dal
responsabile della contaminazione.
Troppo spesso avviene che le aziende che hanno gestito un sito industriale o una discarica non siano in
grado di garantire la gestione post mortem e/o il ripristino dei luoghi; a fine gestione è frequente che
le aziende risultino in stato di bancarotta finanziaria o di fallimento e che non si riesca più a reperire i
fondi necessari, non si ha certezza e contezza dei fondi accantonati e delle fideiussioni pur dovute per
legge.
Intendiamo quindi proporre le seguenti azioni:
– Individuazione, di concerto con le Regioni, di disposizioni legislative atte all’introduzione di
una disciplina omogenea volta alla creazione di garanzie fidejussorie per tutte le attività
antropiche considerate impattanti, che sia maggiormente esteso di quanto attualmente
disciplinato, e fortemente vincolante.
– Definizione di un fondo blindato a cui il proprietario/gestore non possa fare appello né
ricorso; che sia vincolato e finalizzato, nella sola disponibilità dell’ente al solo ed esclusivo
scopo di provvedere al ripristino dei luoghi al cessare dell’attività, per la riconversione e
bonifica e/o per provvedere alla messa in sicurezza di emergenza o definitiva in caso di
inquinamento rilevante o danno ambientale verificatosi in esercizio.
– Assicurazione che risulti indisponibile al gestore, nel contempo, anche la quota parte del
profitto da accantonare in esercizio finalizzato del fondo atto al ripristino.
2.8.3 Individuazione del responsabile dell’inquinamento
Per quanto attiene la individuazione del responsabile dell’inquinamento è necessario rivedere in
termini più vincolanti i documenti obbligatori da presentare all’atto del passaggio di proprietà o
gestione di un sito o di un attività, che trasferisce la titolarità del bene da un soggetto (cedente) a un
altro (cessionario), sia che ciò dipenda da un atto a titolo oneroso (vendita) o gratuito (donazione) o
del trasferimento di un servizio,MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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– Il passaggio di proprietà, atto pubblico redatto da un pubblico ufficiale quale, appunto, un
notaio, dovrà prevedere la cessione di tutti gli oneri e pendenze di bonifica e ripristino
necessari.
A tal fine, la parte cedente dovrà fornire alla parte acquirente oltre a tutti i dati e documenti necessari
all’atto: “l’atto di provenienza”, la documentazione amministrativa, le planimetrie catastali, la
documentazione urbanistica, tutti i permessi, anche la certificazione di caratterizzazione del sito
inerente i livelli di contaminazione delle matrici ambientali, suolo, sottosuolo, acqua e aria e l’analisi
di rischio sito specifica che tenga conto degli esiti della caratterizzazione, delle caratteristiche
ambientali e dell’utilizzo presente o futuro del sito stesso, con lo scopo di determinare le
Concentrazioni Soglia di Rischio (CSR) accettabili per quel sito specifico.
L’acquirente potrà richiedere una verifica dei dati tramite l’ARPA competente a sue spese.
L’accettazione dell’attestazione varrà quale titolo di assunzione di responsabilità da parte
dell’acquirente dello stato di fatto dei luoghi, delle opere necessarie e dei costi per eventuali opere di
bonifica, messa in sicurezza o ripristino dei luoghi.
2.8.4 Altro punto dolente
Da alcune analisi si ricava che più del 50% degli interventi di bonifica dei SIN è ubicato ex situ,
prevalentemente tramite scavo e smaltimento in una discarica. Il beneficio ambientale è irrilevante in
termini complessivi e la spesa è molto alta, l’impatto dei mezzi sostanziale, i tempi comunque
riguardevoli per le difficoltà gestionali di reperimento del sito adatto e i costi per realizzare un
adeguato impianto di discarica certamente non trascurabili, il costo è più alto rispetto alle tecnologie
più serie, ma è il modo di “risanare” che viene più facilmente accettato.
Un intervento, in sintesi, inefficace dal punto di vista ambientale e inefficiente dal punto di vista
economico, ma su cui oggi si continua a fare affidamento per alcuni vantaggi che esso comporta, primo
su tutti, i ridotti tempi di realizzazione rispetto, alle più efficaci tecnologie in situ.
L’auspicio è quindi che si possa lavorare nella promozione di tecnologie efficaci, meno impattanti e
meno costose del ricorso alla discarica a partire dalle principali criticità riscontrate nell’esperienza
operativa maturata a livello nazionale, sia lato industria che istituzioni, potendo contare su un elevato
livello scientifico e di ricerca della filiera delle bonifiche.
Paragrafo 3
3.1 Costi e benefici
Intendiamo semplificare il quadro normativo in tema di bonifiche e ripristino ambientale senza
allentare gli imprescindibili standard di tutela ambientale e di difesa della salute dell’uomo. Maggiore
facilità nell’applicazione delle procedure di bonifica comporterà minori costi e più facilità di
realizzazione degli interventi.
Nel dettaglio l’obbligo per le regioni, pena l’esercizio sostitutivo da parte dello Stato, di predisporre dei
piani per interventi di bonifica e ripristino ambientale per le aree caratterizzate da inquinamento
diffuso comporterà l’uso razionale delle risorse umane dell’ente, senza oneri aggiuntivi, ma potrà
garantire certezza nella programmazione urbanistica di quelle aree che hanno ospitato nel tempo
attività fortemente impattanti sul territorio. Saranno così restituite alle popolazioni residenti, anche
parzialmente e per diversi usi, aree compromesse dall’inquinamento antropico, attraverso l’attività di
programmazione regionale ma anche attraverso il sostegno e la partecipazione della popolazione
interessata. Tale attività di controllo e coinvolgimento della cittadinanza sarà in grado di ridurre la
sfiducia e la diffidenza nei confronti delle attività di bonifica e del riutilizzo delle aree recuperate.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Le specifiche semplificazioni previste saranno finalizzate ad avere criteri meno discrezionali rispetto
ai metodi d’indagine oggi previsti, assicurando, su tutto il livello nazionale, regole certe ed
uniformemente applicate.
Nel tema delle semplificazioni va inserita la progettazione per fasi nell’ambito delle bonifiche che,
seppur a prima vista apparentemente meno ambiziosa rispetto alle previsioni vigenti, avrà il merito di
far sì che il soggetto obbligato alla bonifica sia esso il responsabile della contaminazione che l’ente
locale intervenuto in via sostitutiva riesca ad assicurare progressivamente una rimozione degli
inquinanti da un’area determinata senza comportare oneri che, talora eccessivamente gravosi, non
consentono ad oggi la bonifica di nemmeno alcune delle aree o particelle, tra quelle contaminate. La
riduzione dei termini connessi al completamento delle procedure di bonifica va nella direzione di
garantire celerità a questi interventi.
Altro aspetto importante è rappresentato dagli interventi di bonifica, ripristino ambientale e di messa
in sicurezza, d’emergenza, operativa e permanente, delle aree destinate alla produzione agricola e
all’allevamento. Una maggiore chiarezza nella programmazione e nella realizzazione degli interventi
eviterà che il made in Italy alimentare prodotto in aree di grande pregio del nostro Paese possa esser
messo in pericolo da contaminazioni importanti e possa compromettere la fiducia del consumatore sia
italiano che estero.
L’introduzione di un criterio statistico di valutazione della contaminazione ha l’obiettivo di imporre un
intervento al responsabile della contaminazione, (o agli altri soggetti previsti dalla legge) solo ove vi
sia una contaminazione effettiva dell’area.
Aspetto innovativo e più garantista nei confronti della tutela dell’ambiente e della salute è
rappresentato dalla previsione secondo cui è necessario verificare, con conseguente notifica, anche le
contaminazioni pregresse (cd contaminazioni storiche) anche in assenza di un pericolo di
peggioramento di esse.
Sempre al fine di parametrare le soglie di contaminazione al rischio effettivo per l’ambiente e la salute
prevediamo che i valori tabellari siano periodicamente soggetti a verifiche al fine di calibrare gli
interventi, e gli oneri connessi, alle effettive esigenze di tutela dell’ambiente e della salute umana.
In conclusione è necessario che le procedure per gli interventi di bonifica siano caratterizzate da
equilibrio, chiarezza, e celerità e che essi siano in carico del responsabile della contaminazione, o dagli
altri soggetti previsti dalla legge, quando sia effettivamente accertato il potenziale pericolo per la
salute dell’uomo, nonché per l’integrità delle matrici naturali.
Se si decidesse finalmente di disinquinare per davvero e in modo definitivo i 38 siti di interesse
nazionale, il beneficio sarebbe certamente per la salute dei cittadini e per il benessere dell’ambiente,
ma anche e conseguentemente per la nostra economia, per la ricchezza del territorio che potrebbe
tornare a produrre benessere per tutti.
Le cifre, necessariamente approssimate, dell’economia dell’ambiente ci dicono che se il sistema
pubblico investisse 10 miliardi in 5 anni per decontaminare i posti più inquinati d’Italia si avrebbe un
ritorno fiscale tra IVA e imposte varie di quasi 5 miliardi, ossia rientrerebbe metà della spesa, e si
darebbe vita a nuovi possibili investimenti per altri 20 miliardi, producendo un valore aggiunto sui 10
miliardi, dando nuova opportunità di lavoro a 200mila persone (fonte: dati tratti da uno studio
presentato alla rassegna RemTech gli “stati generali delle bonifiche dei siti contaminati” da Claudio
Andrea Gemme, presidente del comitato Industria e Ambiente di Confindustria).
In conclusione sarà necessario proporre alcune linee direttrici per avviare interventi di risanamento e
rilancio dei territori, ovvero:
– intervenire sul reperimento delle risorse finanziarie, certe, ragionando anche su eventuali
meccanismi incentivanti che lo Stato può mettere a disposizione;MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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– formulare proposte volte a favorire sì il risanamento ai fini del riuso e del recupero
ambientale delle aree, ma evitando che lo snellimento e “razionalizzazione” delle procedure
significhi perdita di controllo e sicurezza ambientale, a tal scopo, a nostro avviso, andranno
eliminati e/o corretti alcuni provvedimenti semplificati operati dal legislature in questi ultimi
anni (vedi Sblocca Italia);
– avanzare proposte per favorire l’utilizzo di tecnologie in situ, tecnologie innovative diverse da
scavo e smaltimento.
Sezione 2: Terra dei Fuochi
Paragrafo 1
1.1 Stato Attuale, tecnico e normativo
Gravissima è la situazione in cui versano gli abitanti dei comuni campani che vivono nella zona
conosciuta come “terra dei fuochi”, territorio dove il fenomeno dei roghi di rifiuti tossici, appiccati da
criminali senza scrupoli, sono all’ordine del giorno con conseguenze nefaste sulla salute dei cittadini.
Nel 2013 è stato emanato un decreto legge D.L. 10 dicembre 2013, n. 136 recante disposizioni urgenti
dirette a fronteggiare emergenze ambientali e industriali ed a favorire lo sviluppo delle aree
interessate (in GU n.289 del 10-12-2013), entrato in vigore il 10/12/2013. Decreto Legge convertito
con modificazioni dalla L. 6 febbraio 2014, n. 6 (in G.U. 8/2/2014, n. 32).
Tale decreto, tra le altre cose, prevede l’utilizzo di personale militare da utilizzare all’interno dei
comuni ubicati nella terra dei fuochi.
Tale provvedimento normativo ad oggi non ha prodotto i risultati sperati, i deputati del Movimento 5
Stelle, quando la legge è stata votata in aula, si sono allontanati dai propri scranni.
Paragrafo 2
2.1 Cosa si propone
1) Reinserire fra i SIN le seguenti aree:
– Litorale Domizio-Flegreo e Agro aversano (individuato come SIN dalla legge 9 dicembre 1998,
n. 426);
– Pianura (dichiarato SIN con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e
del mare dell’11 aprile 2008);
– Bacino Idrografico del fiume Sarno (dichiarato SIN con legge 23 dicembre 2005, n. 266);
– Aree del litorale Vesuviano (individuato come SIN dalla legge 31 luglio 2002, n. 179).
Ad oggi, infatti, le zone di cui sopra non sono classificate come SIN come disposto a seguito dell’entrata
in vigore dell’articolo 36-bis del D.L. 22 giugno 2012, n. 83, convertito, con modificazioni, dalla legge 7
agosto 2012, n. 134.
Infatti l’articolo 36-bis ha introdotto una serie di disposizioni in materia di criteri di individuazione
dei siti inquinati di interesse nazionale (SIN).
Tale norma al comma 1, alla lettera a), ha novellato il comma 2 dell’articolo 252 del codice
dell’ambiente di cui al decreto legislativo n. 152 del 2006, con l’inserimento, dopo la lettera f), di una
lettera f-bis.
Finalità è stata quella di aggiungere, ai principi e criteri direttivi da seguire per l’individuazione dei
SIN, un nuovo criterio che tiene conto dei siti interessati, attualmente o in passato, da attività di
raffinerie, impianti chimici integrati, acciaierie. Inoltre, in osservanza del citato comma 2 dell’articolo MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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36-bis della citata legge di conversione del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83, cosiddetto
“Crescitalia” è stato emanato il decreto 11 gennaio 2013 del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del
territorio e del mare recante “Approvazione dell’elenco dei siti che non soddisfano i requisiti di cui ai
commi 2 e 2-bis dell’art. 252 del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 e che non sono più ricompresi
tra i siti di bonifica di interesse nazionale” (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale Serie Generale n. 60 del
12 marzo 2013), in ragione del quale per la Regione Campania sono stati esclusi i seguenti SIN:
Litorale Domizio-Flegreo e Agro aversano (individuato come SIN dalla legge 9 dicembre 1998, n. 426);
Pianura (dichiarato SIN con decreto del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare
dell’11 aprile 2008); Bacino Idrografico del fiume Sarno (dichiarato SIN con legge 23 dicembre 2005,
n. 266) e Aree del litorale Vesuviano (individuato SIN con legge 31 luglio 2002, n. 179)
2) Controllo del territorio: porre in essere tutte le forme di controllo incisivo del territorio campano
atte a far cessare il criminale e illecito sversamento di rifiuti tossici in zone agricole e ad alta densità
abitativa, prevedendo, ove necessario, anche l’appoggio di personale militare prevedendo che questo
agisca con le funzioni di agente di pubblica sicurezza e possa procedere all’identificazione e
all’immediata perquisizione sul posto di persone e mezzi di trasporto, anche al fine di prevenire o
impedire comportamenti che possono mettere in pericolo l’incolumità di persone o la sicurezza dei
luoghi vigilati, con esclusione delle funzioni di polizia giudiziaria. Ai fini di identificazione, per
completare gli accertamenti e per procedere a tutti gli atti di polizia giudiziaria, il personale delle
Forze armate accompagna le persone indicate presso i più vicini uffici o comandi della Polizia di Stato
o dell’Arma dei carabinieri.
3) Videosorveglianza: bloccare, in particolare, ogni tipo di sversamento illecito o di combustione dei
rifiuti attraverso un importante piano di finanziamento della videosorveglianza (affidata ai comuni e
alla polizia locale). Nella stessa ottica è necessario intraprendere ogni iniziativa finalizzata a
sviluppare una particolare attenzione per le zone di confine, installando sulle strade extraurbane di
accesso ai comuni campani, di cui al decreto-legge n. 136 del 2013 e successivi atti e decreti attuativi,
appositi impianti di videosorveglianza, gestiti da personale competente e facenti capo ad un centro di
coordinamento unico.
4) Utilizzo droni: strutturare protocolli e convenzioni con enti e Forze dell’ordine al fine di potenziare
il controllo ambientale, anche attraverso l’acquisto di idonei strumenti come ad esempio droni in
grado di ospitare dispositivi per la visione notturna, di rilevare fonti di calore, individuare variazioni di
densità dei materiali e presenze di metalli, per il monitoraggio delle aree a rischio.
5) No inceneritori: fare in modo che non si proceda alla realizzazione di qualunque ulteriore
impianto impattante su quei territori ed intraprendere ogni atto e provvedimento volto a formalizzare
l’inopportunità di realizzare impianti di trattamento termico dei rifiuti nei territori de quo in assenza
della valutazione di soluzioni alternative e largamente più sostenibili, nonché degli interventi di
riqualificazione e delle dette opere di bonifica.
6) Messa in sicurezza aree e bonifica: intraprendere gli improrogabili interventi di messa in
sicurezza delle aree che possono essere recuperate e bonificare le zone maggiormente inquinate.
Per quanto attiene alla attuazione delle bonifiche è necessario fare riferimento a quanto indicato nella
scheda ad hoc ad opera della senatrice Nugnes e quella del deputato Massimo De Rosa.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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7) Indagini cliniche ed epidemiologiche: avviare, con un adeguato coinvolgimento del Ministero
della salute, una massiccia campagna di indagini epidemiologiche di approfondimento invocate da
precedenti studi come il “Sebiorec” piuttosto che lo studio dell’OMS presentato dal Ministro Balduzzi lo
scorso febbraio, finalizzate a fare luce sull’impatto delle contaminazioni sulla salute delle popolazioni
residenti, anche dando ampia pubblicità ai risultati al fine di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla
nocività di certi comportamenti criminali, non essendo concepibile che gli unici dati a disposizione
siano quelli forniti dalla NATO.
8) Registro Tumori: sollecitare, affinché la Regione Campania, venute meno le cause ostative che
hanno portato alla bocciatura da parte della consulta della legge regionale n. 19 del 2012, sia dotata
del cosiddetto Registro tumori regionale quale strumento imprescindibile per definire in maniera
chiara e ufficiale il grave stato di salute del territorio.
9) Tavolo tecnico permanente: istituire un tavolo tecnico permanente, che funga da cabina di regia,
presso il Ministero dell’ambiente e per la tutela del territorio e del mare nel quale siano coinvolte le
associazioni e i comitati di cittadini da anni impegnati nelle lotte a difesa del territorio, personalità del
mondo scientifico competenti in materia e rappresentanti di regione ed enti locali, al fine di
monitorare la grave situazione sopra illustrata e valutare le soluzioni più adatte alla risoluzione dei
disastrosi problemi.
In particolare, tale tavolo tecnico permanente dovrebbe essere finalizzato:
– a svolgere attività di impulso, promozione e definizione di strumenti volti alla bonifica e al
risanamento dei territori contaminati, nonché al monitoraggio e al controllo sull’esecuzione di
tali strumenti;
– a rappresentare una sede di confronto istituzionale tra il Ministero, gli enti territoriali e le
associazioni portatrici degli interessi diffusi delle popolazioni coinvolte, con particolare
riferimento al punto di vista della comunità scientifica, soprattutto per quanto riguarda gli
aspetti legati all’impatto sulla salute;
– a promuovere le suddette indagini epidemiologiche volte a fare luce sull’impatto delle
contaminazioni sulla salute delle popolazioni residenti.
10) Allentare patto di stabilità per Comuni nella terra dei fuochi: assumere iniziative normative
per consentire ai comuni interessati l’allentamento del patto di stabilità, indispensabile con
riferimento esclusivamente ai capitoli relativo alla realizzazione di tali interventi in ambito ambientale
(monitoraggio, rimozione rifiuti abbandonati e loro corretto smaltimento).
11) Ecoballe e Distretto del riciclo (goo.gl/F0nkaA): risolvere il problema delle milioni di
tonnellate di ecoballe presenti nel territorio campano, dando attuazione, ove possibile, a quanto
indicato all’interno del progetto presentato più volte dal Movimento 5 Stelle “distretto del riciclo”
(dettato in riferimento specifico alle ecoballe di Taverna del Re).
12) Coordinamento interforze: promuovere la costituzione di un sistema di interazione e
coordinamento interforze, una “task force anti roghi’, che coinvolga attraverso appositi protocolli,
tutte le forze dell’ordine operanti sul territorio, i rappresentanti dei comuni situati in terra dei fuochi e
gli enti tecnici, tra cui ARPAC, ASL e SMA Campania, che utilizzi un sistema di comunicazione MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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accessibile a tutti i soggetti coinvolti e una banca dati unica, per consentire lo scambio immediato di
informazioni e accrescere l’efficacia dei controlli. Nella stessa ottica è necessario elaborare una
programmazione unitaria delle azioni di monitoraggio e sorveglianza delle aree interessate,
coordinando i singoli interventi previsti in modo da garantire la copertura di tutta l’area e il pronto
intervento in caso di necessità.
13) Formazione del personale: investire nelle attività di formazione dei soggetti coinvolti e del
personale regionale e comunale specializzato per il controllo ambientale, in sinergia con le forze di
polizia ambientale.
14) Guardia di Finanza: investire risorse aggiuntive nel controllo a monte sulla filiera di produzione
dei rifiuti speciali, anche attraverso protocolli con la Guardia di finanza e l’Agenzia delle entrate per la
realizzazione di una campagna straordinaria di accertamenti per l’emersione delle economie
sommerse. Parallelamente a tale attività devono essere effettuati capillari controlli sui container che
quotidianamente transitano nei porti campani.
15) Fondo rotativo regionale: istituire, secondo quanto previsto dall’art. 250 decreto legislativo n.
152 del 3 aprile 2006, un apposito fondo rotativo regionale per garantire la realizzazione degli
interventi di bonifica dei suoli inquinati nei casi in cui il responsabile ed il proprietario non
intervengano tempestivamente.
16) Piantumazione alberi alto fusto: prevedere che sui terreni risultati compromessi
dall’inquinamento o comunque interdetti alla coltivazione di prodotti agricoli siano avviati immediati
interventi di piantumazione di alberi ad alto fusto, come il pioppo, che assolvono alla duplice funzione
di interdizione all’uso agricolo e di bonifica e risanamento di tipo selettivo tramite fitodepurazione.
17) Controllo risorse Arpac: predisporre adeguate forme di controllo sulla gestione delle risorse
affidate all’Arpac, evitando dispersioni o errate distribuzioni che compromettano le necessarie attività
di controllo a danno dei cittadini.
18) Inserimento del territorio della “terra dei fuochi” all’interno dei Siti ad alto rischio
ambientale (S.A.R.A.) – (N.B. tale inciso si collega alla scheda della senatrice Paola Nugnes elaborata
in riferimento all’ istituzione di un sistema nazionale interforze di controllo ambientale): si prevede la
possibilità di attivare una sezione locale interforze ambientale presso la prefettura del luogo
interessato, in caso di zone particolarmente esposte a reati ambientali, denominate siti ad alto rischio
ambientale (S.A.R.A)MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Cap. 3: per un’altra gestione dei rifiuti possibile
Paragrafo 1
1.1 Considerazioni generali
La gestione dei rifiuti è sempre stata un business troppo spesso non conciliante con la salvaguardia
dell’ambiente. Tale gestione è poi scarsamente uniforme sull’intero territorio italiano e spesso a farla
da padrone sono solo le discariche e gli impianti di scarsa qualità.
Le leggi europee ci indicano le vie da intraprendere in ordine gerarchico:
1.2 Prevenzione e riduzione della produzione dei rifiuti
In questo campo si sta facendo ben poco di concreto, troppi sono gli interessi economici e culturali che
portano alla considerazione che “più rifiuti produco e più l’economia è in salute”. La nostra società è
ancora troppo legata all’apparente comodità dell’ “usa e getta”.
1.3 Recupero e riciclo
Sebbene la priorità europea sia il recupero della materia rispetto al recupero energetico, le forze in
campo sono da molto tempo sbilanciate a favore del recupero energetico, sia per la frazione secca del
rifiuto sia per quella umida. I motivi di tale sbilanciamento sono dovuti sostanzialmente a due fattori
strettamente legati e secondo noi da correggere. La produzione di energia è, per l’impresa, legata ad un
doppio business sicuro: incentivi statali e vendita dell’energia prodotta. Il recupero di materia invece
non solo non gode di questi privilegi, ma ha anche un altro grande ostacolo: il mercato deve ancora
essere ben strutturato per offrire uno sbocco sicuro e remunerativo per le materie prime riciclate.
Inoltre il mercato delle materie riciclate è ancora troppo legato al valore di mercato della materia
vergine.
In parole povere essendoci questa concorrenza sleale tra recupero di materia e di energia non
possiamo poi meravigliarci se l’impresa punti ad investire su impianti di incenerimento piuttosto che
di recupero di materia. Abbiamo visto numerose piccole imprese avere grosse difficoltà nel recupero
della materia soprattutto nei confronti di materiali che oggi sono considerati difficilmente riciclabili e
con scarso sbocco sul mercato e dunque facilmente avviabili a recupero energetico.
1.4 Stato dell’arte tecnico e normativo
1.4.1 Dati
Seppure la quantificazione dei rifiuti solidi urbani (RSU) e dei rifiuti speciali (RS) in Italia non sia
precisa, la produzione di rifiuti in Italia è verosimilmente in calo costante da 5 anni e la tendenza è
ormai consolidata e destinata ad accentuarsi ulteriormente via via che saranno raggiunti gli obiettivi di
prevenzione stabiliti dai piani regionali.
L’ISPRA fa due rapporti separati per i RSU e per i RS e questo porta ad una percezione distorta della
realtà: infatti ci viene raccontato che nel 2014 la produzione di rifiuti ha subìto un leggero aumento MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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(addirittura l’ISPRA parlò di “inversione di tendenza”), quando basta sommare il dato di produzione di
RSU e RS per rendersi conto che non c’è stato nessun aumento, tantomeno una inversione di tendenza.
Oltretutto c’è da scomputare dal conto dei rifiuti speciali quelli derivanti dal trattamento dei rifiuti,
che, in quanto già conteggiati come rifiuti urbani, quando vengono riconsiderati portano a un doppio
conteggio, che avviene ogni anno e si aggrava aumentando la percentuale di Raccolta Differenziata
(RD).
Per capire meglio il concetto facciamo una tabella*:
Anno 2010 2011 2012 2013 2014 2015
Produzione RSU Ton. 32479100 31386000 29993500 29572500 29651700 29524300
Produzione RS Ton. 137097385 137200001 134373874 131606999 130600000 129600000
RS derivanti da RSU
(da sottrarre perchè
già conteggiati come
RSU)
6690000 7427000 6970000 8125000 10700000 11500000
Produzione Rifiuti
totale netta
162886485 161159001 157397374 153544499 149551700 147624300
*fonte: Rapporti rifiuti urbani e Speciali ISPRA 2011 e seguenti. In rosso i dati stimati.
Risulta evidente pertanto che anche nel settore dei rifiuti una cosa è la realtà e un’altra è la
“narrazione” governativa, che in questo caso viene distorta al fine di giustificare non solo
l’autorizzazione e la realizzazione di impianti di trattamento non necessari, ma l’assoluta e colpevole
mancanza di pianificazione nazionale a riguardo. Volendo visualizzare graficamente i dati in tabella, la
situazione diventa ancora più eclatante:
La produzione reale di rifiuti è passata dalle oltre 162 milioni di tonnellate del 2010 alle meno di 150
milioni del 2014 con un calo costante. Purtroppo per quanto riguarda la produzione di RS del 2015
sono disponibili attualmente solo stime, ma che tuttavia fanno supporre un ulteriore aumento della
quantità dei rifiuti derivanti dal trattamento di rifiuti urbani (si stimano fra gli 11 e i 12 milioni di
tonnellate) e un ulteriore calo della produzione totale di RS, che porterà ad un ulteriore calo della
quantità totale di rifiuti prodotti nel 2015.
Al quadro conoscitivo fin qui descritto si aggiungono molte altre criticità nella determinazione delle
quantità e delle qualità di rifiuti prodotti: possiamo citare, caso fra i più eclatanti, la categoria dei
fanghi provenienti dal trattamento delle acque reflue civili e industriali, per i quali mancando uno
standard di conteggio preciso e ineludibile, non solo non se ne riesce a conoscere le quantità esatte
prodotte, ma si riesce a ricostruire solo parzialmente e con molta difficoltà il percorso che essi fanno
spesso da una regione all’altra e da un impianto all’altro, per non parlare della loro destinazione finale,
che spesso sono i campi nei quali viene coltivato il cibo che mangiamo ogni giorno senza adeguati
pretrattamenti e decontaminazioni.
Rendere inattendibili i dati sulla produzione di rifiuti significa più trasporti (con mezzi che trasportano
e ritrasportano lo stesso rifiuto facendolo figurare due volte, magari prima come RSU e poi come RS),
ma soprattutto più denaro per la gestione di tali rifiuti, in quanto i Comuni ad esempio non hanno MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

23
quasi mai le capacità o il personale o la volontà politica di effettuare controlli capillari sull’operato dei
gestori ai quali hanno affidato il servizio di igiene urbana.
Appaiono necessari alcuni cambiamenti fondamentali sia in termini macroscopici (amministrazioni
comunali e regionali) che in termini microscopici (aziende e cittadini).
Il nostro Paese è caratterizzato da una gestione dei rifiuti urbani e assimilati estremamente eterogenea
con aree caratterizzate da una percentuale di RD in linea, o anche maggiore, rispetto al 65% previsto
dalla legge e ottime performances in termini di recupero di materia. Altre regioni, per lo più localizzate
nel centro-sud, scontano invece basse percentuali di RD e capacità impiantistica di trattamento
insufficiente. La scarsa percentuale di RD si riflette sulle effettive capacità di recupero di materia su cui
la disciplina comunitaria stabilisce i propri target di riciclo in termini di peso per ciascuno stato
membro a partire dal 2020. In tali realtà, inoltre, il ricorso allo smaltimento in discarica rimane la
prima soluzione nonostante la direttiva 2008/98/CE la consideri quale opzione residuale.
La violazione del principio di autosufficienza e prossimità nella gestione dei rifiuti con la
movimentazione dei rifiuti tra comuni e regioni, o anche fuori dei confini nazionali, sarebbe accettabile
per alcune categorie di rifiuti solo in presenza di un piano di dismissione di inceneritori e altri impianti
complessi, che non è presente nei piani governativi (vedi DPCM su art. 35 del Decreto legge “Sblocca
Italia”).
Tale situazione di crisi fortemente presente nel nostro Paese connessa alla gestione dei rifiuti ha
portato all’ipertrofico ricorso ad istituti altrimenti residuali come:
• il commissariamento statale;
• la spedizione di rifiuti transfrontaliera;
• la sostituzione dello Stato nella programmazione regionale (che sarebbe accettabile e
necessaria in vista di un piano di dismissione di inceneritori) in funzione della realizzazione di
nuovi inceneritori (vedi DL 133/2014cd Sblocca-Italia);
• la bonifica da parte dello Stato dei siti di discarica esauriti.
L’insoddisfacente gestione dei rifiuti sul territorio ha, inoltre, portato al coinvolgimento di consorterie
criminali, con diverso grado di organizzazione interna, nella gestione del business dei rifiuti,
rendendosi interlocutrici privilegiate di imprenditori senza scrupoli e sfruttando le regioni
contraddistinte da favorevoli condizioni per lo smaltimento illecito e da scarso presidio del territorio.
Infatti –come rilevato anche nella relazione finale dell’attività svolta dalla Commissione parlamentare
d’inchiesta in XVI Legislatura- in alcune regioni, le tradizionali organizzazioni criminali, esistenti sul
territorio, si sono presentate, modificando la propria originaria natura, come fornitrici di un servizio
illecito all’impresa finalizzato all’abbattimento dei suoi costi nel libero mercato.
Esistono inoltre, alcune situazioni esterne alla gestione vera e propria dei rifiuti che hanno, tuttavia,
inciso sulla diffusione di fenomeni criminali quale la crescente area di evasione fiscale e attività
sommerse diffusa in alcune realtà del nostro Paese: si tratta di una galassia di micro o piccole imprese
che non potendo evidentemente realizzare profitti in chiaro, occultandone la provenienza, hanno
dovuto conseguentemente gestire in maniera illecita i propri rifiuti, anche attraverso il ricorso
sistematico alla combustione di essi attraverso la mediazione di altri soggetti criminali. Su tali MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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fenomeni è –come noto- intervenuto il DL 136/2013 cd Terra dei fuochi- che ha introdotto il delitto di
combustione illecita dei rifiuti nel decreto 152/2006.
1.4.2 Contesto normativo
1.4.2.1 Europa
Attualmente la normativa Europea di riferimento per quanto concerne i rifiuti è la direttiva
2008/98/CE, detta anche Direttiva “quadro” sui rifiuti. Essa stabilisce la scala gerarchica delle
priorità da conseguire (prevenzione, preparazione per il riutilizzo, riciclaggio, recupero di altro
tipo incluso il recupero energetico, smaltimento).
Tale Direttiva impone, fra l’altro, obiettivi di riciclaggio e preparazione per il riutilizzo (50%
entro il 2020), la redazione di piani di prevenzione nazionali, la possibilità della cessazione
della qualifica di rifiuto e la redazione di un piano impiantistico nazionale, in particolare per
quanto concerne gli impianti di smaltimento.
La Direttiva 2008/98/CE è attualmente in fase di aggiornamento. L’ultimo documento a
riguardo è la COM(2015) 595, che propone di rivedere la direttiva quadro secondo i seguenti
criteri:
• allineamento delle definizioni;
• aumento al 65% entro il 2030 dell’obiettivo relativo alla preparazione per il riutilizzo
e al riciclaggio dei rifiuti urbani;
• aumento degli obiettivi relativi alla preparazione per il riutilizzo e al riciclaggio dei
rifiuti di imballaggio e semplificazione dell’insieme degli obiettivi;
• graduale limitazione al 10% entro il 2030 dello smaltimento in discarica dei rifiuti
urbani;
• maggiore armonizzazione e semplificazione del quadro giuridico in materia di
classificazione come “sottoprodotto” e di cessazione della qualifica di rifiuto;
• nuove misure per promuovere la prevenzione, anche dei rifiuti alimentari, e il
riutilizzo;
• introduzione di condizioni minime per il regime della responsabilità estesa del
produttore;
• introduzione di un sistema di segnalazione preventiva per il controllo della
conformità agli obiettivi di riciclaggio;
• semplificazione e razionalizzazione degli obblighi di comunicazione.
È dunque chiaro l’intento della legislazione Europea di andare verso obiettivi sempre più
stringenti (anche se in modo sempre molto blando e non sempre coerente) nella direzione di
una maggiore sostenibilità ambientale della gestione dei rifiuti.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Oltre alla direttiva quadro esistono altre direttive e regolamenti più settoriali, ovvero mirati
per la disciplina di particolari questioni riguardanti i rifiuti o funzionali alla loro gestione.
È utile ricordare in questa sede le principali direttive e regolamenti, anche per rendere un’idea
della complessità e vastità del campo nel quale ci muoviamo:
• Direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e sui rifiuti da imballaggio e successive modifiche
e integrazioni;
• Direttiva 1999/31/CE sulle discariche e s.m.i.;
• Direttiva 2000/53/CE sui veicoli e pneumatici fuori uso e s.m.i.;
• Direttiva 2006/21/CE sulla gestione dei rifiuti delle attivita’ estrattive, e s.m.i.;
• Direttiva 2009/125/CE sulla progettazione ecosostenibile (riguarda la prevenzione
dei rifiuti);
• Direttiva 2010/75/UE (nuova direttiva IPPC) sulla prevenzione integrata dell’
inquinamento, che riguarda, nella fattispecie, i grandi impianti di recupero energetico
dai rifiuti;
• Direttiva 2012/18/UE (detta anche Direttiva “Seveso Ter”) sugli impianti a rischio di
incidente rilevante: riguarda nel nostro caso gli impianti di gestione dei rifiuti dove
possono verificarsi incidenti di grave entita’, come inceneritori, discariche e centrali a
biogas;
• Direttiva 2012/19/UE sui rifiuti da apparecchi elettrici ed elettronici (RAEE);
• Direttiva 2011/97/UE che modifica la direttiva discariche per quanto concerne lo
stoccaggio del mercurio metallico considerato rifiuto;
• Direttiva del Consiglio 2006/117/Euratom, del 20 novembre 2006, relativa alla
sorveglianza e al controllo delle spedizioni di rifiuti radioattivi e di combustibile
nucleare esaurito;
• Direttiva 2014/24/UE, nuova Direttiva Appalti, che disciplina nel nostro caso anche
l’affidamento degli appalti di gestione dei servizi di igiene urbana, oltre a molti altri
aspetti gestionali come ad esempio la costruzione e l’esercizio di impianti di
trattamento rifiuti o la redazione dei bandi di gara per il trasporto e il trattamento di
rifiuti sia urbani che speciali;
• Direttiva 2000/59/CE impianti portuali di raccolta per i rifiuti prodotti dalle navi e i
residui di carico e s.m.i.;
• Regolamento 2014/995/CE, che prevede l’aggiornamento del Catalogo Europeo dei
Rifiuti e cambia alcuni criteri per l’assegnazione della qualifica di rifiuto pericoloso;
• Regolamento 2010/849/UE relativo alle statistiche sui rifiuti;
• Regolamento (CE) n. 1013/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 14
giugno 2006, relativo alle spedizioni di rifiuti;
• Direttiva 91/271/CEE del Consiglio, del 21 maggio 1991, concernente il trattamento
delle acque reflue urbane (riguarda anche i fanghi).
1.4.2.2 Italia
Come si può immaginare vista la complessità del quadro normativo Europeo, abbiamo a che
fare, anche in Italia, con un settore iperregolamentato: la direttiva quadro è stata recepita in
Italia con il D.Lgs. 205/2010, il quale ha modificato sostanzialmente la parte IV del Codice MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

26
Ambientale (D.Lgs. 152/2006) che costituisce lo scheletro portante di tutta la normativa sui
rifiuti nel nostro paese.
È necessario accennare al fatto che la Costituzione stabilisce che la tutela dell’ambiente è
compito esclusivo dello Stato, ma che la gestione “operativa”, ovvero le politiche attuative e
pianificatorie in materia di RSU e RS, è demandata alle Regioni, le quali elaborano i Piani
Regionali di gestione come stabilito appunto dall’art. 199 del citato Codice Ambientale.
Attorno alla parte IV del D.Lgs 152/2006 ruotano tutta una serie di disposizioni normative e
regolamentari riguardanti specifiche categorie di rifiuti, particolari aspetti della gestione
(come ad esempio, il trasporto, il deposito temporaneo o l’incenerimento) oppure riguardanti
nello specifico la parte impiantistica (ad esempio discariche e inceneritori).
In questa sede ricordiamo alcune tra le normative principali:
• D.Lgs. 13 gennaio 2003, n. 36 relativo alle discariche di rifiuti.
• D.Lgs 14 marzo 2014, n. 49 Attuazione della direttiva 2012/19/UE sui rifiuti di
apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE).
• Decreto Legislativo 24 giugno 2003, n. 209 “Attuazione della direttiva 2000/53/CE
relativa ai veicoli fuori uso”
• Decreto del Presidente della Repubblica 15 luglio 2003, n. 254, disciplina della
gestione dei rifiuti sanitari.
• D.lgs. n. 46 del 04/03/2014, che ha recepito nell’ordinamento italiano la Direttiva
2010/75/UE relativa alle emissioni industriali (rileva su impianti di incenerimento dei
rifiuti e di CDR).
• Decreto legislativo n. 45/2014 con cui è stata recepita in Italia la direttiva
2011/70/Euratom
DM 7 agosto 2015 del Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e
del Ministro dello sviluppo economico “Classificazione dei rifiuti radioattivi, che
stabilisce una nuova classificazione dei rifiuti radioattivi, sostituendo quella di cui alla
Guida Tecnica n. 26 dell’ISPRA
• Decreto ministeriale 30 marzo 2016 n. 78, Regolamento sul funzionamento e
ottimizzazione del sistema di tracciabilità dei rifiuti (SISTRI)
• DM 10 Agosto 2012 n. 161, normativa in vigore che disciplina l’utilizzazione delle
terre e rocce da scavo
Paragrafo 2
2.1 Nostre proposte generali
In questi anni di lavoro parlamentare, il M5S ha indirizzato tutti i propri sforzi legislativi e politici per
contrastare questo stato di cose.
I seguenti atti e proposte che di seguito andiamo ad elencare sono la struttura portante del nostro
programma :
• proposta di legge modifica parte quarta dlgs 152/06: 2863
• proposta di legge responsabilità estesa del produttore, di prevenzione dei rifiuti e di gestione
e riciclo post consumo dei beni, nonché istituzione dell’Agenzia nazionale per il riciclo, per la
realizzazione di un sistema di economia circolare: S. 2114MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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• proposta di legge “vuoto a rendere”: 2285
• proposta di legge “mercato dell’usato”: 3184
• proposta di legge “compostaggio”: 4341
• proposta di legge “mercato del riciclo”: 4502
Il D.Lgs 152/2006 è stato fatto oggetto dal 2008 in poi di continui interventi normativi puntuali o
comunque settoriali che ne hanno alterato la natura, a dire il vero già talora contraddittoria (basti
considerare il diverso orientamento politico tra il Governo che ha esercitato la delega rispetto a quelli
che hanno provveduto ai decreti correttivi).
Sarebbe opportuno, dunque, sottoporre l’intero testo ad una rivisitazione che abbia il carattere
dell’organicità e sistematicità, con interventi che vadano ad incidere o sulla stessa legge delega oppure
anche “dal basso” attraverso una modifica su alcuni istituti che risponda, tuttavia, ad una coerente
strategia ambientale.
A tale proposito segnaliamo la proposta di legge finalizzata ad intervenire organicamente sulla Parte
quarta del citato decreto legislativo 3 aprile 2006, n.152 (AC 2863 -Vignaroli ed altri, recante
“Modifiche alla parte quarta del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, concernenti la gestione dei
prodotti e dei rifiuti da essi originati secondo criteri di sostenibilità ambientale e di coesione sociale”).
http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0034410.pdf
Durante la discussione dei quesiti ambientali sul portale Rousseau a favore del pagamento di un
costo ambientale anche per i prodotti e non solo per i rifiuti si sono epressi 16.779 votanti su 18.815
(oltre il 90%);
per quanto riguarda la graduatoria per le misure di economia circolare per arrivare dai rifiuti a nuova
materia: i 18.815 votanti, hanno espresso 37.119 preferenze, privilegiando in ordine:
1) Piano nazionale con incentivi per estensione della raccolta differenziata domiciliare con tariffa
puntuale in tutti i comuni d’Italia (voti: 10.608)
2) Defiscalizzazione dei prodotti ricavati da riciclo-recupero materia (compresi quelli derivanti da
plastiche miste oggi in gran parte incenerite) e dei prodotti privi di imballaggio (voti: 9349)
3) Stop a incentivi economici ad inceneritori (voti: 8719)
4) Incentivare il compostaggio, sia attraverso l’educazione ambientale scolastica si attraverso incentivi
fiscali ad agricoltori che ricorrano ad ammendanti e fertilizzanti organici ricavati da compostaggio
aerobico (voti: 6480)
5) Incentivi alla ricerca su recupero a freddo delle plastiche miste (voti: 1963)
queste misure dirimenti votate si affiancano ad altre che completano la struttura normativa
• Quantificazione precisa dei rifiuti urbani e speciali; pesatura dei rifiuti: art. 1, comma 55 in legge
di stabilità 2017 in cui è stato inserito emendamento M5S approvato su incentivi ad aziende per
acquisto strumenti pesatura e tracciabilità rifiuti. Si propone sia in contesto macroscopico (a valle
della raccolta) che, progressivamente, in contesto micro (pesare i rifiuti indifferenziati da singole
utenze per esempio).
• Tracciabilità: idem come sopra. Tale raccolta di dati deve prevedere la pubblicazione di dati precisi
qualitativi e quantitativi in particolare in caso di riciclo (vedi qualità e quantità degli imballaggi MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

28
raccolti nei vari gradini, comuni, piattaforme ecc); attualmente i conteggi sono arbitrari e i comuni
ricevono corrispettivi pressochè casuali;
2.2 Aggiornamento criteri di contabilizzazione e classificazione dei rifiuti
“La principale problematica rilevata nell’analisi dei dati sulla gestione dei rifiuti urbani riguarda la
corretta computazione dei rifiuti che vengono avviati ad impianti di trattamento prima del loro definitivo
recupero o smaltimento. Tali rifiuti, infatti, una volta sottoposti a trattamenti di tipo meccanico biologico
sono perlopiù identificati con codici 191212 (altri rifiuti compresi i materiali misti prodotti dal
trattamento meccanico dei rifiuti), 191210 (rifiuti combustibili – CSS), 190501 (parte di rifiuti urbani e
simili non compostata), 190503 (compost fuori specifica) e 190599 (rifiuti provenienti dal trattamento
aerobico dei rifiuti non specificati altrimenti) e classificati come rifiuti speciali.
In molte regioni si assiste a rilevanti movimentazioni di queste tipologie di rifiuti verso destinazioni
extraregionali, non esistendo obblighi di gestione nell’ambito della regione di produzione. Tale prassi
rende particolarmente difficile seguire il flusso dei rifiuti dalla produzione alla destinazione finale.”
(fonte: Rapporto ISPRA “Rifiuti urbani 2016” pag. 80)
Dal momento che, come abbiamo dimostrato in premessa, è necessario tenere conto sia della
produzione di RSU che di RS sia nella pianificazione impiantistica che in quella logistica e in quella
politica (con particolare riguardo alle politiche di prevenzione) è consigliabile effettuare tali
pianificazioni accorpando insieme i dati di urbani e speciali (naturalmente mantenendo la distinzione
fra rifiuti pericolosi e non pericolosi). Dal momento che il principio di prossimità vale solo per i RSU
fare due pianificazioni separate porterebbe ad una situazione molto simile a quella attuale.
Il principio di prossimità, ad eccezione di alcune categorie di rifiuti (indifferenziato dopo
pretrattamento, per esempio), va rimesso in discussione nella misura in cui, se vogliamo procedere ad
una dismissione graduale e programmata di inceneritori e discariche, sarà inevitabile arrivare ad una
situazione per cui in alcune regioni (specialmente quelle più piccole) non ci saranno più nè gli uni nè le
altre: per cui è inevitabile rivedere l’attuale “autosufficienza impiantistica” basata su ambiti territoriali
regionali o talvolta addirittura interprovinciali o provinciali.
L’attuale applicazione distorta del principio di prossimità, mista ad una visione localistica e clientelare
della gestione dei rifiuti, ha portato a definire gli Ambiti Territoriali sulla base dei confini politici e
amministrativi, non sulla base dell’effettiva produzione dei rifiuti di una determinata area omogenea
per tessuto geografico, culturale e urbanistico e dei conseguenti reali fabbisogni di trattamento: per
questo è necessario prescindere dai confini regionali e fissare nuovi ambiti territoriali che tengano
conto in primis della pianificazione nazionale che andremo a fare (si vedano i capitoli su piano
logistico, piano di prevenzione e piano impiantistico).
2.3 Tariffa puntuale per privati e imprese
Un altro aspetto importante da prendere in considerazione è quello dell’assimilazione dei rifiuti
prodotti dalle utenze non domestiche (piccole attività professionali, commerciali e artigianali) a rifiuti
urbani, con conseguente applicazione della TARI: il M5S si è da sempre distinto per essere al fianco
delle piccole e piccolissime imprese, ed anche in questo caso intervenire nella direzione di una
“deassimilazione” di questi rifiuti permetterebbe ai piccoli imprenditori di pagare solo per i rifiuti
prodotti e non in base alla superficie dei locali.
Per i riferimenti normativi e giurisprudenziali su questa proposta si veda qui. MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

29
La nostra proposta prevede la modifica dell’art. 238 del codice ambientale nella direzione di una vera
tariffazione commisurata al peso e alla tipologia dei rifiuti prodotti da ciascuna utenza (e non alla
dimensione dei locali “suscettibili di produrre rifiuti”) sia domestica che non domestica in modo da
attuare una reale responsabilità estesa del produttore come richiesto dalla direttiva quadro.
Nella risposta all’interrogazione 5/09545 il 22 settembre 2016 il Sottosegretario del MATTM Silvia
Velo ha precisato che è compito degli enti locali emanare regolamenti per l’esenzione da tasse sulla
gestione rifiuti per specifiche attività, applicando puntualmente la TARI.
Si veda in proposito anche il capitolo sull’affidamento del servizio di igiene urbana, che prevede
espressamente il fatto che i gestori affidatari siano in grado di implementare su tutto il bacino di
raccolta un sistema di misurazione, puntuale ed oggettivo, dei rifiuti prodotti da ciascuna utenza.
2.4 Azzeramento di tutti gli incentivi per la produzione di combustibili ed energia da
rifiuti.
È evidente ormai che la stratificazione della disciplina riguardante gli incentivi alle fonti energetiche
rinnovabili ha prodotto delle distorsioni non più sanabili attraverso una semplice modifica della
normativa. Questa situazione di caos, alla quale si aggiunge una pressochè totale mancanza di
pianificazione a livello nazionale, ha portato a sbilanciamenti e speculazioni economiche di vario
genere: per citarne alcune fra le più lapalissiane possiamo parlare dei CIP6, che in seguito sono
diventati “certificati verdi”, o dell’aberrazione degli impianti di digestione anaerobica (DA), dei quali
viene incentivata sia la costruzione che la produzione energetica.
Di conseguenza sarebbe consigliabile provvedere all’azzeramento di qualsivoglia forma di incentivo
per tutti gli impianti di recupero energetico da rifiuti, sotto qualunque forma e con qualunque
tecnologia.
Questo finalmente ristabilirebbe una condizione di competizione sana sul mercato e, come è già
successo ad esempio con l’azzeramento degli incentivi sul fotovoltaico, potrebbe portare sia ad un calo
dei costi di gestione dei rifiuti, che dipendono in gran parte dalla quantità di impianti che ogni gestore
ha (riferimento: studio economico, pag.233 – https://drive.google.com/file/d/0B9OHb2RR8TL-
eG9VREtPT2x3M1U/view?usp=sharing ), sia ad una pianificazione oculata e senza rischi di
speculazione.
I risparmi realizzati con questo provvedimento sarebbero dell’ordine di almeno 585milioni di euro
ogni anno per il solo incenerimento, ai quali si aggiungono 192milioni per le centrali a biogas,
dal momento che questo è stato, nel 2015, l’ammontare degli incentivi (fonte: GSE dati 2015).
Tale somma potrebbe finanziare agevolmente, già da sola, qualunque tipo di politica virtuosa in tema
di rifiuti a partire dagli incentivi al recupero di materia.
2.5 Revisione del Piano nazionale di prevenzione rifiuti e del Piano Nazionale di
prevenzione degli sprechi alimentari
Seguendo l’elencazione delle fasi di gestione dei rifiuti di cui all’art. 179 del decreto legislativo
152/2006, mutuata dall’art. 4 della direttiva 2008/98/ce (prevenzione, preparazione per il riutilizzo,
riciclaggio, recupero di altro tipo, recupero di energia e smaltimento) è necessario partire dalla
prevenzione della produzione dei rifiuti. Su questo campo è stato fatto troppo poco per via del fatto
che lo Stato non ha esercitato le proprie prerogative in tema di prevenzione della produzione di rifiuti
così come il Consorzio Nazionale Imballaggi (Conai) non è riuscito a svolgere un ruolo determinante MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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per ridurre la quantità di imballaggi utilizzati per la conservazione e presentazione delle merci (si
veda il denegabile fenomeno dell’overpackaging).
A tale riguardo, in tema di prevenzione è necessario intervenire nelle fasi dell’ecodesign del prodotto o
dell’imballaggio, rafforzare gli strumenti rappresentati dai criteri ambientali minimi (CAM) che
privilegino le aziende che aggiudicatarie di contratti con la pubblica amministrazione riducano quanto
più la quantità dei loro rifiuti. Altro aspetto fondamentale è rappresentato dalla somministrazione di
bevande, alimenti o altri prodotti “alla spina” ovvero senza necessità d’imballaggio usa e getta, sistema
che dovrebbe essere favorito a partire dai Comuni. Tale opzione alleggerirebbe i compiti dei consorzi
di filiera del vetro e della plastica in primis.
Sotto il profilo della preparazione per il riutilizzo e sul riutilizzo stesso va dedicata un’attenzione
specifica al mercato dell’usato. Qui a fronte di una cornice normativa non sufficientemente chiara ed
esaustiva, la proposta del gruppo M5s (vedi AC 3184 Vignaroli ed altri recante “Disposizioni per la
disciplina e la promozione dell’attività di compravendita di beni usati, istituzione del Consorzio nazionale
del riuso, nonché disposizioni per la formazione degli operatori del settore”) mira a riportare, in linea
con la gerarchia comunitaria sul trattamento dei beni e dei rifiuti, la fase della “riparazione” al centro
della gestione dei rifiuti. Tale obiettivo può essere realizzato attraverso la realizzazione di Centri di
riparazione che differenzino anche i materiali riutilizzabili e centri di riuso autorizzati alla selezione e
alla preparazione per il riutilizzo con forte impulso alle raccolte differenziate ed importanti ricadute
occupazionali. A tale riguardo si sottolinea l’enunciato contenuto nella relazione della Commissione
per l’occupazione e gli affari sociali del 22 giugno 2015 sull’iniziativa per favorire l’occupazione verde
ove è riportato che “.. una catena del valore più verde, che preveda la rifabbricazione, la riparazione, la
manutenzione, il riciclaggio e la progettazione ecocompatibile, può offrire notevoli opportunità
commerciali per molte PMI”.
Sotto il profilo del riutilizzo, appare necessario procedere all’applicazione dei sistemi di restituzione
dei beni già utilizzati a partire dal c.d. “vuoto a rendere” per specifiche tipologie di imballaggio.
Attualmente il Piano Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti prevede solo la diminuzione dell’“intensità”
dei rifiuti prodotti, ovvero la diminuzione della produzione di rifiuti “per unità di PIL prodotta”. Questo
è un concetto di non immediata comprensione: quando si produce un bene di consumo, o un servizio,
questo genera prodotto interno lordo, cioè una somma di denaro pari al valore di mercato di quel
prodotto o servizio che aumenta ogni qual volta esso viene scambiato sul mercato. Per cui parlare di
“riduzione della produzione di rifiuti per unità di PIL” significherebbe, nelle intenzioni del legislatore,
generare la stessa quantità di denaro producendo meno rifiuti.
Questo ragionamento, molto generico, ha prodotto il risultato che a soli due anni dalla pubblicazione
del Piano di Prevenzione l’obiettivo di riduzione in esso fissato è già stato raggiunto e superato.
Evidentemente non era un obiettivo sufficientemente preciso e ambizioso.
Il ragionamento che ha portato alla definizione degli obiettivi del vigente Piano di Prevenzione può
essere reso più semplice e maggiormente efficiente se ci si affida ad indicatori più razionali e precisi
come ad esempio l’analisi dei cicli produttivi (attraverso anche lo strumento del calcolo dell’impatto
ambientale lungo il ciclo di vita – LCA) e l’analisi delle abitudini di consumo dei cittadini. Conoscere nel
dettaglio questi parametri significherebbe poter fissare uno “zero” da dove partire per quantificare
con esattezza e per ogni categoria di rifiuti degli obiettivi di prevenzione mirati sia a breve che a medio
e lungo termine.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Un altro obiettivo da perseguire in tema di prevenzione è senza dubbio la revisione del quadro
pedagogico e andragogico, cioè della formazione di bambini e adulti in tema.
Ad oggi assistiamo alla situazione paradossale per cui le scuole, strozzate dai tagli economici e private
di conseguenza di qualunque autonomia decisionale, sono costrette ad “accogliere” i progetti formativi
proposti dai gestori di rifiuti, i quali li usano per operare una costante attività di lobbying a vantaggio
della loro visione.
Sarebbe necessario risolvere questo ennesimo conflitto d’interesse impedendo ai gestori di rifiuti di
fare questo tipo di attività, che deve essere invece appannaggio delle pubbliche amministrazioni.
Durante l’ultima legislatura il M5S ha fatto diverse proposte riguardanti la prevenzione dei rifiuti. Si
cita ad esempio la proposta di legge Vignaroli sulla reintroduzione sperimentale del “vuoto a
rendere”, approvata, anche se in forma più morbida, nel Collegato Ambientale (Art. 39 Legge n.
221/2015). Questa vecchia e consolidata pratica di buon senso ovviamente, nel caso il M5S diventasse
forza di governo, verrebbe implementata in modo deciso e organizzato su tutto il territorio nazionale.
Si dovrà in particolare allargare la platea degli imballaggi e delle filiere ad essi connesse e passare da
una fase sperimentale ad una ordinaria.
2.6 Economia circolare e gestione imballaggi
Procedendo con le fasi di gestione dei rifiuti è necessario fermarsi sull’economia circolare.
2.6.1 Introduzione
L’uomo è l’unico animale che produce scarti. Occorre approcciare la produzione con uno sguardo alla
Biomimetica, ossia avere la capacità di trasferire lo studio e l’analisi dei processi biologici dal mondo
naturale a quello artificiale tramite la mimesi dei meccanismi che governano la natura, che non
produce scarti, per imparare da essa.
2.6.2 Contesto normativo attuale
2.6.2.1 Europa
La Commissione Europea il 2 luglio 2014 emanò le bozze di revisione delle sei direttive sui
rifiuti, pacchetto aria pulita ed economia circolare, intese a sviluppare un’economia più
circolare e a promuovere il riciclaggio al fine di promuovere un’economia low-carbon in
Europa. Queste proposte furono escluse dalla programmazione 2015 per le pressioni esercitate
da alcune lobbies dell’industria dei fossili. Si parlò di necessità di competitività, ma al contrario
per rendere l’Europa più competitiva occorre ridurre la domanda e la dipendenza da materie
prime che sono risorse scarse e costose. Occorre anche ridurre la domanda e la dipendenza di
energia tramite l’efficientamento che si traduce in riduzione dei processi di estrazione,
d’importazione di materia prima, di recupero e riciclo post produzione; per far questo occorre
indurre il mercato a ottimizzare la produzione di materia, investire in materia più facilmente
riutilizzabile e riciclabile, con ciclo d vita più efficiente e minor impatto ambientale.
L’Europa è lontana dall’obiettivo “vivere bene entro i limiti del nostro pianeta” del 7°
Programma d’azione europeo per l’ambiente:
• si raccoglie per l’avvio al riciclo solamente il 26% delle materie plastiche immesse al
consumo;MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

32
• circa il 50% della plastica va ancora in discarica e il resto è incenerito con uno spreco
di materia e costi sanitari insostenibili;
• l’aumento dal 26% al 62% della percentuale di riciclo permetterebbe la creazione di
oltre 360.000 nuovi posti di lavoro;
• l’utilizzo di plastiche riciclate al posto di plastiche vergini inoltre consentirebbe
notevoli risparmi alle industrie di trasformazione, valutabili in 4,5 Miliardi di
Euro/anno;
• 75 miliardi l’anno l’impatto economico delle conseguenze dell’inquinamento (soltanto
quello marino è valutato in tredici miliardi) da emissioni di gas serra che avvengono
durante l’estrazione e trattamento delle materie prime e dell’inquinamento dell’aria
causato dall’incenerimento delle plastiche.
L’Italia si colloca al 20° posto tra i paesi meno performanti nella gestione dei rifiuti in Europa
questo a causa di:
• politiche deboli o inesistenti di prevenzione dei rifiuti,
• assenza di incentivi alle alternative al conferimento in discarica e inadeguatezza delle
infrastrutture per il trattamento dei rifiuti.
I sei paesi membri che occupano i primi posti della classifica si distinguono per avere:
• tasse sul conferimento in discarica e/o divieti di smaltimento in discarica per alcuni
materiali riciclabili.
• il sistema di tariffazione puntuale.
• l’applicazione di legislazioni di responsabilità estesa del produttore che assoggettano
i produttori a pagare i costi economici generati dal ciclo di vita completo dei loro
prodotti, fine vita incluso.
2.6.2.2 Italia
I comuni italiani ricevono dal Conai i corrispettivi più bassi di Europa, anche tenendo conto
degli aumenti introdotti con l’ultimo accordo siglato, difficilmente copriranno più di un terzo
del costo complessivo.
Nei paesi europei dove la responsabilità del produttore non si estende agli enti locali, come
Germania, Austria, e alcuni paesi del nord Europa, gli enti locali non si occupano della raccolta
degli imballaggi, sono i produttori che devono organizzarla e pagarne i costi per intero.
Il C.A.C. italiano risulta tra i più bassi a livello europeo, come affermato dallo stesso Conai, ma
questo dato, da un lato non favorisce il riciclo dall’altro favorisce una produzione
indiscriminata e incontrollata di beni con un costo ambientale molto alto che viene quasi del
tutto esternalizzato.
Solamente il 16% dei Comuni italiani ha raggiunto o superato nel 2014 l’obiettivo del 65% di
raccolta differenziata (previsto per legge al 2012). Il sistema CONAI ha fatto il suo corso.
L’accordo ANCI Conai non porta ai Comuni le risorse necessarie per una RD finalizzata al riciclo
di materia,
Il sistema per una serie di interessi in conflitto non ha nella riduzione e nel riciclo l’obiettivo
economicamente più conveniente, così come non agevola il sistema di tariffazione nella
raccolta. MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

33
2.6.3 Proposte
1. Progettare beni già pensati per il riuso, la riparazione , il riutilizzo, il riciclo, che abbiano il maggior
ciclo di vita possibile e la minor impronta ambientale possibile.
2. Strutturare lo “scarto” di produzione dentro l’economia circolare di recupero di materia,
sviluppando sistemi produttivi connessi in simbiosi industriale.
La simbiosi industriale è uno strumento “relazionale” rivoluzionario, capace di chiudere i cicli delle
risorse tramite lo scambio di risorse tra due o più industrie dissimili, intendendo con “risorse” i
materiali (sottoprodotti o rifiuti), ma anche le fonti energetiche, i servizi, le esperienze. Le esperienze
già esistenti in tal senso vanno implementate.
Per quel che riguarda specificamente il flusso degli imballaggi in plastica va detto che, al di fuori di
frazioni nobili quali le bottiglie in Pet e i flaconi in HDPE, una quota ancora troppo alta di tali residui è
avviata ad incenerimento. In tale direzione va limitato a monte l’utilizzo plastiche miste (vedi plasmix)
per la realizzazione di prodotti e imballaggi per evitare che la successiva fase di riciclo sia complessa.
Contestualmente occorre puntare a quelle tecnologie recenti in grado di trasformare in materia anche
le plastiche miste, ma che non godono di politiche economiche di sostegno come è avvenuto per
l’incenerimento e la produzione di energia.
L’utilizzo di imballaggi in plastica usa e getta va contrastato attraverso l’utilizzo di beni riutilizzabili o,
subordinatamente, di manufatti compostabili secondo gli standard tecnici Uni-EN 13432 (vedere Atto
Senato num.2804 a prima firma di Moronese: “Disposizioni per il divieto di utilizzo di stoviglie e
contenitori di plasticadestinati alla ristorazione collettiva” –
http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/Ddliter/47974.htm).
2.6.3.1 Cambiamento di modello culturale
Quando il prodotto o il packaging arriva sullo scaffale i giochi sono ormai fatti.
Si tratta a quel punto di un problema da risolvere, come riutilizzare, come riciclare, come
smaltire il prodotto post consumo, mentre la partita si gioca quasi tutta a monte, all’atto della
produzione.
I nostri obiettivi ambiziosi richiedono un cambio di modello culturale di coesistenza e di
consumo, ma anche di disposizioni legislative innovative, capaci di proiettarci in una nuova
visione circolare dell’economia.
È fondamentale:
• spostare il costo ambientale a monte, nella responsabilità del produttore,
“responsabile” del peso ecologico del bene prodotto e immesso sul mercato per tutto il
suo ciclo di vita. Il peso ecologico dovrà tradursi in un Costo Ambientale valutato su
tutto il ciclo di vita: estrazione, produzione, recupero, riciclo, eventuale smaltimento.
• allargare l’idea di riciclo oltre le strette frontiere dell’imballaggio che pure ha un costo
e un peso importante sulla produzione dei rifiuti, a tutti i rifiuti e beni immessi in
consumo.
• cambiare il sistema dei consorzi in sistemi autonomi, in cui sia garantita la
partecipazione di tutti i portatori di interessi compresi i riciclatori e non solo dei
produttori, cui dovrà essere sottratta la proprietà dei rifiuti.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Il CONAI dovrà essere sostituito da un Agenzia del Riciclo pubblica, cui partecipano in misura
paritaria tutti gli operatori economici interessati unitamente ai rappresentanti dei Ministeri
dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare e dello sviluppo economico e ai
rappresentanti delle amministrazioni pubbliche e delle associazioni dei consumatori; essa
verificherà tra l’altro l’adozione da parte dei comuni di sistemi efficaci di raccolta, che tendano
alla effettiva massimizzazione del riciclo e nel rispetto degli obiettivi di prevenzione e
riciclaggio stabiliti. A tal fine si prevede l’esclusione dal calcolo delle percentuali per il
raggiungimento degli obiettivi di raccolta differenziata delle quantità residuali eventualmente
destinate a qualsiasi forma di recupero energetico o smaltimento tramite combustione.
L’agenzia lavorerà in stretta collaborazione con un Centro di Ricerca che si occuperà di
valutare le caratteristiche dei materiali immessi in produzione in commercio e il loro costo
ambientale (C.A.).
I consorzi potranno non avere carattere nazionale, ma dovranno occuparsi di un tipo di
imballaggio in qualsiasi condizione di mercato.
Il Costo Ambientale del prodotto dovrà essere pagato dal produttore per intero e dovrà essere
riportato in etichetta per rendere responsabile anche il consumatore nei suoi acquisti.
Il costo ambientale dovrà essere valutato su:
• quantità di materia prima utilizzata;
• indice di riutilizzo del bene;
• indice di riciclabilità;
• difficoltà di raccolta, cernita e pulizia;
• quantità di CO2 emessa dal prodotto dalla produzione allo smaltimento.
Il C.A. sarà la vera molla verso lo sviluppo dell’eco progettazione che ci porterebbe:
• verso la ricerca di materiali e prodotti sempre meno impattanti;
• verso un ciclo di vita più lungo e performante;
• un uso diffuso di materia riciclata;
• una ricerca di soluzioni in simbiosi industriale;
• verso il minor impatto e la migliore performance;
Il perseguimento di questi obiettivi si traduce in un Disegno di legge d’iniziativa n. 2114
(http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/957265/index.html della Senatrice
Nugnes).
Sul tema del recupero di materia (riciclo della frazione secca e riciclo dell’organico –
compostaggio-), la prima azione sarà mettere a punto un piano nazionale con incentivi per
l’estensione della raccolta differenziata domiciliare (cosiddetto ‘porta a porta’) con tariffa
puntuale (“meno rifiuti produci meno paghi”) in tutti i comuni d’Italia. Abbiamo svolto uno
studio sull’efficacia tecnica ed economica dei metodi di raccolta RSU: la Raccolta
Differenziata porta a porta rispetto a quella stradale è costata il 22% in meno per tonnellata di
rifiuti totali gestiti, e il 17% in termini di costo per abitante. La raccolta domiciliare porta a
porta spinta dà i maggiori risultati in termini di percentuale di RD e di conseguenza di
riduzione dei costi. E’ necessario preliminarmente che sia chiarito normativamente il MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

35
perimetro della c.d. “circular economy” inteso quale procedimento in cui il bene viene
utilizzato, diventa rifiuto, e poi, a valle di un procedimento di recupero, cessa di essere tale per
essere riutilizzato quale materia seconda per la produzione di un nuovo bene (in
contrapposizione al modello di “economia lineare” in cui i beni divenuti rifiuti sono avviati
semplicemente a smaltimento dopo il loro utilizzo). Ad oggi, infatti, per cogliere appieno le
opportunità della circular economy mancano i decreti sia comunitari che nazionali sul fine vita
(end-of-waste) di molte tipologie di rifiuto impedendo agli operatori di avere regole chiare sul
procedimento di riciclo da mettere in campo, non essendo ad oggi sufficientemente chiari i
criteri in base a cui un rifiuto riassume la qualifica di prodotto. Va posta attenzione ai
provvedimenti in corso di emanazione in modo che venga garantita la sicurezza dei processi e
del prodotto finale.
In relazione alla gestione del rifiuto indifferenziato che ancora costituisce una parte
significativa in percentuale del rifiuto urbano e assimilato nelle principali città italiane vanno
implementate le tecnologie, ad oggi già esistenti, per il trattamento ed il recupero di materia
del CSS-rifiuto (già CDR) e della FOS (frazione organica stabilizzata) altrimenti,
rispettivamente, destinati ad inceneritori o in discarica.
Le filiere del riciclo di alcune materie sono strutturate da tempo, ma hanno ormai bisogno di
essere riviste, in particolare per quanto riguarda la gestione dei consorzi di riciclo. Ci sono
alcuni materiali che attualmente per convenienza economica vengono inceneriti o messi in
discarica, ma potrebbero invece essere trasformate in materia, come le plastiche miste. Misure
prioritarie saranno la defiscalizzazione dell’acquisto di prodotti ricavati da queste plastiche
miste, attualmente considerate degli scarti da bruciare, e di un fondo da destinare ai Comuni
che intendano utilizzare questi manufatti nell’arredo urbano. Questo significa dar vita ad un
nuovo mercato di imprese del riciclo e ridurre progressivamente a zero il ricorso
all’incenerimento. Sarà importante la defiscalizzazione dei prodotti privi di imballaggio e lo
stop agli incentivi economici a inceneritori. Fondamentale sarà anche favorire il
compostaggio, sia attraverso l’educazione ambientale scolastica sia attraverso sgravi fiscali ad
agricoltori che ricorrano ad ammendanti e fertilizzanti organici ricavati da compostaggio
aerobico. Forte impulso andrà poi dato alle nuove tecnologie di recupero materia, attraverso
una serie d’incentivi alla ricerca sul recupero a freddo delle plastiche miste.
2.6.4 Plastiche e oceani
2.6.4.1 Premessa
Il mare, che copre il 71 % della superficie del nostro pianeta, si trova, a causa della forte
pressione antropica, in una situazione a dir poco critica, tra pesca illegale ed eccessiva,
sversamenti più o meno legali di sostanze inquinanti, idrocarburi come il petrolio e
inquinamento dovuto alle plastiche. Il 10% della plastica prodotta ogni anno nel Mondo – 280
milioni di tonnellate – finisce in mare.
Un recente studio pubblicato sulla rivista Science Advances sostiene che l’umanità abbia
prodotto oltre 8,3 miliardi di tonnellate di plastica dal 1950 ad oggi, molta della quale galleggia
negli oceani, formando arcipelaghi innaturali o in discariche a cielo aperto. MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Secondo Greenpeace le plastiche costituiscono una percentuale tra il 60 e l’ 80 per cento dei
rifiuti presenti in mare e sono presenti sia in grandi dimensioni (macroplastiche, con diametro
o lunghezza maggiore di 25 millimetri, e mesoplastiche, tra 5 e 25 millimetri), sia attraverso
particelle di piccole dimensioni (microplastiche, con un diametro tra 5 e 0,33 millimetri e nano
plastiche, inferiori a 0,33 millimetri e il cui campionamento risulta impossibile con metodi
tradizionali).
I residui di grandi dimensioni derivano dagli imballaggi, prodotti monouso etc. gettati nelle
discariche, nei corsi d’acqua o negli scarichi urbani. Ma sebbene tali rifiuti siano facilmente
visibili, il 90 per cento delle plastiche in mare è rappresentato dalle microplastiche, su cui è
incentrata la campagna «Mare Nostro» dall’associazione Marevivo.
Secondo i dati di Greenpeace, infatti, nei mari di tutto il Pianeta si trovano dai 5mila ai 50mila
miliardi di microplastiche. Con particolare attenzione al Mediterraneo, il programma
Mediterranean Endangered (2011) ha sollevato come le microplastiche costituiscano il
principale responsabile della contaminazione del Mediterraneo: un volume stimato tra le 1000
e 3000 tonnellate solo di plastiche galleggianti.
La loro immissione nell’ambiente marino è quotidiana e deriva da molteplici fonti come la
disgregazione e deterioramento delle macroplastiche, la perdita di fibre tessili nei lavaggi dei
capi di abbigliamento, l’impiego degli strumenti da pesca e l’utilizzo di prodotti per la cosmesi.
Siamo dunque inconsapevolmente responsabili dell’inquinamento dei nostri mari attraverso le
semplici azioni quotidiane: lavaggio di abiti contenenti percentuali di poliestere o di altre fibre
sintetiche, utilizzo di alcuni prodotti per l’igiene personale (scrub facciale, shampoo e saponi,
dentifrici, eyeliner, creme solari, detergenti esfolianti, con una produzione media al giorno di
2,4 mg di microplastiche.) In alcuni cosmetici le microplastiche possono rappresentare dall’1 al
90 per cento del peso del prodotto e, nella sola Europa, nel 2013 ne sono state impiegate quasi
5.000 tonnellate per la formulazione degli stessi.
Per quanto riguarda i frammenti derivati dai capi di abbigliamento, ad incidere sulla loro
produzione contribuiscono le cattive abitudine di lavaggio: le alte temperature utilizzate, gli
alti pH dei detergenti impiegati, i programmi di lavaggio lunghi o che prevedano passaggi in
centrifuga ad alte velocità che danneggiano i capi inducendo il rilascio di un maggior numero di
fibre sintetiche nelle acque di scarico. Oggi si stima che ci siano nelle acque marine di 1,4
milioni di trilioni di microfibre. E circa il 50-60% dei capi che indossiamo sono prodotti con
materiali sintetici, come il poliestere.
Negli ultimi anni il problema delle plastica nei mari ha sollevato l’attenzione internazionale
fino ad arrivare alle stesse Nazioni Unite, a fronte del drammatico impatto sull’ambiente
marino e la sua biodiversità, sulla qualità e entità degli stock ittici e quindi sulla salute dei
consumatori.
2.6.4.2 Danni per salute e ambiente
A causa di una pessima gestione nella raccolta, riciclo e riuso delle plastiche, oltre che
dell’incapacità degli impianti di trattamento delle acque di trattenere tutti i rifiuti che
raggiungono il mare, enormi quantità di plastica finiscono negli oceani, con ripercussioni per
tutto l’ecosistema marino e terrestre. Le plastiche non sono biodegradabili a breve termine
risultando, quindi, pericolose per l’ambiente e la fauna marina. MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Le microplastiche, infatti, possono entrare nella catena alimentare a fronte delle loro ridotte
dimensioni tramite l’ingestione più o meno volontaria da parte di un numero enorme di
organismi marini: i filtratori, come le cozze, le vongole o le ostriche, possono contaminarsi con
l’acqua che filtrano per nutrirsi, mentre i pesci possono ingerirle sia direttamente,
scambiandole per prede o plancton, sia attraverso il consumo di prede contaminate.
I frammenti di plastiche veicolano inoltre altre sostanze, i POP Persistent Organic Pollutants,
tra i quali sono famosi i PCB o il DDT e gli ftalati (usati per modellare la plastica stessa),
causando problemi alla fertilità e al sistema immunitario degli animali marini, quando non
provocano negli stessi soffocamento diretto.
Dai pesci inoltre tali sostanze giungono direttamente all’uomo, tramite i fenomeni di
biaccumulo e biomagnificazione, con effetti nocivi facilmente intuibili e oggetto dell’attenzione
internazionale.
Come se non bastasse la contaminazione da plastica coinvolge anche le acque potabili: una
recente inchiesta del The Guardian basata sullo studio di Orb Media, condotta analizzando 159
campioni di acqua potabile raccolta in varie città di tutto mondo, ha rivelato come oltre l’80%
di acque potabili siano contaminate da microfibre di plastica, percentuale leggermente più
bassa in Europa, stimata comunque al 72%.
2.6.4.2 Proposte
Risulta dunque quanto mai necessario, come ricorda la stessa Legambiente nel dossier «Plastic
free sea», intervenire nella riduzione delle microplastiche in modo da salvaguardare non solo
l’ambiente marino ma anche la nostra salute e la nostra economia: 500 milioni di euro l’anno
sono i costi del marine litter per l’Unione europea, considerando solo i settori del turismo e
della pesca.
Il 4 Gennaio, 2016 il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha firmato la legge che vieta, a
partire da metà 2017, la vendita o la distribuzione di prodotti cosmetici contenenti micro-
plastiche. Stesso provvedimento è stato adottato in Inghilterra, che metterà al bando già dal
2018 i prodotti cosmetici contenenti microplastiche.
La stessa Unep raccomanda un approccio precauzionale nella gestione delle
microplastiche, con una eventuale eliminazione e divieto del loro uso nei prodotti per la
cura della persona e dei cosmetici.
In Europa la questione sta iniziando, lentamente, a destare interesse, tanto che la Commissione
Europea ha recentemente dichiarato che presenterà, entro la fine del 2017, una strategia
specifica per le materie plastiche nell’ambito del piano d’azione per l’economia circolare ed ha
avviato studi volti a indagare tutte le fonti microplastiche e le opzioni per ridurne le emissioni.
Le pressioni giungono dal mondo delle associazioni ambientaliste e dei consumatori.
In Italia, per sollevare il problema abbiamo presentato da tempo, in Parlamento, la risoluzione
7-00907, la mozione 1-01330 e altri atti di indirizzo, allo scopo di: sollecitare il monitoraggio e
favorire il divieto dell’utilizzo di microplastiche nei prodotti cosmetici; revisionare la
normativa sull’uso di questi nanomateriali da parte dell’Unione europea; prevedere l’obbligo MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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dell’indicazione in etichetta dell’utilizzo delle nanoparticelle per la produzione di cibi e
bevande; promuovere la ricerca di tessuti sintetici che non perdano microfibre.
Successivamente è stata presentata anche la p.d.l. 3852, volta a chiedere il divieto dal 1°
gennaio 2019 a produrre e mettere in commercio prodotti cosmetici contenenti
microplastiche.
Contemporaneamente a tali atti politici abbiamo deciso di promuove una petizione per
supportare e dare maggiore rilievo alla nostra iniziativa contro i micro-granuli e in difesa dei
mari, dei laghi e degli esseri viventi che li popolano, oltre a supportare la costante attività di
denuncia da parte delle associazioni ambientaliste, per la difesa dell’ambiente e della nostra
stessa salute.
2.7 Smaltimento in discarica
Inoltre, è necessario prevedere specifici controlli sulle procedure di gestione post mortem delle
discariche, a partire dalla verifica delle fidejussioni, e naturalmente sulle attività connesse alla bonifica
e al ripristino ambientale dei siti di discarica non più attivi (vedi Capitolo 2 del presente testo).
2.8 Piano nazionale di gestione dei rifiuti e piano logistico nazionale
Attualmente la legge prevede che siano soprattutto le Regioni a farsi carico della pianificazione in
materia impiantistica e di definizione dei flussi, con il risultato che manca completamente un
coordinamento nazionale in materia. In pratica, una regione come il Molise, che conta meno abitanti di
Firenze ed è grande come la provincia di Brescia, viene messa sullo stesso piano della Lombardia che
conta, da sola, un sesto della popolazione nazionale.
Piano logistico nazionale: un piano chiaro, pubblico e aggiornato che regoli finalmente i flussi
di urbani e speciali da una regione all’altra e i flussi transfrontalieri.
2.9 Piano impiantistico nazionale (art. 16 c.1 dir. 2008/98)
Per quanto riguarda nello specifico il tema degli inceneritori, il Governo oggi considera tali impianti
come “infrastrutture ed insediamenti strategici di preminente interesse nazionale” e prevede di costruire
ulteriori 8 nuovi inceneritori in Italia (DPCM agosto 2016 in attuazione decreto “Sblocca Italia” DL
133/2014). Il DPCM ha tentato di utilizzare quanto stabilito dall’art. 16 della Direttiva quadro, ovvero
la creazione di una rete nazionale di impianti di smaltimento dei rifiuti, per fare l’ennesimo favore alle
lobbies amiche.
Il gruppo parlamentare del M5S, e in particolare la Commissione Ambiente, ha fortemente contestato il
provvedimento governativo e ne ha messo a nudo tutte le debolezze e le contraddizioni: giova
ricordare in questa sede il fatto che il DPCM non tenga conto del surplus impiantistico di molte regioni
del nord Italia (e dunque non preveda alcun piano di dismissione e/o redistribuzione degli impianti) e
che il quadro conoscitivo che il Governo ha usato è completamente falsato e inattendibile. Oltretutto la
Direttiva europea è chiarissima, nella misura in cui impone la creazione di una rete strategica di
impianti di recupero della frazione indifferenziata e impianti di smaltimento, dunque impianti di
trattamento rifiuti con recupero energetico (non solo inceneritori), senza recupero energetico e
discariche. Il piano governativo prende in esame solo gli impianti di incenerimento e questo lo rende
sostanzialmente illegittimo, oltre che inattendibile e tecnicamente inutile. Oltretutto non vengono
conteggiati inceneritori di rifiuti speciali e cementifici che trattano già CSS o hanno in corso le richieste
autorizzative in tal senso.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Per questo il M5S propone un piano organico che tenga conto non solo del fabbisogno di inceneritori,
ma di tutti i tipi di impianti finalizzati al trattamento dei rifiuti sia urbani che speciali. Questo perchè
con la lungimiranza che ci contraddistingue (“pensare alla prossima generazione anziché alla prossima
campagna elettorale”) riteniamo necessario andare oltre quanto richiesto dalla Direttiva quadro e
dunque non limitarsi ai soli impianti di recupero energetico e smaltimento, ma allargare il concetto
anche a tutte le altre tipologie di impianti necessari per il trattamento dei rifiuti, sia urbani che
speciali. Questo piano, unito al piano logistico e ai Piani nazionali di Prevenzione e gestione definirà
una struttura portante oggettiva, affidabile e duratura che permetterà, sia al pubblico che agli addetti
ai lavori, di conoscere le informazioni e di evitare sprechi di risorse, conflitti di competenze e di
rendere maggiormente difficoltosa l’infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia dei rifiuti.
Per bloccare la costruzione dei nuovi inceneritori e arrivare, entro un ragionevole lasso di tempo,
alla chiusura di tutti gli impianti di incenerimento oggi esistenti, oltre ai dati sovraesposti è
necessario come già indicato:
• l’abolizione degli incentivi, armonizzando la posizione degli imprenditori (che hanno
investito in tale attività facendo lecitamente affidamento su di una normativa permissiva) e la
primaria esigenza della salute dei cittadini;
• riduzione a monte dei rifiuti (collegamento con economia circolare);
• incrementare percentuale della raccolta differenziata (si può arrivare in breve tempo al 70%
a livello nazionale);
• riciclare quello che è stato raccolto con la differenziata;
• trattamento del residuo 30% in modo da ridurre ulteriormente la quantità di rifiuti e
portando avanti la ricerca su altri metodi di recupero.
Cosi operando, alla fine della filiera, ci si ritrova con una quantità di rifiuti grosso modo uguale alla
quantità che residua dopo il trattamento dei rifiuti tramite inceneritore (oltre 1milione di tonnellate
all’anno di ceneri e altri rifiuti). Il grande vantaggio è che, nel nostro caso, a differenza di come accade
per il materiale di risulta degli inceneritori, si tratta di materiale non tossico con minore impatto
ambientale e che comporta minori spese di gestione.
Per chiudere, si aggiunga che in base ad una nostra ricerca abbiamo appurato che già oggi una
accurata pianificazione impiantistica permetterebbe di spegnere da subito almeno 10
inceneritori sul territorio
nazionale (su 41 inceneritori nazionali per RSU).
2.10 Direttive nazionali su disciplinare di gara per affidamento servizio igiene
ambientale
Il disciplinare di gara per l’affidamento del servizio di igiene ambientale, se si prevede anche
l’affidamento della raccolta a un privato, sarà formulato dai comuni afferenti ad un determinato
Ambito di Raccolta in base alle indicazioni che sono già state oggetto dell’attenzione del gruppo
parlamentare e che si sono concretizzate nell’elaborazione di un “disciplinare tipo” del quale si
riportano in questa sede i punti salienti:
• durata del contratto di affidamento non superiore a 5 anni;
• criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa (no massimo ribasso);
• nessuna proprietà diretta o indiretta di impianti di trattamento e/o smaltimento rifiuti;
• possesso di un sistema di pesatura alla fonte e tracciabilità dei rifiuti raccolti;MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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• trasparenza e pubblicazione on line di tutte le informazioni riguardanti la filiera, inclusi i dettagli
dei costi e dei ricavi.
2.11 Recepimento indicazioni dall’Antitrust (ambiti di raccolta, conflitto di interessi,
gestione rifiuti urani)
Attualmente abbiamo una situazione per cui è virtualmente impossibile evitare conflitti d’interesse fra
prevenzione e gestione dei rifiuti, fra pubblico e privato, fra riciclaggio e smaltimento, fra necessità di
controllo e inclinazione al clientelismo.
Prima di scendere nel dettaglio della proposta è utile esaminare la situazione attuale, altrimenti si
potrebbe cadere nella facile tentazione del “compromesso al ribasso”, che alla fine si tradurrebbe in un
nulla di fatto, perchè non risolvere anche solo uno degli aspetti che causano i conflitti d’interesse
automaticamente finirebbe col portarsi dietro tutta la filiera e riprodurre le criticità attuali.
Oggi abbiamo gli ATO (ambiti territoriali ottimali) che hanno, o dovrebbero avere, funzione di
pianificazione e controllo: ad esempio dovrebbero stabilire la quantità, la tipologia e l’ubicazione degli
impianti necessari al trattamento dei rifiuti, monitorarne la produzione, la qualità, il movimento,
pianificarne i flussi, vigilare sul raggiungimento degli obiettivi fissati e aggiornarli al momento
opportuno.
In realtà questa situazione non si verifica quasi mai, perchè come abbiamo visto parlando di revisione
della classificazione, i RSU possono diventare RS e di conseguenza aggirare il principio di prossimità e
viaggiare liberamente da una regione all’altra seguendo da una parte il principio dei “vasi
comunicanti” (cioè il principio secondo il quale ogni impianto deve lavorare al massimo della sua
capacità, quindi i rifiuti tendono ad andare verso gli impianti non completamente utilizzati) e dall’altra
il principio del “libero mercato” (cioè mando i rifiuti
dove il trattamento costa meno).
Per questo riteniamo necessario e non ulteriormente differibile rimettere in discussione dalle
fondamenta l’organizzazione stessa del sistema di gestione dei RSU.
Oltre a ridisegnare la mappa degli ATO dovremo determinare anche gli ambiti di raccolta, ovvero dei
territori contigui, omogenei e limitati dove un gestore eserciti il suo compito. In base alle indicazioni
dell’Autorità Antitrust (si veda la relazione di Febbraio 2016 sui rifiuti urbani) tali ambiti di raccolta,
per garantire la concorrenza, dovrebbero essere non più grandi di 100000 utenze, vale a dire circa
200000 abitanti, potrebbero raggiungere al massimo 500.000 abitanti. Sempre secondo l’Antitrust le
grandi città possono essere suddivise in più ambiti di raccolta: ad esempio Roma potrebbe essere
suddivisa in più ambiti, ciascuno con un diverso gestore. Si tratta di un cambiamento di prospettiva
radicale: oltre a ristabilire l’equilibrio impiantistico (vedi punto precedente sul piano impiantistico
nazionale) si rende necessario stabilire la seguente architettura generale, con compiti ben precisi per
ciascuno degli attori coinvolti.
ATO: enti di controllo e organizzazione territoriale locale. Verificano il rispetto degli obiettivi, vigilano
sull’operato dei gestori a livello di bacino di raccolta e ne coordinano le attività. Interagiscono con il
Ministero dell’ambiente dal quale dipende la pianificazione nazionale e con le Regioni e i Comuni.
COMUNI: Hanno il compito di controllare l’operato dei gestori a livello comunale, di nominare gli
ispettori ambientali e di attuare le politiche di prevenzione sul territorio. Possono istituire centri di
riparazione e riuso. Affidano il servizio di igiene urbana ai gestori in base al capitolato di gara (vedi MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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punto del programma appositamente dedicato). I Comuni non possono in alcun modo essere parte in
causa nella gestione diretta dello smaltimento dei rifiuti, nè attraverso la proprietà di impianti, nè
attraverso la proprietà o la partecipazione societaria in soggetti gestori.
Possono essere però loro stessi gestori ambientali.
È necessario garantire, oltre che l’assenza di conflitto d’interesse fra prevenzione e gestione,
l’imparzialità e l’indipendenza del controllo e della vigilanza sull’operato del gestore titolare
dell’affidamento.
GESTORI: i gestori hanno il compito di eseguire il servizio di raccolta (ed esclusivamente di raccolta)
secondo i parametri del capitolato di gara. Al gestore non è consentito essere proprietario di impianti
di smaltimento, riciclaggio, recupero energetico o altro tipo di trattamento, eccetto l’eventuale
compattazione dei rifiuti prevista nei centri di raccolta. In ogni caso la gestione della raccolta deve
essere separata dallo smaltimento in ambito privato.
È in corso la valutazione delle esperienze di raccolta dei rifiuti a gestione pubblica (singoli comuni o
consorzi di comuni), con risultati preliminari promettenti, che dovranno essere rivalutate su
tempistica pluriennale e in merito al rischio di conflitto d’interesse presente anche nel settore
pubblico.
Si stanno moltiplicando le esperienze di gestori pubblici della raccolta (singoli comuni o consorzi
anche vasti), in questo caso, con un’adeguata trasparenza il gestore pubblico può anche possedere gli
impianti. È interessante notare (vedi: “studio economico rifiuti” pagg. 236-237 –
https://drive.google.com/file/d/0B9OHb2RR8TL-eG9VREtPT2x3M1U/view?usp=sharing) che queste
esperienze in molti casi hanno portato a risultati anche economici molto favorevoli, rispetto sia a
singoli gestori privati della raccolta che ai dati medi per abitante e per utenza domestica e non
domestica.
Quando il gestore della raccolta è privato o misto, il costo per abitante si aggira intorno ai 180 euro,
185 euro per utenza domestica, 1170 per quella non domestica.Quando il gestore è pubblico, cioè
quando la società è gestita dal Comune o da un consorzio di comuni, il costo per abitante si riduce a
165 euro, 175 per l’utenza domestica, 1090 per la non domestica.
La gestione pubblica fa risparmiare attualmente il 7% alle utenze non domestiche, il 6% per utenza
domestica, il 9% per abitante.
Unendo vari fattori, come la gestione pubblica e un bacino adeguato, si arriva a virtuosismi anche su
scala di 500.000 persone (che corrisponde ai dati dell’Antitrust) con 111 euro procapite in città come
Treviso, con risparmi del 62% procapite sulla gestione privata media, dell’11% sull’utenza domestica,
del 48% sull’utenza non domestica.
Lungi dal voler porre una regola in tal senso (meglio il gestore pubblico o privato della raccolta),
notiamo che questi dati fanno emergere un mercato drogato con scarsa concorrenza dove anche
piccole realtà riescono a spuntare costi molto bassi a differenza di realtà più vaste dove più che
economia di scala si realizzano verosimilmente veri e propri cartelli (fra grandi gestori soprattutto).
Questo farà in modo che il gestore non avendo da far funzionare impianti sarà motivato alla
massimizzazione dei ricavi dalla vendita delle materie riciclabili (vedi anche capitolo sulla revisione
del sistema dei consorzi di filiera imballaggi).
TITOLARI DI IMPIANTI: le aziende private titolari di impianti (gli impianti previsti dal piano
nazionale) saranno remunerate “on demand”, cioè solo sulla base dell’ effettivo utilizzo degli MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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impianti da parte dei Gestori dei rifiuti che vi conferiscono. Questo innescherà un circuito virtuoso
dove gli impianti lavoreranno in modo continuo, efficiente e pianificato, i gestori avranno interesse a
ricorrervi il meno possibile (e perciò a massimizzare RD e riciclaggio) e i comuni non avranno alcun
conflitto d’interesse e dunque avranno le mani libere per fare prevenzione e controllo.
In ogni caso la separazione delle fasi della filiera è fondamentale per evitare conflitti d’interesse e
avere un prezziario chiaro in un mercato davvero opaco.
2.12 No ai conflitti di interesse: la gestione dei rifiuti deve essere nelle mani del
Comune
I dati in merito alla gestione della raccolta da parte dei Comuni sono molto interessanti e, grazie a
quanto sta emergendo, sarà possibile porre fine al verminaio creato con società miste che mescolano
pubblico e privato per avere facilità di assunzioni senza concorso e controllo del consenso politico, per
essere meno tracciate dal punto di vista della struttura societaria e per facilitare spartizione di
dividendi non legati né mirati alla qualità del servizio e alla riduzione delle tariffe per cittadini e
imprese.
La valutazione economica delle filiere gestionali (dati studio su procapite e utenze D e ND)
suggeriscono di considerare con attenzione la “gestione mista”.
La gestione mista e le inchieste su verosimili truffe plurimiliardarie, come quella su ATO SEI in
Toscana, dove appunto l’appalto fu assegnato a una società mista, suggeriscono lo scarso controllo
della filiera sul versante economico, concorrenziale e ambientale di questo sistema.
Il “socio privato” consente di:
• non essere tracciati facilmente da un punto di vista societario (visure pubbliche se società
pubblica, il caso SEI ha visto la vittoria dell’appalto da parte di una società mista);
• ricevere affidamenti diretti (per quanto concerne la parte pubblica);
• ricevere dividendi azionari non tracciati (per quanto riguarda la parte privata) da utilizzare a
scopo elettorale in assenza di trasparenza;
• poter assumere senza concorsi.
2.13 Raccolta domiciliare porta a porta spinta
Abbiamo svolto uno studio sull’efficacia tecnica ed economica sui metodi di raccolta RSU: una
relazione comparativa sui costi di gestione dei rifiuti a seconda delle modalita’ di raccolta.
Fonte dei dati e consistenza del campione: i dati sono ricavati dalle delibere con le quali l’ATERSIR
(autorità di gestione del servizio idrico e dei rifiuti dell’ Emilia Romagna) approva annualmente i piani
economici finanziari che i vari gestori del territorio regionale sottopongono ai Comuni, in base al DPR
158/99. In base alla stessa legge è fatto obbligo di suddividere le voci di costo del PEF fra determinate
categorie che permettano di avere una visione dettagliata delle voci di spesa e di ricavo.
La consistenza del campione, data la ristrettezza dell’ ambito territoriale per il quale i dati erano
immediatamente disponibili e la specificità delle informazioni che si intendeva ricavare, si limita a 188
comuni.
I dati sono relativi al 2015.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Metodo di analisi: lo scopo richiesto era quello di confrontare la struttura dei costi della raccolta
domiciliare con quella stradale, pertanto il criterio scelto per l’elaborazione dei dati è stato quello di
dare per assunta la modalità di raccolta domiciliare integrale nei comuni ove si fosse raggiunta una
percentuale di RD maggiore del 70% e, per contro, di dare per scontata l’esistenza di un sistema di
raccolta stradale integrale nei comuni ove il tasso di RD fosse inferiore al 45%.
Il postulato di base è ampiamente dimostrato dalla letteratura in materia: A. Tornavacca, M. Ricci per
Federambiente, 2003; Consorzio Priula, 2008; ARPA Veneto 2013; Regione Umbria, 2015
Sono stati quindi selezionati e raggruppati in due categorie i comuni dell’ Emilia Romagna rientranti
in una delle due condizioni premesse.
Le tabelle che seguono sono il risultato.
Risultati delle analisi:
• nei comuni con RD > 70% (1028139 abitanti), con % media di RD 77,19%, il costo medio a
tonnellata è stato di 229,84 euro, il costo per abitante di 141,52 euro;
• nei comuni con RD < 45% (698159 abitanti), RD media 39,91%, il costo medio a tonnellata è stato di 282,06 euro e il costo medio per abitante di 165,25 euro; • la RD > 70% rispetto a quella < del 45% è costata il 22% in meno per tonnellata di rifiuti totali gestiti, e il 17% in termini di costo per abitante. Aggiorneremo questo punto con altri studi, in via preliminare sembra che la raccolta domiciliare porta a porta spinta dà i maggiori risultati in termini di percentuale di RD e di riduzione dei costi. 2.14 Revisione del sistema di tariffazione dei rifiuti urbani, applicazione della Responsabilità estesa del produttore Uno dei pilastri principali della nostra proposta di revisione della parte IV del Codice Ambientale è senza dubbio la radicale modifica dell'attuale sistema di tariffazione, il quale prevede che la TARI si paghi in base alla dimensione dei locali “suscettibili di produrre rifiuti” e non in base alla quantità effettiva e alla tipologia di rifiuti prodotti. La nostra proposta prevede la modifica dell'art. 238 del codice ambientale nella direzione di una vera tariffazione commisurata al peso e alla tipologia dei rifiuti prodotti da ciascuna utenza sia domestica che non domestica in modo da attuare una reale responsabilità estesa del produttore come richiesto dalla direttiva quadro. Si veda in proposito anche il capitolo sull'affidamento del servizio di igiene urbana, che prevede espressamente il fatto che i gestori affidatari siano in grado di implementare su tutto il bacino di raccolta un sistema di misurazione, puntuale ed oggettivo, dei rifiuti prodotti da ciascuna utenza. 2.15 Reati e garanzie finanziarie sui danni ambientali nel ciclo dei rifiuti La nostra esperienza in Commissione parlamentare di inchiesta sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad esse correlati, ha rilevato che nel territorio italiano si manifesta una grande quantità di reati, o presunti tali, legati alla gestione dei rifiuti che sono ancora di rango amministrativo e, non rientrando nelle fattispecie previste dalla legge 68/2015 sui reati ambientali (Micillo e altri), hanno pene e tempi di prescrizione inadeguati. Nostra volontà è rivedere gli artt. 256 e seguenti del Dgls 152/2006.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 44 Un altro strumento inadeguato, che a nostro parere va rivisto, risulta essere quello delle garanzie finanziarie per chi deve bonificare un sito dopo averlo gestito, avendone ricavato lecitamente un profitto a discapito dell'ambiente. 2.16 Disposizioni su alcune particolari categorie di rifiuti 2.16.1 Rifiuti organici: stato attuale tecnico e normativo Nel campo dei rifiuti, la gestione del materiale organico è uno dei più importanti stimoli all’economia circolare, il sovvertimento dei limiti planetari, i cicli dell’azoto e del fosforo in particolare, possono essere limitati da un buon recupero di materia in questo settore che è sempre avvenuto nella storia dell’uomo fino a 40 anni fa quando il mix della materia organica con rifiuti ha prodotto disastri ambientali, inquinamento, scarsità di fertilizzanti per l’agricoltura, incremento dei costi per la gestione ambientale di quella che da materia prima preziosa (compost) era stata trasformata in rifiuto. L’ERSAF stima possibile la fertilizzazione organica al 90% in caso di utilizzo di compost di qualità e altri materiali organici in maniera massiva. Lo spreco alimentare (alimenti freschi) è ancora molto importante nonostante alcune recenti iniziative di sensibilizzazione, e i residui non vengono generalmente neppure avviati a recupero di materia con modalità adeguate. La raccolta differenziata (RD) gioca un ruolo molto importante anche in questo settore. In Italia esistono 279 impianti operativi per la gestione dei rifiuti organici, secondo il “Rapporto Ispra 2015 rifiuti solidi urbani”. Per il 64,8% gli impianti sono localizzati nel Nord Italia. 20 impianti effettuano anche la digestione anaerobica dei rifiuti (DA) di cui 17 nel Nord. Il quantitativo dei rifiuti trattati negli impianti di compostaggio è stato di 5.295.831 tonnellate in totale, di cui 2.821.418 tonnellate di frazione umida CER 20 01 08, 1.589.912 di verde CER 20 02 01, 535.289 di fanghi, 349.212 altro materiale; negli impianti di DA il quantitativo trattato è di circa 1 milione di tonnellate, di cui 928mila provenienti da frazione organica della RD (FORSU). Il compostaggio della frazione organica da RD è in crescita dalle 3.379.003 tonnellate del 2010 alle 4.411.330 del 2014. Nel Nord gli impianti lavorano l’84,2% della quantità autorizzata, nel Centro il 60%, nel Sud il 54%, non mancano gli impianti, ma andando a fare un’analisi più dettagliata si nota come esistano spesso impianti troppo grandi, non legati al territorio, con un prodotto in uscita di scarsissima qualità che non chiude la filiera ed è difficile da piazzare. Un dato che balza agli occhi è quello relativo al “TURISMO DEI RIFIUTI ORGANICI”, il Nord accoglie centinaia di migliaia di tonnellate di rifiuti organici dal Centro e dal Sud Italia, con una valutazione del ciclo vita chiaramente sfavorevole, per i trasporti e la scarsa tracciabilità dei prodotti che tendono ad avere una percentuale troppo elevata di impurità o a giungere a destinazione dopo aver subito reazioni chimiche che renderanno difficoltoso un reale ed efficace recupero di materia. Nel solo Veneto arrivano ogni anno oltre 390mila tonnellate di FORSU extraregionali, il 52% dalla Campania. La filiera dei rifiuti solidi urbani ha degli aspetti decisamente patologici che condizionano i costi, la qualità ambientale e il recupero di materia e risorse. Una filiera corta di gestione mirata in particolare alla prevenzione, in particolare per l’umido, appare semplice da realizzare e sempre più necessaria e urgente, anche per evitare infiltrazioni mafiose, le mescolanze di rifiuti sono facilitate dalla movimentazione e dai prezzi elevati della filiera.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 45 La composizione percentuale degli ammendanti prodotti nell’anno 2014 è rappresentata dal grafico in figura 3.1.5 del rapporto Ispra 2015. La produzione di ammendante compostato misto (ACM), il cui quantitativo ammonta ad oltre 843mila tonnellate, rappresenta il 63,5% del totale del compost prodotto. L’ammendante compostato verde (ACV), pari invece, a circa 334mila tonnellate, costituisce il 25,2% del totale complessivo. L’ACV è più puro chimicamente ed è di più facile applicazione ai suoli, non comprende digestati, fanghi e materiale organico da attività produttive. Altre tipologie di ammendanti quali: ammendante compostato con fanghi, ammendanti vegetali non compostati e compost fuori specifica, con un quantitativo complessivo di oltre 149mila tonnellate, rappresentano, infine, l’11,3% del totale dei prodotti derivanti dal settore del compostaggio. In sostanza dai dati Ispra si nota come dalle 5.295.831 tonnellate di rifiuti organici solo il 25% ridiventi materia, compost. I rifiuti organici trattati con DA sono in diminuzione dal 2012, da 1.033.657 tonnellate a 875.558 tonnellate, questo dato potrebbe essere un prodromo di un miglioramento del recupero di materia, la digestione anaerobica riduce notevolmente la qualità dell’output, fino ad oggi non è avvenuta alcuna programmazione energetica e delle necessità agricole, ed è stato impossibile valutare una eventuale frazione residuale della DA nel sistema paese. Il piano energetico M5S potrà porre una prima base di studio. Chiaramente il compostaggio e la DA rappresentano solo una parte delle modalità di gestione dei rifiuti organici. Il trattamento meccanico biologico (TMB) interessa 9.363.579 tonnellate di rifiuti nel 2014. Di cui 8.340.078 indifferenziati. Delle 8,3 milioni di tonnellate di rifiuti prodotti dai TMB in uscita Ispra stima le seguenti frazioni: • frazione secca: 3,9 milioni di tonnellate (46,9 % del totale prodotto); • frazione organica non compostata: circa 959mila tonnellate (11,6%); • CSS: 1,5 milioni di tonnellate (18,1%); • rifiuti misti da trattamento meccanico: 167mila tonnellate, pari al 2%; • biostabilizzato: circa 885mila tonnellate (10,7%); • bioessiccato: circa 177mila tonnellate (2,1%); • frazioni merceologiche avviate a recupero di materia (carta, plastica, metalli, legno, vetro): circa 103mila tonnellate (1,2%); • frazione umida: 425mila tonnellate (5,1%); • scarti e percolati: 191mila tonnellate (2,3%). Quindi dai TMB si può stimare escano oltre 2.446.000 tonnellate di rifiuti organici, che sommandosi ai 5.295.831 tonnellate di rifiuti avviati a compostaggio (o DA) portano a 7.742.000 di tonnellate di rifiuti organici prodotti ogni anno in Italia, costituendo oltre il 25% dei rifiuti prodotti. Le frazioni organiche in uscita dai TMB non rientrano, se non in minima parte, nella filiera della materia e sottraggono gradualmente elementi preziosi alla biosfera. Tale quantitativo di rifiuti contribuisce oltre la propria percentuale al costo della gestione, oltre il 30% del costo della filiera dei rifiuti è imputabile direttamente alla gestione dei rifiuti organici, senza comprendere il costo della gestione dei percolati delle discariche attive e in post mortem e dei disastri ambientali legati a percolati non gestiti adeguatamente, che derivano in parte dalla frazione organica conferita in discarica. Il costo della frazione organica non differenziata (inviata in parte a TMB) è MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 46 evidentemente maggiore per essere totalmente avulso da recupero di materia, che nel caso della FORSU, consente seppur minimi recuperi, anche economici. Si segnala anche qui il ruolo patologico di alcune grandi multiutility nella filiera dei rifiuti, persino i grandi impianti di Herambiente hanno un output di scarsissima qualità, con scarsissimo valore di mercato, tanto che era stato proposto di inviarlo nei paesi arabi per fertilizzare il deserto (sic!) a testimonianza dello scarso pregio in ambito agroalimentare dove la cattiva selezione dei materiali e qualità degli ammendanti produce a valle scarsa qualità dei prodotti agroalimentari, con frequenti danni alle colture. Vediamo per completezza, alcuni numeri interessanti relativi alla gestione della frazione umida dei rifiuti urbani: Campione utilizzato: 600 comuni in Lombardia (5.532.190 abitanti) • ricavo economico da frazione umida 363.263 euro verso 80.326.163 euro di costi (lo 0,45% dei costi); • ricavo economico da frazione verde 446.065 euro verso 20.528.100 euro di costi (il 2,17% dei costi – nota: in questo caso il campione è relativo a 736 comuni pari a 5.752.481 abitanti); Campione utilizzato: 2253 comuni in diverse zone d’Italia (17.470.743 abitanti) ricavo economico da frazione umida 2.883.352 euro verso 296.507.886 euro di costi (lo 0,97% dei costi); ricavo economico da frazione verde 462.544 euro verso 56.677.722 euro di costi (lo 0,8% dei costi – nota: in questo caso il campione è relativo a 2080 comuni pari a 16.584.559 abitanti); Da questi numeri si evince come la cattiva gestione della materia organica e del verde abbia un importante costo economico derivato dal costo della gestione di rifiuti (raccolta e riciclo) e dallo scarso recupero di materia, mentre un compost di buona qualità potrebbe avere mercato. La qualità evidentemente risente di un progetto educazionale e impiantistico a filiera corta dove il cittadino potrebbe essere più motivato a differenziare adeguatamente per nutrire la propria filiera agroalimentare. La normativa che regola la gestione dei rifiuti organici, così come dei rifiuti solidi urbani in generale, è contenuta nella parte IV del DL 152/2006. Segnaliamo che all’articolo 180 sono stati aggiunti dalla legge 221 del 2015 i commi 1-septies e 1-octies, in vigore dal 2/02/2016 ma non ancora attuati dal Governo attuale e dal precedente, che riguardano la prevenzione dei rifiuti organici e semplificazioni autorizzative per l’autocompostaggio (sul luogo di produzione) e il compostaggio di comunità, anche tramite pianificazione e riduzione della tassazione per le utenze. Tali articoli sono stati spinti dal M5S durante la discussione del “collegato ambientale” alla legge di stabilità 2015, ma, come già detto, non sono stati ancora attuati. 2.16.2 Nostre proposte È in corso di discussione sul portale Rousseau la nostra proposta di legge per la gestione del compostaggio domestico e di prossimità, per la prevenzione e la gestione della filiera corta dei rifiuti organici.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 47 Questa legge si prefigge di ridurre il “turismo dei rifiuti” che nel caso dei rifiuti organici è davvero paradossale vista la semplicità di gestione. La gestione adeguata nei residui organici si accompagna a una riduzione di reati e disastri ambientali, spesso provocati alla giornata d’oggi da una pregressa cattiva o assente gestione del percolato in discarica, incrementato da un massivo e diffuso smaltimento in discarica di rifiuti organici. Anche quando non si riesca a prevenire il rifiuto organico, la sua gestione è davvero semplice e necessita di impiantistica minima. Questa proposta di legge intende migliorare tutta la filiera della gestione del materiale organico, in un’ottica di reale economia circolare e si prefigge di generare oltre 30.000 posti di lavoro (uno ogni 100 utenze) oltre a portare notevoli risparmi per cittadini ed enti locali. In ambito più generale questa proposta si prefigge di ridurre il sovvertimento del ciclo dell’azoto, uno dei più critici fra i limiti naturali individuati dallo studio A safe operating space for humanity, di Jonah Rockström, aggiornato nel 2015 da Will Steffen. L'art 184 bis del D.L. 152/2006, il cosiddetto “Testo Unico Ambientale” (TUA) permette di escludere determinate categorie di sostanze o prodotti dalla filiera dei rifiuti e fissa le caratteristiche per la qualifica di sottoprodotto, cioè un sottoprodotto è tale se soddisfa tutte le seguenti caratteristiche: • la sostanza o l'oggetto è originato da un processo di produzione, di cui costituisce parte integrante, e il cui scopo primario non è la produzione di tale sostanza od oggetto; • è certo che la sostanza o l'oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da parte del produttore o di terzi; • la sostanza o l'oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale; • l'ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l'oggetto soddisfa, per l'utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell'ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull'ambiente o la salute umana. Gli scarti alimentari, gli sfalci e le potature e gli altri residui organici provenienti dalle normali attività familiari, dalle aziende artigianali del settore ricettivo, agricolo e alimentare e della piccola e media distribuzione o commercio al dettaglio possono, se correttamente gestiti, rientrare nell'ambito di applicazione del citato articolo 184-bis e quindi venire esclusi dalla filiera dei rifiuti fino al momento in cui, a valle delle forme di gestione oggetto della presente legge, vi sia un residuo che necessariamente debba venire conferito al gestore dei rifiuti. E’ tuttavia evidente che tale residuo sarà di gran lunga minoritario rispetto alla quantità di materiale organico originaria ed è altrettanto evidente il beneficio portato dalla separazione radicale della gestione della materia organica dalla filiera dei rifiuti "tradizionale", in quanto oltre ai vantaggi già enunciati si otterranno, ad esempio, plastiche più pulite, carta più pulita, vetro più pulito e di conseguenza una migliore resa economica sul mercato dei materiali riciclati ed una migliore resa industriale sul piano delle prestazioni fisiche e della lavorabilità. In conseguenza di quanto premesso, appare chiaro l'obiettivo della presente legge, che intende regolamentare il flusso di materia organica prima che questa assuma la qualifica di rifiuto, cioè prima che intervenga l'atto materiale di disfarsi dei materiali, proponendo un sistema di gestione alternativo MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 48 che faccia decadere anche l'intenzione di disfarsene, disinnescando di fatto (dal momento che non vige l'obbligo di disfarsi dei materiali oggetto della presente legge) ambedue le condizioni che causano la trasformazione dei sottoprodotti organici in rifiuti. La filiera corta della gestione dei residui organici può stimolare una migliore differenziazione per un diretto incentivo economico (tasse e tariffe), per il possibile riutilizzo entro un perimetro comunale o comunque ristretto del compost legato alla produzione di prodotti alimentari, che può orientare a ridurre le impurità e a eventuali risparmi per l’utilizzo di compost all’interno delle proprie attività. La gestione di sfalci e potature privi di criticità deve essere orientata alla costituzione di matrice per il compost come prezioso materiale strutturante, tenendoli lontani dalla filiera delle matrici incentivate, per lo scarsissimo indice di ritorno energetico e per l’elevato rischio di inquinamento ambientale. Economia circolare vuole anche dire studio dell’energia contenuta nei prodotti e delle possibilità di conservazione della stessa, che il compostaggio esalta. Nello specifico questa legge individua la figura del "WET BYPRODUCT MANAGER" (WBM), quale responsabile pubblico o privato della gestione dei sottoprodotti organici e dell'utilizzo del compost risultante. Il WBM ha una serie di compiti e responsabilità durante le varie fasi del compostaggio: • informa gli utenti del servizio di compostaggio collettivo circa le modalità di selezione, raccolta e gestione dei sottoprodotti organici, nonchè sulle modalità di utilizzo del compost prodotto; • preleva con cadenza giornaliera un campione dalla miscela dei sottoprodotti organici in fase di fermentazione al fine di verificare la presenza di inquinanti conformemente alle procedure e ai limiti della tabella di cui all'allegato I della proposta. • verifica, tramite ispezione visiva, durante le operazioni di raccolta la presenza di eventuali corpi estranei, rifiuti non conformi o sostanze pericolose. Ove il sottoprodotto non fosse ritenuto conforme, il WBM può rifiutarsi di ritirarlo ovvero disporne il conferimento al gestore dei rifiuti urbani. • durante la miscelazione delle diverse frazioni organiche e durante la maturazione del compost, il WBM controlla che: • sia rispettata la proporzione fra organico verde e materiali di altro genere, al fine di mantenere l'equilibrio corretto fra Carbonio e Azoto. • controlla che non vi sia produzione di percolato e qualora ci fosse, ne dispone la raccolta e l'invio a trattamento. • procede alla verifica del tasso di umidità e del livello di ossigenazione conformemente alle disposizioni dell'allegato II. • effettua l'eventuale miscelazione del compost maturo con terra a seconda degli utilizzi, in alternativa provvede al suo utilizzo nelle aree appositamente predisposte. • il WBM può pianificare e realizzare un servizio di triturazione di sfalci, foglie e potature nel bacino di sua competenza (anche a domicilio) al fine di agevolare tramite miscelazione il compostaggio dei sottoprodotti organici. La legge prevede anche una serie di buone pratiche ed azioni obbligatorie che contribuiscono a rendere armonizzato l’intero processo:MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 49 • i sottoprodotti organici devono essere gestiti in ambito comunale o al massimo in aggregazioni di piccoli comuni, per evitare inutili gigantismi e stimolare la migliore differenziazione, lo scambio e la concorrenza; • vengono fissati i principi generali per il compostaggio dei sottoprodotti organici provenienti dalle utenze domestiche, con particolare riguardo verso la separazione delle varie frazioni, ad esempio scarti animali, scarti di cibo pre-cottura e avanzi post cottura, raccolta separata dell'olio; • vengono specificate le pratiche vietate al fine di preservare il mantenimento della sostanza organica nei suoli e prevenirne l'inquinamento; la modalità dei controlli da effettuare e i soggetti competenti ad effettuarli, nonchè le autorizzazioni che il WBM deve ottenere per l'esercizio delle sue funzioni; • vengono specificate le modalità di finanziamento del compostaggio; • viene disciplinata la gestione degli eventuali rifiuti presenti a valle dell' attività di compostaggio e le sanzioni da comminare. Negli allegati tecnici si precisano le modalità operative al fine di rendere immediatamente fruibile la presente legge, minimizzando il ricorso all'emanazione di decreti attuativi: in particolare, l'allegato 1 fissa le modalità di prelievo dei campioni, le sostanze da ricercare durante il monitoraggio e i limiti di inquinanti ammessi al fine dell'utilizzazione del compost; l'allegato 2 è un vademecum per lo svolgimento delle operazioni di compostaggio, al fine di fissare uno standard operativo minimo al quale fare riferimento. Vengono individuati materiali verdi semplici, materiali strutturanti semplici e materiali complessi. Oltre a questa proposta, per la residuale gestione di rifiuti organici proponiamo una raccolta differenziata spinta porta a porta e una gestione con impianti elettromeccanici non industriali (per esempio da meno di 1.000 tonnellate all’anno), il più possibile legati al territorio di raccolta; per realtà urbane estese si può ipotizzare un “assedio” virtuoso da parte di piccoli impianti del genere che possano complementare pochi eventuali impianti industriali per le aree centrali dove è difficile acquisire i materiali strutturanti (sfalci e potature per esempio) in condizioni adeguate e senza inquinanti significativi. Oltre alla costruzione di nuovi piccoli impianti sarà necessario verificare la filiera degli impianti di compostaggio esistenti, in merito alla qualità del materiale in entrata e del compost in uscita, adoperandosi per migliorare le varie fasi. Sarà in sostanza necessario incrementare notevolmente la RD dell’umido e del verde, limitando soprattutto il conferimento di umido a impianti di mero trattamento meccanico o meccanico biologico. Il compostaggio deve essere spiegato e praticato nelle realtà urbane e sociali, quartieri, strutture residenziali dotate di mense e scuole in particolare, dove la funzione pedagogica potrebbe trasformarsi in andragogica grazie ai bimbi che spiegano ai genitori quanto hanno appreso in merito. Si potrebbero individuare comunità circolari dove l’umido e il verde non escono dal perimetro comunale (o del consorzio) richiedendo fondi europei appositi per i risultati raggiunti. È da rilevare l’opportunità del blocco delle norme contenute nel “collegato agricolo” approvato in Parlamento ma non ancora attuato per quanto attiene all’esclusione dal novero dei rifiuti per quanto riguarda sfalci e potature; tale norma, approvata in maniera irrituale da una commissione non pertinente, rischia di sottrarre materia preziosa alla formazione di compost e quindi allo stesso MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 50 mondo agricolo, con il solo obiettivo di incentivare economicamente il recupero energetico da rifiuti, in contrasto con la gerarchia europea dei rifiuti. Stiamo studiando dati relativi ad altri procedimenti quali la bioessiccazione. 2.16.3 Rifiuti Sanitari Il decreto del Presidente della Repubblica n. 254 del 2003 definisce le modalità di gestione dei rifiuti sanitari pericolosi a rischio infettivo identificati con i codici CER 180103 e 180102, specificando che il ritiro da parte del gestore deve avvenire entro 5 giorni dalla produzione dei rifiuti stessi. La medesima legge indica anche le tipologie di contenitori che possono essere utilizzate per il conferimento e il trasporto di detti rifiuti; le convenzioni fra i gestori e i produttori dei suddetti rifiuti prevedono, nella stragrande maggioranza dei casi, la tariffazione in base al numero di svuotamenti dei contenitori e non in base al peso effettivamente conferito, sebbene la tariffa di ingresso agli impianti di trattamento termico sia calcolata a peso. Questo permette ad un gestore di utilizzare la modalità della pesatura «a destino», lasciando ampie possibilità di contraffazione della documentazione riguardante l'effettiva quantità e provenienza dei rifiuti. Si veda in proposito il caso recente di Frosinone, dove la società incaricata di smaltire i rifiuti sanitari alterava i pesi dei rifiuti caricati presso gli ospedali, con la complicità dell'azienda frusinate alla quale conferiva gli stessi, corrispondendo un enorme profitto per l'azienda di smaltimento e a danno della Asl di Frosinone. In sostanza, non pesando i carichi di rifiuti presso gli ospedali, le aziende potevano gonfiare il peso degli stessi a destinazione, ricavando un indebito profitto. Sarebbe necessario intervenire sulla filiera di produzione e gestione dei rifiuti sanitari, con particolare riguardo ai medicinali scaduti e ai rifiuti pericolosi a rischio infettivo, in modo da implementare politiche di prevenzione come la reintroduzione, ove possibile, delle mense interne alle strutture sanitarie e del lavaggio e riutilizzo delle stoviglie, la dematerializzazione dei documenti, la ridefinizione dei criteri per gli imballaggi dei medicinali, e politiche di corretta gestione come l'obbligo della raccolta differenziata nelle strutture sanitarie e l'obbligo di riciclaggio delle plastiche così raccolte, prevedendo anche tutti i trattamenti propedeutici al raggiungimento della massima uniformità del materiale e di conseguenza della massima qualità del riciclato, nonché l'obbligo di pesatura all'atto del ritiro dei rifiuti e la tracciabilità degli stessi. Si veda in proposito la nostra interrogazione 4-14852 dove si esplicita il nostro studio in corso sulla “sterilizzazione on site” e la riduzione del volume dei rifiuti sanitari prima di inviarli a trattamento al di fuori degli impianti locali che potrà avvenire con tempistiche legate al raggiungimento di volumi definiti e non in base alla normativa sui rifiuti sanitari visto che è già avvenuta la sterilizzazione (minori trasporti e costi). 2.16.4 Fanghi di depurazione e fanghi industriali; digestato e altri rifiuti da trattamento rifiuti Allo stato attuale, non esistendo uno standard di misurazione e gestione dei fanghi (indice di umidità variabile, possibilità di miscelazione con altri rifiuti, tracciabilità effettuata con sistemi cartacei obsoleti come i FIR e i MUD) è veramente difficile tenere sotto controllo questa filiera che si presta anche a infiltrazioni della criminalità organizzata e impatti ambientali, economici e sanitari altissimi per le popolazioni che rimangono, loro malgrado, coinvolte. Riteniamo necessario intervenire in questo settore introducendo degli standard più precisi e stringenti per una maggior tutela dell'ambiente e della salute.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 51 Riteniamo utile anche aprire una discussione in tema di prevenzione, nel senso di pensare ad una “raccolta differenziata” delle acque di scarico e cicli di trattamento ulteriormente separati (non solo come già avviene fra acque bianche e nere) e per garantire standard più vincolanti sul riutilizzo delle acque. Anche per il digestato e gli altri rifiuti provenienti dal trattamento dei rifiuti valgono le considerazioni già fatte per i fanghi: si veda in proposito la risoluzione in commissione 7-00925 (Zolezzi e altri), la quale prevede impegni puntuali e precisi in merito ad ogni aspetto della gestione di fanghi, digestato e affini. In particolare si cita lo smodato utilizzo della pratica di trattare i fanghi di depurazione con calce e acido solforico (producendo “gessi di defecazione” secondo l’allegato 3 del Decreto 75/2010 sui fertilizzanti) al fine di escludere dal ciclo dei rifiuti fanghi di depurazione civile e industriale, a mero scopo di riduzione dei costi e ottenere l’esenzione dalle direttive, in primis la direttiva “nitrati”. Tale pratica andrà regolamentata, sulla base fra l’altro della necessità di escludere fanghi industriali ed evitare gravi incidenti agli operatori (4 decessi in provincia di Rovigo nel 2014) e riduzione della qualità di vita delle popolazioni residenti in prossimità di impianti e smaltimenti senza limite alcuno. Il ciclo dell’azoto che fornisce nelle corrette concentrazioni e quantità questo elemento vitale per tutte le forme di vita sulla terra si sta sovvertendo, anche a causa del diffondersi delle agroenergie che oltre a sottrarre superficie agricola alla nutrizione umana e animale, determinano gravi problemi in merito alla gestione dei reflui (digestato) ricchi di azoto (secondo il consorzio italiano compostatori – CIC – il rapporto fra C/N è 11 negli ammendanti compostati misti che comprendono digestato, rispetto a 15 nell’ammendante compostato verde che non contiene digestato) che viene disperso e intossica suoli, corpi idrici superficiali e falde acquifere, quando non crea morie di pesci e di tutta la fauna ittica in caso di sversamenti importanti; per l’estensione illegittima degli incentivi alla produzione energetica da digestione anaerobica da rifiuti speciali e sottoprodotti di origine animale (SOA), con una distorsione del mercato e una tendenza allo spandimento di reflui (definiti anch’essi rifiuti speciali dalla normativa attuale e dal Ministro dell’ambiente nel corso di numerose audizioni sul tema) fuori legge in numerose regioni, che determinano accumuli di azoto e di ulteriori sostanze tossiche nei suoli e nelle falde. Esistono numerosi studi locali su inquinanti organici persistenti che non tengono conto della sommatoria dei diversi fattori di pressione (diossine in regione Veneto per esempio). Studi realizzati in provincia di Mantova (Arpa Lombardia, Plume), mostrano concentrazioni di nitrati molto superiori a 50 mg/litro nelle falde dell’Alto Mantovano, che corrispondono a nitrati superiori a 25 mg/litro nell’acquedotto locale (Ponti sul Mincio per esempio) gestito dalla società partecipata provinciale TEA. Tali valori secondo l’Organizzazione mondiale della sanità non sono compatibili con l’acqua potabile per categorie a rischio, quali donne in gravidanza e in fase di allattamento o prima infanzia, per il rischio di metaemoglobinemia e ipossia fetale e neonatale, per persone con deficit di G6PD e altro. I nitrati in eccesso nelle acque hanno un documentato ruolo cancerogeno. Esistono realtà nazionali dove sostanze normate nell’ambito della sicurezza e qualità idrica come l’arsenico sono elevate nelle falde anche in caso di utilizzo idropotabile senza alcuna regolamentazione delle fonti di contaminazione (si veda la fertilizzazione chimica) o sostanze non normate ma di documentata azione tossica e cancerogena come i perfluoroalchili in Veneto con la contaminazione dell’acqua potabile di 340mila persone, il Tallio in Toscana, i molteplici inquinanti nelle acque di captazione idrica del lago di Pertusillo in Basilicata e altro. In conclusione, anche in questo settore, una accurata pianificazione nazionale gestionale, logistica e impiantistica unita a un sistema di misurazione e controllo efficace e a sanzioni realmente dissuasive MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 52 consentirebbe di abbattere i costi di gestione, scoraggiare le infiltrazioni delle ecomafie e migliorare la qualità del nostro ambiente. Stiamo studiando la direttiva 2000/60 e le possibili procedure d’infrazione ad essa connesse, stiamo studiando esperienze di gestione on site della depurazione da attività produttive (fitodepurazione et al) e recupero di materia (fosforo per esempio) che potrebbe integrarsi con il compostaggio. 2.16.5 Veicoli e pneumatici fuori uso (VFU e PFU) Crediamo sia utile stimolare una discussione sulla revisione della normativa riguardante la gestione dei veicoli fuori uso, dei pneumatici e dei rifiuti che ne derivano, anche in vista del recepimento dell' ultimo aggiornamento della Direttiva Europea in tema. Attualmente i VFU e PFU sono responsabili di una larga parte della produzione di rifiuti pericolosi, nonché del famigerato “car fluff”, rifiuto estremamente eterogeneo e virtualmente impossibile da recuperare, per non citare l'utilizzo come combustibile dei PFU. Dunque crediamo che sarebbe utile ad esempio incentivare, se non addirittura imporre per legge, il disassemblaggio preventivo dei veicoli e il divieto di triturazione “tal quale”, ovvero dopo la semplice messa in sicurezza del veicolo (rimozione di combustibili ecc...). In questo senso ci viene incontro l'art. 23 del collegato ambientale (legge 221/2015) che prevede la stipula di accordi di programma finalizzati al riutilizzo delle parti rivenienti dal disassemblaggio di prodotti complessi. Potrebbe essere utile anche esplorare le possibilità tecniche dei PFU e dei materiali da essi derivanti in campo antisismico. 2.16.6 RAEE (inclusi pannelli fotovoltaici) Il recente recepimento dell'ultima Direttiva RAEE ha consentito, tra l'altro, di ampliare le possibilità di restituzione di apparecchi elettrici ed elettronici fuori uso e l'equiparazione dei pannelli fotovoltaici non più funzionanti agli altri rifiuti di questa categoria. In ogni caso rimarrebbero ancora da definire dei concetti importanti, come la possibilità di smontaggio e diversa destinazione d'uso delle singole parti che compongono i RAEE, pratica questa che se venisse opportunamente diffusa e riconosciuta, permetterebbe di abbattere la produzione di rifiuti di questo tipo e di recuperare materie preziose. Un altro fattore critico (da tenere in considerazione anche in preparazione del Piano Logistico nazionale dei rifiuti) è la questione dell'esportazione clandestina di RAEE, che la nuova legge ha solo parzialmente risolto. 2.16.7 Rifiuti radioattivi Il nucleare ci ha lasciato un’eredità radioattiva pesante e pericolosa che, ovviamente, non può essere gestita con incompetenza. Davanti a fatti di questo tipo, non rimane altro che prender atto che questo Governo sta deliberatamente contravvenendo alle regole dettate dalla Direttiva europea, in special modo riguardo a una gestione responsabile della costruzione del sito unico, alla garanzia del rispetto di tappe certe e di chiari limiti temporali. La questione nucleare è un argomento che, date le sue implicazioni, travalica i confini nazionali, e le mancanze nazionali possono diventare delle preoccupazioni per tutti i cittadini europei. La realizzazione del Deposito nazionale delle scorie nucleari in un Paese come l’Italia, che ha da sempre manifestato la propria contrarietà all’energia nucleare, dovrebbe essere effettuata utilizzando criteri di totale trasparenza, comprensibilità e sollecitudine.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 53 2.16.8 Rifiuti contenenti amianto (MCA) Il M5S ha presentato la proposta di legge (AC 3664, Zolezzi e altri – link al testo: http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0041160.pdf) che prevede di far ripartire l’attenzione su questo grave problema, coinvolgendo i cittadini in un percorso trasparente, tentando di individuare soluzioni semplici e a basso costo. In particolare miriamo alla mappatura e alla georeferenziazione in tempi brevi del materiale contenente amianto (MCA) in forma piana solida, nonché alla ricerca del MCA contenuto in varie strutture edili grazie anche al “libretto dell’amianto”, che obbliga alla mappatura di tutte le eventuali strutture in amianto in caso di vendita di edifici. Intendiamo poi procedere all’ottimizzazione della filiera di smaltimento nazionale, con l’individuazione di idonei siti di discarica; il prezzo della realizzazione è minimo, rispetto al denaro speso per avviare a siti esteri oltre 250.000 tonnellate di MCA all’anno; è necessario informare la popolazione sulla necessità di ridurre al minimo il rischio di amianto, passando anche per l’accettazione di poche strutture per ogni regione destinate ad accogliere il MCA locale (FILIERA CORTA). È necessaria una rapida bonifica del MCA, partendo dalle scuole (sono oltre 2.400 quelle contaminate da amianto secondo l’ONA) e dagli altri edifici pubblici. È necessario lo stimolo alla bonifica per i luoghi privati: i dati disponibili relativi al periodo in cui è stata possibile la sostituzione incentivata di tetti in eternit con pannelli fotovoltaici documentano un netto incremento delle quantità rimosse, per cui prevediamo un’adeguata defiscalizzazione per le opere di rimozione di MCA. Si istituisce, inoltre, il Registro economico dell’amianto (REA), presso il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, che reca il prezzario nazionale della filiera della bonifica dell’amianto, i dati in merito allo smaltimento nazionale ed estero e ai relativi costi, nonché i dati in merito alla spesa previdenziale e sanitaria correlata alle patologie asbesto-correlate; queste informazioni potranno costituire un importante strumento di programmazione della gestione dell’amianto, evitando, per esempio, spese importanti per l’esportazione e stimolando una rapida messa in sicurezza e un’adeguata bonifica, che potranno limitare il costo sanitario e previdenziale riducendo l’esposizione alle fibre di amianto. È necessario procedere con la ricerca sui metodi di inertizzazione del MCA e con l’eventuale validazione tramite un tavolo di lavoro tecnico nazionale dei metodi già sperimentati, in supporto agli enti di controllo locale che attualmente non possono garantire la sicurezza per gli operatori e per i cittadini dell’applicazione su scala industriale dei brevetti proposti. La stessa proposta di legge prevede anche la revisione della disciplina previdenziale per le esposizioni professionali all’amianto e della disciplina degli aspetti epidemiologici e sanitari nonché per la ricerca sulle patologie asbesto-correlate e la definizione degli aspetti economici della filiera dell’amianto. In Italia esistono secondo la Conferenza nazionale di Venezia e l’ONA onlus circa 40milioni di tonnellate di MCA, per smaltirle in fretta e in sicurezza con i metodi da noi proposti (filiera corta e incentivi ricerca su metodi di inertizzazione), si spenderebbe circa 40 miliardi di euro in pochi anni, invece che spenderne oltre 2 all’anno (costi approssimativi per mappatura, bonifica, spesa previdenziale e sanitaria) per almeno 100 anni come prevedono i vari piani governativi che lasciano troppo spazio alle ecomafie. I posti di lavoro generabili sono stati stimati in 20.000 da Arpa Toscana. I MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 54 decessi annuali per patologie asbesto correlate sono stimati in 5.000 all’anno nel 2011, questo dato impone piani rapidi e puntuali di azione per eliminare al più presto questo dramma. 2.16.9 Sostanze PERFLUOROALCHILICHE (PFOA – PFAS) e sostanze emergenti Le analisi su campioni di uova, pesci, bovini, insalata e ortaggi hanno confermato ciò che tutti temevano: gran parte delle falde acquifere del Veneto centrale sono inquinate fortemente dalle sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS), largamente usate nell'industria per impermeabilizzare tessuti e materie plastiche. Crediamo sia indispensabile avviare un processo che porti alla revisione delle normative in materia, soprattutto per agire in termini di prevenzione, riprogettando i prodotti che richiedono l'uso di queste sostanze e/o trovando soluzioni alternative al loro utilizzo, mirando alla bonifica delle aree inquinate e a non esportare il danno in altre regioni con i rifiuti contaminati da PFAS; lo stesso vale per altri inquinanti “emergenti”, non ancora normati. È inutile appellarsi alla mancanza di normative specifiche, i PFAS fanno parte di rifiuti da elementi alogeni, quindi sono rifiuti pericolosi, non possono essere sversati nei corpi idrici. 2.16.10 Ceneri pesanti e leggere da incenerimento rifiuti Se le ceneri pesanti attualmente sono già, per la stragrande maggioranza, riutilizzate nella fabbricazione di prefabbricati per l'edilizia, le ceneri leggere costituiscono un problema: infatti esse ad oggi sono esportate verso paesi dotati di impiantistica adeguata alla loro gestione. Volendo gettare il seme per un confronto su questo tema, suggeriremmo di esaminare la fattibilità dell'istituzione di un tributo sulla produzione di ceneri leggere, finalizzato a scoraggiare la pratica dell'incenerimento dei rifiuti. Le ceneri pesanti devono in ogni caso essere tracciate e verificate le condizioni di recupero adeguata. 2.16.11 Sottofondi stradali e conglomerati cementizi Il tema della gestione dei sottofondi stradali e di conglomerati cementizi ha visto nell’ultimo decennio molte inchieste che hanno affrontato illeciti e disastri ambientali dovuti alla collocazione non in sicurezza di rifiuti nei sottofondi stessi; la normativa di settore apparentemente non consente al momento di garantire tutela ambientale. Nella relazione sulla regione Veneto della Commissione parlamentare sulle attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti si citano i casi della autostrada Valdastico Sud, dove ai lotti 4, 5, 6 furono assegnati rifiuti tossici invece che materia prima seconda, con superamenti importanti di fluoruri, rame, bario, cromo. Una parte di questi rifiuti proveniva dal Consorzio Cerea spa di Cerea (VR), tramite Portamb srl, appaltante di Serenissima Costruzioni. Le certificazioni aziendali erano conformi all'allegato 3 del decreto ministeriale 1998, n. 186 e alla specifica normativa in materia; il Consorzio Cerea spa è stato coinvolto anche nel processo penale n. 6078/11 R.G. r.g.n.r. mod. 21 – direzione distrettuale antimafia, per aver prodotto l’«In.Ar.Co sabbia 0/80» e «materiale misto cementato Concrete Green 80x», un vero e proprio rifiuto macinato, materiale inerte con scarti di lavorazioni industriali, contenenti cromo totale, cromo esavalente, fluoruri, nonché cobalto, nichel, piombo, rame, vanadio, stagno e zinco, COD, solfati, cloruri, bario, e con elevati valori di pH (corrosivo), immesso come sottofondo per i lotti 10, 11, 13, 16, 17 della autostrada Valdastico Sud, con oltre 149mila tonnellate; il prezzo di vendita di tali materiali è stato di 35.775,54 euro (0,50 euro/metri cubi), mentre il costo del loro trasporto è stato di 445.012,00 euro, effettivamente corrisposti dallo stesso consorzio alla C.T.E. srl Euganea Trasporti di Padova; nel “Report non tecnico” emerge che essa attualmente tratta principalmente ceneri pesanti da inceneritori MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 55 (CER 190112), circa il 50 per cento del totale di rifiuti trattati, ottenendo esclusivamente un prodotto denominato “IN.AR.CO. extra” destinato esclusivamente “alla formazione di conglomerati cementizi”; sull'autorizzazione rilasciata dalla regione Veneto (AIA, pagina 13) appare scritto: «i materiali destinati alla formazione dei conglomerati cementizi sono esonerati dall'analisi del test di cessione. Le loro caratteristiche intrinseche non possono rappresentare controindicazioni ambientali, in quanto l'inertizzazione mediante additivazione di cemento è uno dei processi tipici di inertizzazione». Tale disposizione autorizzativa preclude, di fatto, agli organi di controllo di intervenire e consente a Consorzio Cerea di immettere nell'ambiente qualsiasi cosa, purché sottoforma di conglomerato cementizio; i conglomerati cementizi con aggregati ottenuti da ceneri pesanti di inceneritore sono contemplati anche ai sensi del decreto ministeriale n. 186 del 2006, ma in esso non sono incluse, nella categoria dei conglomerati cementizi, i misti cementati o i conglomerati cementizi di scarsa qualità, destinati a sottofondi, contenenti quantità di cemento molto basse e privi della capacità di fissare e/o inglobare i metalli pesanti in essi contenuti. Qualcosa di analogo avverrebbe anche in Lombardia e Emilia Romagna, infatti, seppure non dichiarino l'esonero dall'analisi del test di cessione per i materiali destinati alla formazione di conglomerati cementizi, in queste due regioni vige il medesimo esonero di fatto, nella misura in cui esplicitano l'obbligo di effettuazione del test di cessione esclusivamente per i materiali destinati alla realizzazione di rilevati, sottofondi e ripristini ambientali e non per quelli utilizzati per la produzione di conglomerati cementizi. Per questo riteniamo importante verificare la normativa nazionale di settore e le autorizzazioni rilasciate da Enti come la Regione Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna che contengono disposizioni permissive e tali da consentire l’immissione nell’ambiente di materiali apparentemente pericolosi sottoforma di misti cementati o conglomerati cementizi. Inoltre intendiamo rivedere la definizione di “conglomerato cementizio” e valutare se in questa categoria possano continuare a rientrare anche “misti cementati” o conglomerati cementizi di qualità non individuate o definite che possono consentire il rilascio nell’ambiente di inquinanti nel breve e lungo termine. 2.16.12 Rifiuti cimiteriali e cremazione Ultimamente si sta assistendo ad un preoccupante proliferare di richieste di autorizzazione di nuovi forni crematori i quali, pur se equiparabili ad inceneritori nella qualità delle emissioni, non vengono sottoposti allo stesso rigore normativo di questi ultimi a causa della loro capacità di trattamento ridotta. Appurato che né la sepoltura né la cremazione sono in grado di tutelare l'ambiente, crediamo sia opportuno un intervento normativo che disciplinasse la gestione dei rifiuti cimiteriali e la cremazione, nella direzione di prevenire speculazioni e di valutare le emissioni di questi impianti considerando il fatto che essi si inseriscono, di norma, in contesti già urbanizzati e dunque già provati dal punto di vista ambientale. 2.16.13 Terre e rocce da scavo La normativa in vigore che disciplina l’utilizzazione delle terre e rocce da scavo è il regolamento del Ministero dell’Ambiente del 10 Agosto 2012 n. 161. Secondo questo decreto ministeriale “i materiali da scavo possono contenere, sempre che la composizione media dell’intera massa non presenti concentrazioni di inquinanti superiori ai limiti massimi previsti dal presente regolamento, anche i MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 56 seguenti materiali: calcestruzzo, bentonite, polivinilcloruro (PVC), miscele cementizie ed additivi per scavo meccanico”. Si può infatti desumere come il livello di inquinamento non venga stabilito in ogni singolo lotto di terra, ma sull’intera massa prodotta. Questo decreto ha “magicamente” trasformato terre inquinate in prodotti adeguati per qualsiasi utilizzo. Per questo riteniamo importante intervenire su questo regolamento al fine di stabilire norme più stringenti e più rispettose dell'ambiente. Paragrafo 3 3.1 Costi e benefici I Rifiuti in Italia sono un business da oltre 34 miliardi di euro circa (10 per i rifiuti urbani e 24 per i rifiuti delle attività produttive e speciali) nel 2013, con una spesa procapite nazionale per la gestione RSU di 167,8 euro per abitante (dati Ispra 2015 relativi al 2014). In realtà i costi stanno apparentemente levitando, nel rapporto Ispra 2016 sui soli RSU il costo della filiera è di 10miliardi e 136milioni di euro nonostante la riduzione dei rifiuti. Si attendono i dati sui RS. Abbiamo compiuto un primo studio organico sul costo della gestione dei rifiuti nelle città mettendo a confronto le tariffe pagate da 22 milioni di cittadini e portando alla luce una filiera patologica che vede i rifiuti organici andarsene in giro per il Paese, dalla Campania al Veneto, dal Lazio alla Lombardia. Eppure la soluzione meno costosa e più sostenibile ci sarebbe, e sarebbe a portata di mano, creando anche posti di lavoro: con piccoli impianti comunali elettromeccanici e con una forte spinta al compostaggio domestico e di comunità, si potrebbe ad esempio creare un quantitativo abbondante di compost prezioso per i campi. La filiera lunga invece deresponsabilizza tutti gli attori. Secondo lo studio, quando c’è un inceneritore i costi per le utenze domestiche si impennano del 15%, il 10% in più per l'utenza non domestica. Si parla di oltre 1 miliardo di euro mentre in parallelo gli incentivi all'incenerimento nel 2015 ci sono costati ben 585 milioni di euro (dati GSE). Il piano del Governo di realizzare almeno 10 nuovi inceneritori potrebbe portare al collasso economico. Tra l’altro si moltiplicano i casi di outing in cui i gestori degli inceneritori stimano le perdite milionarie: Acerra 46 milioni in 20 anni, Ospitaletto 3 milioni annui. Un business plan reale degli impianti di recupero energetico da rifiuti allontanerebbe queste pericolose avventure ambientali che non stanno in piedi neppure con incentivi. Con le nostre proposte contenute nella scheda “autorizzazioni ambientali” intendiamo eseguire una calcolo delle esternalità sanitarie e ambientali delle attività produttive impattanti, compreso il ciclo dei rifiuti, inteso come sommatoria di trasporto dei rifiiuti, emissioni dagli impianti ecc, si potranno probabilmente rafforzare i nostri intenti anche sulla base dell’importante risparmio economico e sanitario (vedi studio ECBA). Un capitolo a parte merita la gestione dei rifiuti negli enti locali; come esposto nel testo, deve essere possibile controllare il prezziario dei gestori privati, evitando fenomeni di cartello che stanno portando a risparmi con la raccolta dei RSU in mano pubblica anche in piccole realtà. La gestione della raccolta, pubblica o privata, dovrà avvenire su un bacino adeguato, al massimo 500.000 persone (che corrisponde ai dati suggeriti dall’Antitrust). Il record urbano attuale è quello dei 111 euro procapite in città come Treviso con gestione pubblica, con risparmi del 62% procapite sulla gestione privata media, dell'11% sull'utenza domestica, del 48% sull'utenza non domestica. MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 57 Chiaramente con una programmazione ministeriale adeguata (agli antipodi del decreto legge “Sblocca Italia”) questi risultati sarebbero amplificati e il risparmio economico per cittadini e imprese sarebbe molto maggiore, così come il recupero di materia. Per quanto riguarda la pianificazione da noi proposta non dovrebbero esserci costi aggiuntivi a carico dello Stato. Si tratterebbe semmai di redistribuire incarichi all'interno degli enti preposti, dal momento che essi avranno già sicuramente al loro interno le competenze per effettuare la pianificazione prevista dal nostro programma. In ogni modo, anche se così non fosse, sarebbero somme limitate dal momento che si tratterebbe di incarichi di consulenza professionale. Dal momento che in base alla legge vigente tutti i piani dovranno passare attraverso la Valutazione Ambientale Strategica, sarà interessante mettere a punto un meccanismo atto a garantire la maggior partecipazione del pubblico alla pianificazione, anche attraverso l'uso della Rete. Dal punto di vista delle risorse economiche non dovrebbero esserci aggravi neanche sotto il profilo dei costi di gestione dei rifiuti, dal momento che in ogni caso essi sono coperti, per legge, dalla TARI per quanto riguarda i rifiuti urbani e direttamente dalle aziende per quanto riguarda i Rifiuti Speciali. Come si ricordava nel capitolo dedicato agli incentivi economici dedicati alla produzione di energia da rifiuti, già dalla loro abolizione si potrebbe ricavare una somma più che sufficiente a finanziare l'intero programma. Un'altra fonte di denaro politicamente corretta, dal nostro punto di vista, sarebbe l'armonizzazione a livello nazionale e l'aumento della tassa per lo smaltimento dei rifiuti in discarica. Con l'applicazione di una tariffa commisurata alla quantità effettiva di rifiuti prodotti vi sarebbe semmai una redistribuzione dei costi a vantaggio delle utenze più virtuose, bilanciata da un aggravio per quelle più impattanti, che porterebbe queste ultime verso comportamenti più rispettosi dell' ambiente e dunque, in prospettiva, verso un proporzionale calo della tariffa: questo innescherebbe un circolo virtuoso che porterebbe ad una minore produzione di rifiuti ed a una minore necessità di impianti, conformemente con il principio di prevenzione stabilito dalla normativa Comunitaria. La Relazione della Commissione per l'occupazione e gli affari sociali del 22 giugno 2015 sull'iniziativa per favorire l'occupazione verde ha osservato preliminarmente che “un'economia verde e circolare è in grado di fornire soluzioni per l'ambiente, l'economia e la società in generale”. Il documento ha altresì riconosciuto che “OMISSIS...una transizione verso società ed economie sostenibili, compresi modelli di produzione e consumo sostenibili, è potenzialmente in grado sia di creare nuova occupazione di qualità che di trasformare quella esistente in posti di lavoro verdi in quasi tutti i settori e lungo l'intera catena del valore...” Ad oggi, è stimato che la raccolta separata di frazioni quali la carta, il vetro, i metalli e la plastica, la stessa frazione umida, correttamente raccolti e selezionati, consentono all’Italia di risparmiare 6,5 miliardi di euro sull’importazione di materie prime dall’estero, in linea con la tradizione risalente di riciclo dei beni usati del nostro Paese. Secondo lo studio di Althesys (WAS report 2014) orientare la filiera dei rifiuti verso la prevenzione, riprogettazione, il recupero di materia e la filiera corta di smaltimento quando possibile, il vantaggio economico complessivo legato alla gestione dei rifiuti nonché all’impiantistica sfruttando le potenzialità insite soprattutto nella raccolta differenziata, nel trasporto, nella selezione e nel compostaggio può raggiungere i 16 miliardi di euro con un giro d’affari entro i prossimi sei anni di MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 58 circa 8 miliardi di euro) e potrebbe generare circa 195.000 nuovi posti di lavoro, rispetto ai 68.000 esistenti ad oggi nella gestione dei RSU in Italia. Le conseguenze occupazionali della solo accurata gestione della materia organica, permetterebbe la creazione di almeno 30.000 posti di lavoro a livello nazionale (uno ogni 100 utenze domestiche circa), grazie al compostaggio. 3.2 Costi e benefici da gestione umido e verde La filiera dei rifiuti organici e del verde in Italia costa circa 4 miliardi di euro fra gestione diretta (FORSU e rifiuti organici trattati in impianti di separazione meccanica o meccanica-biologica) e indiretta (discariche attive e in post-mortem, disastri ambientali ecc); il guadagno è minimo, Ispra stima meno dell’1% dei costi di raccolta e riciclo sia dell’umido che del verde, in parte a causa di una scarsa qualità del compost e per la scarsa cultura nell’utilizzo del compost stesso che potrebbe condurre alla riduzione delle impurità e una migliore qualità; in sostanza le nostre proposte mirano a ridurre notevolmente i costi di raccolta grazie alla prevenzione e alla filiera corta, e a incrementare i proventi della vendita e il recupero di materia, generando un risparmio per cittadini e imprese per quanto concerne la gestione di sottoprodotti e rifiuti, generando una filiera agricola più sostenibile, che fa meno ricorso all’energia fossile e che risparmia nell’acquisto di fertilizzanti, allontanandosi il più possibile dai chimici e privilegiando gli organici. La copertura economica per questo miglioramento della filiera è contenuta nella patologica tassa e tariffa attualmente pagata da cittadini e imprese per la gestione dei loro rifiuti. Con poche centinaia di migliaia di euro un comune piccolo medio può dotarsi dell’impiantistica necessaria a gestire l’umido e il verde, con un impianto comunale centrale e spingendo su compostiere scolastiche e di comunità; la cifra di manutenzione e gestione è minima e in meno di due anni le spese iniziali verrebbero compensate dal risparmio dovuto all’affrancamento da gestori privati o comunque esosi e poco efficaci in termini di recupero di materia. Nei Piani Economici Finanziari (PEF) dei comuni la gestione di umido e verde è almeno il 30% del PEF ed è sufficiente scorporare queste importanti cifre per fare un piano commerciale a breve scadenza, utilizzando il personale tecnico comunale, ad esempio con consorzi pubblici fra comuni in modo da condividere esperienze e competenze e creare l’unica economia di scala sostenibile. Come abbiamo evidenziato nel capitolo relativo alla gestione, pur mancando una filiera organizzata e coordinata dei rifiuti in Italia (sarebbe compito di Ministero dell’ambiente e regioni, al momento in gran parte inerti) i gestori pubblici vedono un risparmio del 10-15% in media rispetto ai privati, in proiezione si parla di oltre un miliardo di euro. L’integrazione gestionale fra umido e verde urbano e speciale (da attività produttive) potrebbe portare ulteriori risparmi e ottimizzazione della filiera. Secondo lo studio di Althesys la filiera dei rifiuti solidi urbani in Italia impiega 68.000 persone, spostando la filiera verso la prossimità di gestione e il recupero di materia si potrebbero creare 195.000 nuovi posti di lavoro, di cui almeno 30.000 nella gestione dell’umido e del verde (un posto ogni 100 utenze), ipotizzando per esempio 8.000 piccoli impianti elettromeccanici di compostaggio a gestione comunale. Le ispezioni a impianti del genere compiute dai membri M5S della Commissione ambiente ed ecomafie confortano questa tesi.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 59 3.3 Costi e benefici su gestione ottimale MCA Ogni anno lo Stato italiano spende oltre 2 miliardi di euro per gestire la filiera dell’amianto, dal censimento alla bonifica, alla gestione di illeciti e disastri ambientali delle circa 400.000 tonnellate all’anno di MCA, agli aspetti previdenziali di esposti e malati di patologie asbesto correlate, alla cura dei malati (circa 5.000 casi oncologici all’anno correlati all’asbesto a cui vanno aggiunte le patologie interstiziali asbesto correlate); i dati previdenziali sono parziali per la scarsa trasparenza degli enti previdenziali, INAIL in particolare. Tramite il REA si vuole ottenere un quadro più chiaro dei costi dell’amianto, per programmare al meglio la progressiva e massima riduzione del rischio da amianto, accelerando processi troppo lenti che rischiano di mantenere la spirale di rischi e patologie; il denaro speso per esportare MCA (oltre 250.000 t all’anno) in mere discariche di superficie è la stessa cifra ogni anno che consentirebbe di realizzare i siti regionali di discarica che mancano in Italia e che limiterebbero speculazioni e illeciti. La filiera dell’amianto ottimizzata per l’Italia potrebbe creare circa 20.000 posti di lavoro secondo i calcoli di ARPA Toscana. La rimozione e smaltimento di una tonnellata di MCA in Italia ha un prezzo molto variabile e con il REA intendiamo rendere pubblici e omogenei i prezziari per questi interventi, facendo anche capire che con la media di 1.000 euro a tonnellata, sono ipotizzabili circa 40 miliardi di euro per smaltire adeguatamente l’amianto nazionale, e che conviene accelerare questo processo per evitare fenomeni di esposizione acuta (durante sismi, incendi) e cronica (fibre rilasciate in quota sempre maggiore per il deperimento delle strutture) e un numero inaccettabile di patologie. Lo smaltimento illecito causa una moltiplicazione dei costi per la successiva necessità di smaltimento legale, con il rischio di incremento notevole dei costi della filiera.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 60 Cap. 4: acqua pubblica partecipata e trasparente Paragrafo 1 1.1 Stato attuale: i dati e il contesto normativo Eduardo Galeano pochi giorni prima del Referendum del 2011 scriveva queste parole: “Il senso comune ci insegna che l’acqua, come l’aria, non appartiene a chi la può comprare: l’acqua è di chi ha sete. Però nel mondo di oggi, il senso comune è il meno comune dei sensi, e può succedere di tutto. Chissà. Quale che sia il risultato, continueremo a credere che la difesa dell’acqua è un dovere di legittima difesa del genere umano.” Occuparsi di acqua significa tenere a mente e rispettare il suo ciclo integrale, che parte dai controlli sulla qualità delle acque e arriva alle modalità di gestione del servizio idrico integrato sempre più messe in discussione nonostante il referendum del 2011. Questo è l’approccio che abbiamo sempre avuto e che abbiamo deciso di mantenere in questi anni in cui siamo stati eletti come portavoce del Movimento 5 Stelle in Parlamento. Anni molto difficili anche su questo fronte, anni in cui i governi che si sono succeduti hanno portato, sotto la spinta delle lobby economiche alla guida delle Multiutility, un attacco fortissimo all’acqua “bene comune”. Anni in cui si è continuato a trascurare la cura e la conservazione di questa risorsa e approvando provvedimenti volti al tradimento del risultato referendario e alla privatizzazione del servizio idrico e di altri servizi pubblici essenziali. Nel 2013, appena eletti abbiamo contribuito alla costituzione dell’intergruppo parlamentare Acqua Bene Comune e ripresentato la legge di iniziativa popolare depositata insieme a 400mila firme nel 2007 dal Forum Italiano dei Movimenti per l’acqua e mai discussa. Proposta di legge poi stravolta e distrutta dagli emendamenti dei deputati del Partito Democratico durante la discussione alla Camera e attualmente in discussione in Senato, e dalla quale abbiamo ritirato tutte le nostre firme (lettura di approfondimento: http://www.beppegrillo.it/2016/04/il_pd_privatizza_lacqua_e_se_ne_frega_di_27_milioni_di_italiani.ht ml). Andiamo per ordine cercando di inquadrare il contesto che ci troviamo davanti quando parliamo di acqua. In Italia il 30% circa della popolazione, sul 60% del totale, dice di acquistare l’acqua minerale in bottiglia perché “non ritiene sicura” quella che sgorga dai rubinetti di casa. Il consumo pro capite di acqua minerale ha raggiunto quindi nel nostro Paese nel 2015 i 203 litri/anno a persona: un primato assoluto in Europa che rappresenta la terza posizione nel mondo dopo Arabia Saudita e Messico. Si tratta purtroppo di un comportamento che, oltre ad essere dispendioso, dal punto di vista ambientale è destinato ad aumentare la produzione di rifiuti di plastica e vetro e le emissioni determinate dai MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 61 trasporti. Il forte consumo è condizionato inoltre dalla vastità dell'offerta e dalla qualità delle acque minerali sorgive che si producono in Italia. In realtà in Italia la qualità delle acque destinate al consumo umano è complessivamente buona. Non mancano però situazioni di non conformità, principalmente nelle piccole gestioni comunali. Con riferimento alle acque sotterranee, da cui proviene l’85% delle acque prelevate destinate al consumo umano, si passa da regioni in cui la totalità o maggior parte delle stazioni di monitoraggio ha restituito una buona qualità delle acque, come è il caso del Trentino Alto Adige (99%) e del Molise (96,1%), a regioni in cui si riscontra una maggior incidenza di uno stato di criticità delle acque , dato che nel 54,9% dei punti di prelievo in Lombardia, nel 43,7% dei punti di prelievo in Sardegna e 39,6% dei punti prelievo in Sicilia si riscontrano superamenti dei limiti tabellari. I parametri critici sono sostanze inorganiche quali nitrati, solfati, fluoruri, cloruri, boro, insieme a metalli, sostanze clorurate, aromatiche e pesticidi. Lo stesso Istituto Superiore di Sanità (ISS) riconosce che i requisiti minimi di sicurezza dell’acqua per il consumo umano contenuti nell’attuale legislazione fanno riferimento ad un numero relativamente limitato di sostanze chimiche di interesse prioritario, per caratteristiche tossicologiche o per diffusione, ma che “in aggiunta alle sostanze regolamentate, molteplici elementi e composti chimici, di origine geogenica o antropica, rilasciati nelle risorse idriche di origine, prodotti nel corso dei trattamenti dei sistemi idrici o migrati nelle acque da prodotti e materiali in contatto con esse, laddove non efficacemente rimossi nella filiera di potabilizzazione, potrebbero ritrovarsi nelle acque, al punto di consumo, e rappresentare dei potenziali pericoli per la salute umana” . Ne sono un esempio, i composti perfluoroalchilici (Pfas) rilevati in Veneto o il tallio presente in Toscana. A questi si aggiungono sostanze di origine biologica quali la legionella in Emilia Romagna (Parma). Aggiungiamo che le soglie e il numero degli agenti contaminanti monitorati nelle acque è rimasto fermo ai primi anni 2000 e diventa sempre più urgente e necessario aggiornare i parametri in base ai quali vengono effettuati i controlli e prese le conseguenti precauzioni per tutelare la salute umana. Da parecchi decenni purtroppo, le acque minerali naturali vengono utilizzate al posto delle acque di rubinetto perché, grazie alla pubblicità martellante dei mezzi di comunicazione di massa, nell’immaginario collettivo sono considerate più controllate e quindi più sicure: in altri termini migliori delle acque di casa. L’articolo 1 del Dlgs 105/92, legge che regolamentava le acque minerali fino al 2011, trasformato in articolo 2 del Dlgs 176/2011, che le regolamenta oggi, definisce le caratteristiche per le quali un’acqua si considera “minerale”. A differenza di un’acqua potabile che per definizione può essere bevuta senza causare danni alla salute, le acque minerali sono da considerarsi delle acque terapeutiche, con limiti e parametri ben diverse da quelle potabili. Per esempio, prima con l’art. 5 del DM 542/92 ed ora con l’art. 1 del DM 29 dicembre 2003, per una serie di sostanze saline non si impone nessun limite. Questa condizione fa si che ogni acqua minerale andrebbe bevuta da alcuni soggetti e non da altri; ovvero ogni acqua minerale dovrebbe essere bevuta in base alla patologia che si vuole curare; perciò le acque minerali dovrebbero, a partire dalle etichette, essere chiaramente definite non come potabili, ma come terapeutiche visto che possono contenere sostanze tossico/cancerogene in concentrazione superiore a quanto possibile nelle acque di rubinetto. MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 62 Inoltre appare scandaloso che non esista una uniformità di pagamento delle concessioni che vengono pagate per l’estrazione delle acque minerali e che tali somme siano veramente esigue, garantendo un profitto altissimo alle aziende che commercializzano l’acqua. Il “Documento di indirizzo delle Regioni italiane in materia di acque minerali naturali e di sorgente” approvato dalla Conferenza delle Regioni il 16 novembre 2006 prevede infatti le seguenti tre tipologie di canone per le concessioni date alle aziende: • da 1 a 2,5 € per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata; • da 0,5 a 2 € per metro cubo o frazione di acqua utilizzata o emunta; • almeno 30 € per ettaro o frazione di superficie concessa. Per quanto riguarda il servizio idrico integrato: In base ai dati ISTAT: • nel 2012 il volume complessivo di acqua prelevata per uso potabile era pari a 9,5 miliardi di metri cubi, con una crescita del 3,8% rispetto al dato censito nel 2008 • il volume erogato agli utenti era di 5,2 miliardi di metri cubi, che corrisponde a un consumo giornaliero di acqua pari a 241 litri per abitante, 12 litri al giorno in meno rispetto all’ultimo dato censito nel 2008. Non tutta l’acqua che viene immessa in rete arriva agli utenti finali però, perché le dispersioni continuano a essere persistenti e gravose. Nel 2012, le dispersioni di rete - calcolate come differenza percentuale tra i volumi immessi ed erogati - ammontano al 37,4%, in aumento rispetto al 2008 (32,1%). In alcuni casi, i volumi di acqua immessi sono superiori a quelli effettivamente necessari, al fine di garantirne il livello di consumo. Ciò, in parte, è dovuto a dispersioni considerate fisiologiche e legate all’estensione della rete, al numero degli allacci, alla loro densità e alla pressione d’esercizio. Le dispersioni sono, inoltre, derivanti da criticità di vario ordine: rotture nelle condotte, vetustà degli impianti, consumi non autorizzati, errori di misura. Nel complesso, le dispersioni delle reti comunali di distribuzione dell’acqua potabile ammontano a 3,1 miliardi di metri cubi. Pertanto il 37,4% dei volumi immessi in rete non raggiunge gli utenti finali. Inoltre anche l’Istat segnala che le attività di manutenzione degli impianti, a causa di una diffusa riduzione degli investimenti nel settore idrico e - in generale – a causa della crisi economica, sono diminuite negli ultimi anni, con inevitabili conseguenze sui volumi dispersi. Nel complesso le dispersioni di rete ammontano a 3,1 miliardi di metri cubi: 8,6 milioni di metri cubi persi al giorno, ovvero poco meno di 100 mila litri al secondo. Si disperdono quindi, per ogni residente, 144 litri al giorno oltre quanto effettivamente consumato. Per quanto riguarda le modalità di gestione vi sono al momento in Italia oltre 700 gestori, suddivisi in 5 tipologie di soggetti giuridici, e 72 affidamenti fatti da circa 90 Autorità d'Ambito Territoriale Ottimale (AATO): sono questi i numeri che descrivono la situazione piuttosto ingarbugliata del servizio idrico italiano. Una miriade di gestioni, in cui convivono soggetti pubblici, privati e misti, e rispetto al quale manca come dicevamo un quadro normativo unitario di riferimento che a partire da quanto fu previsto nella Legge Galli e poi nel Testo Unico Ambientale, favorisca il processo di ripubblicizzazione del servizio idrico integrato nel rispetto dell’esito del referendum del 2011.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 63 Il finanziamento del servizio idrico integrato ha dimostrato il suo fallimento dal momento in cui al principio del “full cost recovery” si è associato l'affidamento a soggetti privati. I dati in tal senso parlano chiaro: dal 1990 al 2000, decennio in cui si attua la trasformazione dalle gestioni delle Aziende municipalizzate al nuovo assetto fondato sulla gestione da parte delle società di capitali, gli investimenti nel settore idrico sono caduti di oltre il 70% flettendo da circa 2 mld di euro a circa 600 milioni annui, le tariffe del SII subiscono un aumento pari al 61,4% nel periodo 1997-2006. In effetti gestire l'acqua è un business molto appetibile, il giro di affari annuo è calcolato in circa 8 miliardi di euro. Fino al Referendum del 2011 inoltre gestire l'acqua voleva dire non avere rischio d'impresa poiché i profitti erano garantiti per legge per una quota pari al 7% del capitale investito prevista nelle bollette (la cosiddetta “adeguatezza della remunerazione del capitale investito” abrogata dal secondo quesito referendario). Gestire il servizio idrico significa gestire un servizio in regime di monopolio poiché l'acqua è monopolio naturale e pertanto può essere pubblico o privato, ma non sussiste possibilità di concorrenza. D'altra parte i fautori del mercato continuano a mistificare la realtà sostenendo che, rimanendo pubblica la proprietà delle reti, l'acqua non viene privatizzata, ma ciò che viene messo sul mercato è la sua gestione. Appare evidente come il reale proprietario del bene sia colui che lo gestisce in regime di monopolio poiché detiene tutte le informazioni e non colui che ne mantiene la proprietà formale. Il mantra poi dell’efficienza del privato e del mercato non regge. Il “full cost recovery”, cioè il finanziamento del sistema e degli investimenti tramite tariffa, appare assolutamente inadeguato a garantire l’ingente mole di investimenti di cui il servizio idrico necessita. Infatti, anche i base a ciò che ci dicono i dati Istat, gli investimenti realizzati, almeno da 10 anni a questa parte, sono largamente insufficienti rispetto a quanto necessario e il loro tasso di realizzazione rispetto a quanto previsto è decisamente preoccupante. Questo “ritardo” assume aspetti ancora più inquietanti se si considera che gli investimenti da realizzare riguardano, per buona parte, il completamento della copertura del ciclo del servizio idrico integrato, in particolare per il sistema della fognatura e della depurazione, e la ristrutturazione delle reti esistenti, fondamentale per intervenire rispetto alle perdite, che oggi assommano a più del 30% dell’acqua immessa nelle reti stesse. Inoltre va considerato come, nella determinazione della tariffa in praticamente tutti i Piani d’Ambito, il consumo d’acqua viene costantemente sovrastimato. Come efficacemente dimostrato, la crescita ipotizzata dei consumi nella misura dell’1% annuo è decisamente (e per fortuna) poco attendibile, ma ciò comporta il venir meno, a seconda degli scenari, tra il 10 e il 15% dei ricavi previsti, con l’ovvia conseguenza di ulteriore minore copertura degli investimenti programmati; la stessa Federutility, ovvero la corporazione dei gestori che oggi prende il nome di Utilitalia, in un documento del 2010 e lo stesso Mauro Grassi, capo della struttura di missione di Palazzo Chigi all’inizio del 2016 sono stati costretti a riconoscere che “l’ingente fabbisogno finanziario di cui necessita il sistema non può far carico unicamente alla leva tariffaria in quanto incapace di generare in tempi brevi le risorse per fare fronte al debito e alle inefficienze”. Infine per quanto riguarda le infrastrutture idriche ed in particolare quelle preposte ai sistemi di fognatura e depurazione sull’Italia pendono ben 3 procedure di infrazione europea e in questi anni MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente 64 abbiamo tentato di tutto perché finalmente si ponesse fine alle inadempienze e si richiamassero i gestori alle proprie responsabilità. La prima procedura d’infrazione 2004/2034 (Causa C 565/10): relativa agli agglomerati > 10.000 a.e.
che scaricano in aree cosiddette “sensibili”, in cui l’inadempienza dello Stato italiano è relativa agli
obblighi di predisposizione dei sistemi di raccolta (Dir. 91/271/CEE, art. 3) e dei sistemi di
trattamento (art. 4 e 10). La Sentenza della Corte di Giustizia del 19 luglio 2012 ha accertato la
violazione da parte dello Stato Italiano per 110 agglomerati.
La seconda procedura d’infrazione 2009/2034 (Causa C-85/13): relativa allo stato di attuazione per
gli agglomerati > 2.000 a.e.. per cui la Sentenza della Corte di Giustizia del 10 aprile 2014 ha accertato
la violazione da parte dello Stato Italiano per 41 agglomerati.
La terza procedura partita all’inizio del 2014 è la 2014/2059 (all’esito della raccolta di informazioni
EU Pilot 1976/11/ENVI): relativa agli agglomerati con carico generato superiore a 2.000 a.e., riguarda
la non conformità agli articoli 3, 4 e 5 per 883 agglomerati urbani e la non conformità all’articolo 5 per
55 aree sensibili.
In tutte queste procedure la Commissione europea afferma, in sostanza, che “la mancanza di idonei
sistemi di raccolta e trattamento, previsti dall’Unione europea già dal 1998, comporta rischi per la salute
umana, le acque interne e l’ambiente marino”. Nonostante “i buoni progressi – spiega la Commissione
europea – la gravità delle persistenti lacune ha indotto ad adire nuovamente alla Corte di giustizia”.
Questa è la prova tangibile della incapacità di spesa e investimenti in questo settore negli ultimi 20
anni. Il dato ancora più allarmante è che, pur in presenza di risorse, 3,2 miliardi di euro (2,8 miliardi
di euro solo per il sud) stanziati per quasi 900 opere tra depuratori, fognature e acquedotti che non
sono ancora state nemmeno avviate a gara. Inoltre per affrontare la situazione non sono
assolutamente bastati gli esigui fondi stanziati nel 2014 dal governo attraverso lo Sblocca Italia,
realmente sbloccati grazie alla nostra pressione solo sul finire del 2016, né i commissariamenti di
massa degli impianti che non hanno però prodotto i risultati attesi, anche a causa delle gravi e pesanti
lacune burocratiche. Né risolverà la situazione probabilmente la nomina dell’ennesimo super
commissario come previsto dal primo decreto Mezzogiorno del 2017.
In un quadro in cui manca un chiaro e unitario strumento normativo sulla gestione del servizio idrico
integrato, lacuna che abbiamo provato a colmare chiedendo con forza l’approvazione della legge di
iniziativa popolare sull’acqua, si sono invece innestati diversi provvedimenti governativi tutti diretti
alla privatizzazione del servizio e all’incentivazione dei processi di aggregazione in multiutility e che
per poter rispettare il voto democratico di 27 milioni di cittadini dovremo abrogare una volta al
Governo.
L’obiettivo infatti del Governo Renzi più volte sbandierato fuori dalle aule parlamentari ovviamente
era “Dobbiamo passare da circa 1.500 società partecipate a 20 società regionali per la gestione dei
rifiuti, 5 grandi player per il servizio idrico integrato, 3 per la distribuzione del gas e 4 per il trasporto
pubblico locale .” Un programma di governo portato avanti a colpi di decreti (Sblocca Italia, Legge di
stabilità, Delega Madia) dietro al ricatto dei vincoli imposti dal patto di stabilità interno e del mantra
“ce lo chiede l’Europa”.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Provvedimenti approvati dall’attuale parlamento, con il voto di tutti i parlamentari della
maggioranza, ma da noi osteggiati con determinazione per una serie di chiari ed evidenti
motivi:
Il collegato ambientale la cui gestazione è stata paragonabile a quella di un elefante: esattamente 21
lunghi mesi dal febbraio 2014 al dicembre 2015 per depositare un testo elefantiaco sulle tematiche
ambientali le più diverse fra loro, collegato ad una Legge di Stabilità distante due anni, una follia
praticamente inattuabile.
Collegato ambientale che nel Capo VIII DISPOSIZIONI PER GARANTIRE L’ACCESSO UNIVERSALE
ALL’ACQUA prevede appunto una serie di norme sull’acqua, ma nel quale ci siamo dovuti battere per
mesi per conservare prima e poi far reinserire, dopo che con un colpo di spugna era stato cancellato,
l’articolo sulla morosità e i distacchi, un tema per noi fondamentale per garantire questo diritto
umano a tutti gli abitanti ( non solo ai cittadini) di questo paese in quanto diritto universale.
Il Governo e i parlamentari che lo hanno votato hanno deciso di delegare alle direttive di una authority
(AEEGSI), cosiddetta indipendente, ma in realtà ben collegata ai gestori privati, la decisione di come
affrontare questo tema, come i limiti e le modalità per gestire le morosità e procedere ai distacchi che
per noi dovevano essere semplicemente vietati.
Il decreto “Sblocca Italia” che ha costruito un piano complessivo di aggressione ai beni comuni e che
contiene delle norme che, modificando profondamente la disciplina riguardante la gestione dell’acqua,
mirano di fatto alla privatizzazione del servizio idrico.
In particolare l’articolo 7 modifica quella parte del Testo Unico Ambientale (D. lgs 152/2006) che
riguarda la gestione del servizio idrico integrato: modificando il principio cardine su cui si basava la
disciplina, ovvero passaggio da “unitarietà della gestione” a “unicità della gestione”; imponendo il
progressivo passaggio al gestore unico per ogni ambito territoriale ottimale (AATO) che sarà scelto tra
chi già gestisce il servizio idrico per almeno il 25% della popolazione che insiste su quel territorio,
quindi le grandi aziende e/o multiutility; l’imposizione al gestore che subentra di corrispondere al
gestore uscente un valore di rimborso definito secondo i criteri stabiliti dall’AEEGSI, ciò rischia di
rendere più onerosi e quindi difficoltosi i processi di ripubblicizzazione.
Poi è stata la volta della legge di Stabilità 2015 che al comma 609 prevede una serie di norme volte ad
incentivare e favorire i processi di aggregazione, imponendo pesanti vincoli agli Enti locali e alle
aziende che gestiscono i servizi pubblici locali che non intendano assecondare questi processi di
aggregazione e fusione. Processi che allontano sempre di più il servizio dal cittadino.
Infine ci hanno provato con il disegno di legge delega Madia ed in particolare con i decreti attuativi sui
servizi pubblici locali e sulle partecipate, nei quali fra gli obiettivi a breve termine, veniva indicata “la
riduzione della gestione pubblica ai soli casi di stretta necessità”, mentre sono obiettivi di lungo periodo:
“garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di
rafforzamento del ruolo dei soggetti privati” e “attuare i principi di economicità ed efficienza nella
gestione dei servizi pubblici locali, anche al fine di valorizzare il principio della concorrenza”. Alla fine è MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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intervenuta la Corte Costituzionale a dichiararli incostituzionali e a porre un freno almeno a questi
provvedimenti.
Paragrafo 2
2.1 Cosa si propone e i benefici attesi
La risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel luglio 2010 ha sancito che l’accesso
all’acqua potabile ed ai servizi igienico-sanitari è un diritto umano, cioè universale, indivisibile ed
imprescrittibile. Gli Stati nazionali hanno il dovere di assicurare acqua di buona qualità, accessibile ad
una distanza ragionevole dalla propria casa. La effettiva concretizzazione del diritto umano all’acqua
costituisce la grande sfida a cui tutti i Parlamenti nazionali e la comunità internazionale devono dare,
in tempi brevi, una risposta concreta.
Il diritto all’acqua è un diritto inalienabile: dunque l’acqua non può essere proprietà di nessuno, bensì
bene condiviso equamente da tutti.
Per questo la prima e forse migliore riforma costituzionale che andrebbe approvata è proprio quella
che prevede di inserire nella prima parte della Costituzione il diritto umano all’acqua, come hanno già
fatto diversi Paesi tra cui (il primo in Europa) la Slovenia alla fine del 2016.
Queste sono le nostre proposte una volta al Governo di questo Paese.
Per quanto riguarda la qualità dell’acqua:
L’applicazione del Decreto 31/2001, avvenuta contestualmente alla nascita del sistema delle agenzie,
alla riorganizzazione del Servizio Sanitario Nazionale e dei relativi servizi di prevenzione e,
soprattutto, alla farraginosa e spesso caotica riforma della gestione del Servizio Idrico Integrato, ha
comportato una profonda riorganizzazione di tutte le competenze e le modalità amministrative e
tecniche di gestione della problematica della sicurezza nella distribuzione dell’acqua potabile nelle
case dei cittadini.
A 11 anni dall’introduzione di queste norme è lecito e, anzi, doveroso verificare lo stato di attuazione
concreta delle previsioni legislative in esse contenute, proponendo, con la presente proposta, una
profonda rivisitazione delle previsioni normative e integrandole con l’inserimento di nuove misure.
La proposta si muove su quattro assi principali:
• quello della consapevolezza, per garantire la trasparenza, la pubblicità, l’accesso alle
informazioni e la partecipazione dei cittadini in tutte le procedure che riguardano la sicurezza
sia nell’approvvigionamento della risorsa idropotabile sia nella sua distribuzione presso case e
opifici;
• quello della sicurezza alimentare, introducendo la gestione della sicurezza sanitaria in un
orizzonte più ampio e meno riduzionistico ponendo il tema dell’accesso ad un’acqua di qualità,
abbondante, sicura e salubre nel contesto ambientale e territoriale attuale, sempre più MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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complesso, caratterizzato dal moltiplicarsi di situazioni di inquinamento e dell’avverarsi della
previsioni connesse al cambiamento climatico in atto;
• quello di una visione tecnico-scientifica più contemporanea, migliorare le capacità tecniche
da parte degli organismi a vario titolo coinvolti per assicurare un costante miglioramento
introducendo sinergico;
• quello della rimodulazione del sistema sanzionatorio.
(link: http://www.camera.it/leg17/126?tab=&leg=17&idDocumento=2367&sede=&tipo= )
Per quanto riguarda le concessioni per le acque minerali, da una indagine di Legambiente e
AltraEconomia del 2014 emerge che:
Per quanto riguarda i canoni, sono previste le seguenti tre tipologie di canone per le
concessioni date alle aziende:
• da 1 a 2,5 € per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata;
• da 0,5 a 2 € per metro cubo o frazione di acqua utilizzata o emunta;
• almeno 30 € per ettaro o frazione di superficie concessa.
Per quanto riguarda i criteri, la situazione è la seguente:
• per quanto riguarda i canoni di concessione, il Molise, la Provincia autonoma di
Bolzano, l’Emilia Romagna, la Puglia e la Sardegna, continuano ad applicare
esclusivamente un canone annuo in funzione della superficie e non dei volumi emunti o
imbottigliati. Basilicata, Campania e Toscana, che applica un canone unico, solo in
funzione dei volumi imbottigliati, sono le Regioni che, pur applicando un doppio
canone, impongono importi inferiori ad 1€/m3 , diversamente da quanto indicato dalle
linee guida nazionali;
• le Regioni che applicano un doppio canone con importi uguali o superiori a 1€/m3,
sono l’Abruzzo, la Calabria, il Friuli Venezia Giulia (anche se il canone di 1,06€/m3 è
scontabile fino al 70%), il Piemonte (ha aumentato sia il canone relativo agli ettari 8
occupati, che quello relativo ai volumi imbottigliati, portando il primo da 20,66 a
35€/ha e il secondo da 0,75 a 1€ min./1,20€ max, ma al tempo stesso prevede forti
agevolazioni per quelle aziende che si attengono ad accordi per tutelare l’occupazione,
che di fatto rischiano di rendere vano l’aumento del canone), le Marche, l’Umbria
(anche se il canone di 1€/m3 è imposto solo per i volumi emunti e non per quelli
imbottigliati e le rilevazioni sono ferme al 2012), la Valle d’Aosta, la Provincia
autonoma di Trento, la Lombardia e il Veneto;
• il primato per i canoni più alti spetta al Lazio, che applica una quota per gli ettari, una
per i volumi emunti ed una per i volumi imbottigliati, rispettivamente di 65,21-
130,42€/ha, 1,09€m3 e 2,17€/m3; ad esso si aggiunge anche la Sicilia, che in seguito
alla norma del maggio 2013 ha applicato un canone più alto alle concessioni, chiedendo
alle ditte imbottigliatrici, da 60 a 120€/ha a fronte dei 10,12€ del 2012, e dal 2014, il
triplo canone (1 €/m3 per i volumi emunti e 2 per quelli imbottigliati €/m3 ).MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Appare dunque evidente come la situazione attuale sia assolutamente insostenibile sia dal punto di
vista ambientale che economico. Dal punto di vista ambientale ovviamente per l’enorme consumo di
plastica e per l’inquinamento prodotto dai mezzi per il trasporto delle acque imbottigliate.
Dal punto di vista dell’impatto economico, perché le Regioni continuano ad incassare cifre irrisorie e
insufficienti a ricoprire anche solo le spese sostenute per la gestione amministrativa delle concessioni
o per i controlli, senza considerare quanto viene speso per smaltire le numerose bottiglie in plastica
derivanti dal consumo di acque minerali che sfuggono alle raccolte differenziate. Un processo di
revisione della normativa e di innalzamento dei canoni appare necessario e urgente, al fine di
disincentivare questa produzione e consentire quantomeno di “ripagare” il territorio dell’impatto di
queste attività e di recuperare fondi, con l’obiettivo di destinarli a finalità ambientali.
Inoltre in questi anni abbiamo depositato diversi emendamenti e ordini del giorno, per proporre di
ridurre l’inquinamento ambientale e la produzione di rifiuti consentendo a tutti gli esercizi
commerciali in possesso di regolare licenza per la somministrazione al pubblico di alimenti e bevande,
di servire gratuitamente ai clienti acqua potabile che fuoriesce dai rubinetti utilizzati per il consumo
umano, facendo anche in modo che siano i Comuni stessi ad incentivare tale pratica.
Infine, in base anche a quanto previsto dalla legge di iniziativa popolare depositata nel 2007 dal Forum
Italiano dei Movimenti per l’Acqua diventata poi AC 2212 presso la Camera, relativamente al tema del
rilascio e del rinnovo di concessioni di prelievo di acque, la nostra proposta è che questi debbano
essere concessi dalla Autorità di Distretto e vincolati al rispetto delle priorità di utilizzo e alla
definizione del bilancio idrico di bacino idrico di distretto, corredato da una pianificazione delle
destinazioni d’uso delle risorse idriche. Inoltre, fatti salvi i prelievi destinati al consumo umano per il
soddisfacimento del diritto all’acqua, il rilascio o il rinnovo di concessioni di prelievo di acque dovrà
considerare il principio del recupero dei costi relativi ai servizi idrici, compresi i costi ambientali e
relativi alle risorse soddisfacendo in particolare il principio “chi inquina paga”, così come previsto
dall’articolo 9 della Direttiva 2000/60 CE. In aggiunta, per esigenze ambientali o sociali gli Enti
preposti alla pianificazione della gestione dell’acqua possono comunque disporre limiti al rilascio o al
rinnovo delle concessioni di prelievo dell’acqua anche in presenza di remunerazione dell’intero costo.
Per quanto riguarda gli investimenti nelle infrastrutture idriche:
Alcuni dati generali:
• per quanto riguarda le reti idriche, il valore medio delle perdite in rete risulta di circa il 40%
del volume approvvigionato.
• l’età media delle condotte di adduzione evidenzia valori compresi tra 12 e 50 anni.
• l’età media delle reti di distribuzione si attesta sui 30 anni con valori compresi tra i 12 e i 49
anni.
• il grado di copertura del servizio fognario si attesta mediamente intorno all’84% della
popolazione residente. La lunghezza percentuale delle reti nere corrisponde al 22% del totale,
mentre quella riservata alle sole acque meteoriche è limitata al 9%.
• il livello di copertura del servizio di depurazione dell’acqua ad usi civili corrisponde ad un
valore medio del 73%.
La preoccupante situazione infrastrutturale sopra esposta infatti ci conferma che occorre mettere in
campo una nuova ipotesi strategica e appare evidente, per i motivi sopraesposti che solo l’intervento MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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pubblico è in grado di cimentarsi con tale questione. In altri termini, è necessario un piano
straordinario di investimenti nel settore idrico, l’unica grande opera utile di cui abbiamo realmente
bisogno.
Finalità prioritaria di questo piano straordinario è quella di dare certezze e produrre un’accelerazione
degli investimenti previsti e di indirizzarli prevalentemente verso la ristrutturazione della rete idrica,
con l’obiettivo di ridurre strutturalmente le perdite di rete, e verso le nuove opere, in particolare del
sistema di depurazione e di fognatura. Essendo l’acqua una risorsa indispensabile e un diritto umano
universale, riteniamo urgente intervenire anche sulle reti idriche, nonostante avrebbero dovuto
provvedere i gestori (molto spesso privati e che percepiscono quote per la ristrutturazione delle reti in
tariffa). Per questo sarà necessaria la costituzione di un apposito Fondo di 500 milioni di euro annui al
fine di accelerare gli investimenti nel servizio idrico integrato, con particolare riferimento alla
ristrutturazione della rete idrica.
Come evidenziato, ogni anno vengono stanziati nuovi fondi, ma invece di migliorare la situazione
peggiora, perché per i gestori evidentemente questo è diventato un business, una nuova speculazione
per avere ritorni assicurati e non saranno nuovi commissari straordinari a poter risolvere il problema.
Bisognerà dunque monitorare sull’utilizzo dei fondi, anche quelli già stanziati, riportando le
responsabilità in capo agli Enti locali, dando loro la possibilità di monitorare la realizzazione degli
interventi, sotto il coordinamento del Ministero dell’Ambiente. Il Ministero infatti dovrebbe
strutturarsi per affiancare e sostenere gli Enti Locali.
Restano poi da verificare fino in fondo le responsabilità di chi ha consentito il protrarsi di questa
situazione chiedendo alla Corte dei Conti di verificare le eventuali responsabilità per danno erariale di
amministratori e gestori.
Infine per quanto riguarda complessivamente la gestione del servizio idrico integrato, riteniamo
che per sbloccare realmente l’Italia, serva bloccare i processi di privatizzazione e ricostruire una
gestione dell’acqua, dei rifiuti, del trasporto pubblico locale, dell’energia, prossima ai cittadini e alle
amministrazioni locali, per garantire la trasparenza e la partecipazione nella gestione dei servizi.
Quella che si è delineata durante questa legislatura è la solita strategia, che ha portato all’attuale crisi
economico finanziaria sociale ed ambientale, che, con la scusa della riduzione del debito, punta a
mettere sul mercato ciò che appartiene a tutti, producendo una grave aggressione all’autonomia degli
Enti Locali, un attacco frontale ai diritti dei cittadini, una generalizzata privatizzazione e
finanziarizzazione dei beni comuni, con forti conseguenze sull’ambiente e sugli ecosistemi.
Le politiche di privatizzazione, che hanno fatto dell’acqua una merce e del mercato il punto di
riferimento per la sua gestione, ha provocato dappertutto degrado e spreco della risorsa,
precarizzazione del lavoro, peggioramento della qualità del servizio, aumento delle tariffe, riduzione
dei finanziamenti per gli investimenti, mancanza di trasparenza e di democrazia. Ovvero, il totale
fallimento degli obiettivi promessi da anni di campagne a sostegno dei processi di privatizzazione e del
cosiddetto partenariato pubblico-privato – maggiore qualità, maggiore economicità, maggiori
investimenti – che, vista l’attuale crisi del sistema, hanno evidentemente fallito.
E’ necessario, pertanto, dotare il nostro Paese di un quadro legislativo nazionale che sancisca la natura
pubblica del “servizio idrico integrato“(SII) e lo sottragga da quello dei servizi pubblici locali di
rilevanza economica.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Per funzionare correttamente ogni società avrà bisogno di “possedere”, promuovere e “governare”
insieme una serie di beni e servizi pubblici. Questo significa rilanciare il ruolo delle città e la
partecipazione dei cittadini. Non possiamo permettere che sull’acqua si rilanci l’economia dei profitti,
vogliamo piuttosto favorire la costruzione di nuovi modelli di gestione dei servizi pubblici locali più
efficienti e a misura di cittadino, evitando gli sprechi, le “parentopoli” e i “poltronifici” con l’obiettivo di
garantire a tutti il servizio.
Contro la deriva proposta dai diversi Governi che si sono succeduti in questi anni il M5S propone
quindi:
• che vengano introdotti Piani di gestione e tutela delle acque, a livello di distretti idrografici, tenendo
in considerazione quindi il ciclo idrologico, ovvero la stretta interconnessione tra acqua, agricoltura e
produzione di cibo, salute ed energia;
• che il servizio idrico sia inteso quale insieme delle attività di captazione, adduzione e distribuzione di
acqua a usi civili, fognatura e depurazione delle acque reflue, come servizio pubblico locale di interesse
generale, privo di rilevanza economica. Questo per noi significa difendere l’unitarietà del servizio che,
appunto, deve essere integrato, contro l’unicità della gestione possibilmente privata proposta dal
Governo. Questo vuol dire anche rilanciare gli investimenti in questo settore, ma garantendo che
vengano effettuati con trasparenza e sotto il controllo delle comunità che vivono nei territori al fine di
assicurare a tutta la popolazione la distribuzione nelle case e nei luoghi di lavoro di acqua salubre,
priva da agenti patogeni e sostanze contaminanti potenzialmente pericolose per la salute.
• che la gestione del servizio idrico integrato venga nuovamente affidato ad Enti di diritto
pubblico, cioè aziende speciali di diritto pubblico e consorzi tra comuni, perché le società per
azioni quotate e non sono enti di diritto privato votate alla missione di realizzare utili e profitti
da redistribuire tra gli azionisti. Quindi in completa antitesi con la nostra visione dell’acqua
comune a quella dei 27 milioni di cittadini che nel 2011 hanno votato “Sì” proprio per
eliminare la possibilità di fare profitti sull’acqua. Volontà democraticamente espressa e poi
antidemocraticamente tradita a colpi di fiducia dagli ultimi governi e con la distruzione della
Proposta di Legge AC 2212.
• che i bacini idrografici siano l’unità di misura in base alla quale pianificare la gestione delle
risorse idriche. Definendo i distretti idrografici come dimensione ottimale di governo e
gestione dell’acqua, si sancisce che per ogni distretto idrografico viene costituita una Autorità
di Distretto idrografico che definisce il Piano di gestione sulla base del bilancio idrico, gli
strumenti di pianificazione e concede il rilascio e il rinnovo delle concessioni i quali devono
essere vincolati al rispetto delle priorità di utilizzo della risorsa.
Il governo e la tutela del ciclo naturale dell’acqua, dovrà essere affidato in esclusiva al Ministero
dell’Ambiente con il fine di regolamentarne tutti gli usi, produttivi e non produttivi, e del servizio
idrico, e di determinazione delle componenti delle tariffe, non ad una autorità terza garante del
mercato come l’AEEGSI che non può essere garante degli interessi degli utenti, perché finanziata dai
gestori stessi.
Deve essere affidato alle Regioni il compito di redigere il Piano di tutela delle acque e la facoltà di
normare la scelta del modello gestionale del servizio idrico integrato, esclusivamente tra quelle
possibili per gli enti di diritto pubblico.MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

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Gli Enti Locali, attraverso il Consiglio di Bacino dovrebbero invece svolgere le funzioni di
programmazione del Piano di bacino, organizzazione del servizio idrico integrato, scelta della forma di
gestione, modulazione delle tariffe all’utenza. Le funzioni di controllo dovranno essere affidate ad una
autorità nazionale di vigilanza sulle risorse idriche presso il Ministero dell’Ambiente.
Si deve urgentemente avviare una fase di transizione verso la ripubblicizzazione della gestione del
servizio idrico, stabilendo la decadenza degli affidamenti in essere in concessione a terzi, e anche quelli
a società a capitale misto pubblico-privato o attraverso società a totale capitale pubblico.
Per attuare i processi previsti dalla fase di transizione, bisognerebbe prevedere l’istituzione di un
Fondo per la ripubblicizzazione, sostenuto anche dalla Cassa Depositi e Prestiti o altro ente similare di
nuova creazione. Cassa Depositi e Prestiti infatti, essendo costituita dai risparmi postali dei cittadini
italiani dovrà contribuire ad accelerare gli investimenti nel servizio idrico integrato, con particolare
riferimento alla ristrutturazione della rete idrica.
Infine dovranno essere definiti gli strumenti di democrazia partecipativa che dovranno essere
disciplinati negli Statuti degli Enti Locali, prevedendo anche che le sedute dei Consigli di Bacino siano
pubbliche e servano a ricostruire il tessuto umano e sociale delle nostre città e dei nostri territori,
dove i cittadini possano realmente decidere su ciò che li riguarda.
Sono queste le istanze che da anni, da tutti i territori vengono portate avanti e che vogliamo finalmente
realizzare invertendo definitivamente la rotta che ci vuole sempre più clienti invece che cittadini.
Ripartiamo dall’acqua pubblica, partecipata, trasparente e di qualità perché si scrive acqua, ma si
legge democrazia!MoVimento 5 stelle – Programma Ambiente

IL PROGRAMMA AMBIENTE CONTINUA QUI: PARTE1 (Questo documento)

IL PROGRAMMA AMBIENTE CONTINUA QUI: PARTE2 (Pagine 72 a 120)

IL PROGRAMMA AMBIENTE CONTINUA QUI: PARTE3 (Pagine 121 a 180)

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