Mozione robotica e intelligenza artificiale: il mio intervento
Mozione robotica e intelligenza artificiale: il mio intervento

Mozione robotica e intelligenza artificiale: il mio intervento

Lo scorso 3 maggio 2017 la Camera dei Deputati ha approvato la mia mozione sull’intelligenza artificiale e sulla robotica. Numerosi i punti su cui il Governo è stato chiamato a intervenire: dalla sensibilizzazione sul tema della disoccupazione tecnologica all’istituzione di un Osservatorio nazionale sul fenomeno, dall’introduzione nelle scuole di percorsi di formazione adatti alle sfide in atto fino all’implementazione della ricerca e degli incentivi alle imprese che innovano, senza dimenticare l’avvio di una riflessione per la costruzione di un nuovo welfare e di una sperimentazione di forme di reddito di base incondizionato.

A seguire, il testo del mio discorso e il video dell’intervento in Aula.

Grazie, Presidente.

Ci troviamo di fronte a una rivoluzione di carattere tecnologico senza pari.

È vero che la scorsa rivoluzione industriale – la più importante – ha sostituito i cavalli, ma la differenza è che d’ora in poi ad essere sostituite saranno le persone, perché l’intelligenza artificiale ha la caratteristica di svolgere funzioni che sono prettamente umane.

Un’intelligenza artificiale è in grado di comunicare, di apprendere o, meglio ancora, di auto-apprendere; è addirittura in grado di manipolare oggetti. Alla Federico II di Napoli, per esempio, hanno sperimentato un robot, Robotic Dynamic Manipulation – RoDyMan, così viene definito – che è un robot addirittura in grado di fare delle pizze, quindi di manipolare degli oggetti con una struttura modificabile, che si modifica nel momento, dunque in ogni momento l’intelligenza artificiale deve avere la capacità di adattarsi all’imprevisto.

Ma parliamo anche di software molto sofisticati, parliamo di disintermediazione; per esempio noi tutti qui conosciamo benissimo l’home banking online, le assicurazioni online, quindi tutti gli sportelli fisici che vengono superati grazie a dei software che sostanzialmente hanno una funzione di interfaccia con l’utenza; si parla di milioni e milioni di posti di lavoro.

Io mi sto impegnando in questo senso da inizio legislatura, quando ancora nessuno riteneva importante un’indagine rispetto all’impatto che le nuove tecnologie potranno avere – e hanno già oggi – sull’occupazione. L’ho fatto tramite una risoluzione sulla cosiddetta “disoccupazione tecnologica” perché è evidente a tutti quello che sta avvenendo: ce l’abbiamo veramente sotto gli occhi.

Non avevamo bisogno delle relazioni del World Economic Forum che dicono che da qui al 2020 – quindi a stretto giro – verranno meno 5 milioni di posti di lavoro nelle quindici più grandi economie del mondo. Non avevamo nemmeno la necessità dello studio della McKinsey che ci dice che, già oggi, il 45 per cento delle attività lavorative è automatizzabile. Non avevamo bisogno nemmeno dello studio dell’Oxford Martin School University che ci dice che nei prossimi dieci o vent’anni negli Stati Uniti potrà essere sostituito il 47 per cento delle professioni, in Europa il 50 percento. Non avevamo nemmeno bisogno del capo economista della Banca d’Inghilterra Andy Haldane, che dice che da qui ai prossimi anni negli Stati Uniti rischiamo che verranno meno addirittura 80 milioni di posti di lavoro.

Quello che voglio dire oggi è che ci troviamo di fronte a una grande opportunità. Nessuno vuole fare il luddista. Questa è un’opportunità grandiosa, perché? Perché oggi grazie alla produttività che questi mezzi tecnologici ci danno, si ha la possibilità di produrre più beni e più servizi, con più efficienza, con meno ore lavoro e anche con più qualità, generando quindi più benessere. E’ un fatto estremamente positivo e non è un caso se tra le prime sette società, misurate per valore di mercato, ne abbiamo cinque che fanno parte del settore dell’Information Technology Communication; quindi abbiamo l’Alphabet (che è Google, in sostanza), abbiamo la Apple, abbiamo Microsoft, abbiamo Facebook, abbiamo Amazon, con la caratteristica sostanziale che queste aziende, a differenza delle aziende che sono concentrate sulla produzione di beni materiali, generano, a parità di fatturato, a parità di giro d’affari, un decimo dei posti di lavoro. Quindi vuol dire che il benessere si genera con più facilità.

Il problema è di carattere redistributivo. E questo, il problema di carattere redistributivo, di anno in anno sta peggiorando. Non me lo invento io. Ce lo dice il rapporto Oxfam sulle disuguaglianze sociali: nel 2010 erano 388 le persone più ricche al mondo a detenere l’equivalente della ricchezza di metà della popolazione mondiale, ovvero di 3 miliardi e mezzo di persone, se prendiamo in esame quella più povera. Poi sono diventate 85, poi 62 due anni fa; l’anno scorso, rivela l’Oxfam quest’anno, sono solamente otto le persone che detengono una ricchezza equivalente a quella di 3,6 miliardi di persone, perché nel frattempo anche la popolazione è aumentata.

Quindi vi è un problema di carattere anche economico in questo senso, perché se aumentano le disuguaglianze viene meno la classe media, ed è la classe media a sostenere il consumo. Negli Stati Uniti – in’Italia la situazione è pressappoco uguale – a determinare la spesa al consumo è per il 70 percento la classe media, la quale purtroppo tende sempre più a scomparire. In Italia le 10 famiglie più ricche detengono l’equivalente della ricchezza di 6 milioni di italiani. Non è un caso se in Italia abbiamo 17 milioni di persone a rischio povertà. Praticamente abbiamo 10 milioni di persone in povertà relativa, tra cui un milione e mezzo di bambini.

Il tema dell’intelligenza artificiale e, quindi, dell’automazione e della robotica è fondamentale perché deve essere visto con una visione di insieme. Ecco, ne abbiamo parlato prima, in Commissione lavoro, con una risoluzione che, tra l’altro, ha avuto il favore del Governo, in buona parte. Me ne felicito e sono anche soddisfatto del fatto che finalmente si porti in Aula questo tema, perché dire che queste tecnologie portano nuovi posti di lavoro è vero, ma ne cancellano molti di più. Quindi noi abbiamo veramente l’opportunità di lavorare meglio.

Un altro tema che noi poniamo sul tavolo è quello della rimodulazione dell’orario di lavoro. In questo caso ho visto che il Governo ha dato parere favorevole, che non vuol dire lavorare poco, vuol dire lavorare meglio. Infatti vorrei capire per quale ragione in Germania, per esempio, i lavoratori lavorano 350 ore in meno all’anno rispetto ai lavoratori italiani; quindi, noi lavoriamo un’ora in più al giorno rispetto al lavoratore tedesco, ma nel contempo abbiamo un reddito pro capite di 13.000 dollari inferiore. Quindi, c’è un tema di questo tipo, un problema di questo tipo, e si può ragionare nei termini non di una riduzione dell’orario di lavoro, ma di una rimodulazione, perché con il cambiamento e anche la destrutturazione del mondo del lavoro vengono meno anche i tempi di lavoro. Il discorso si lega ai temi dello smart working, del lavoro remoto e a molti altri ancora.

Dobbiamo sicuramente cogliere questa opportunità, e le opportunità si possono cogliere anche attraverso i nostri giovani. Il 40 per cento dei nostri giovani è disoccupato, e se parliamo della disoccupazione reale probabilmente il fenomeno risulta ancora più evidente. Perché sono fondamentali i giovani? Perché le nuove tecnologie saranno più alla portata, ovviamente, dei cosiddetti lavoratori digitali, ma i lavoratori digitali purtroppo sono a casa, magari con dei titoli di studio in tasca; i cosiddetti lavoratori analogici, invece, sono al posto di comando delle grosse aziende, nella Pubblica amministrazione e quant’altro. I lavoratori digitali hanno delle competenze, delle attitudini che i lavoratori analogici non hanno. I lavoratori digitali sono bravissimi nel problem solving, sono multitasking, sono avvezzi alle nuove tecnologie, sono più bravi nel lavoro in team, e non li vogliamo sfruttare? Magari anche con una staffetta generazionale, facendoli entrare seriamente nel modo del lavoro, quindi prendendo, da una parte, quella che è l’esperienza di chi lavora in un determinato settore da anni, e dall’altra parte le attitudini dei nostri giovani.

Questo lo si può fare con investimenti nella ricerca. Abbiamo delle grandissime menti, il maggior numero di pubblicazioni scientifiche in rapporto alla popolazione, in Italia e anche nel resto del mondo. Col solo difetto che poi noi i nostri ricercatori li esportiamo. Benissimo i cervelli in fuga, ma a patto che rientrino in Italia, e questo non avviene.

Abbiamo un deficit anche in questo senso. Occorre puntare sulla produttività perché bisogna essere più produttivi, però come? Sfruttando sì queste tecnologie, facendo sì più investimenti, però riuscendo a coglierne soprattutto i vantaggi per il benessere collettivo. E ciò lo si può fare collegando anche, in qualche modo, il settore dell’università con il settore dell’impresa. Più ricerca pubblica: questo è assolutamente fondamentale per il nostro Paese.

Occorre ragionare anche in termini di welfare. Il welfare è fondamentale, ma – e qui chiudo – siccome Renzi è andato in Silicon Valley a capire dal migliore – da Elon Musk, numero uno di “Tesla” – come bisognava approcciarsi a questi temi, sapete cosa dice Elon Musk? Che bisogna incominciare a pensare in termini di reddito di base incondizionato. Il primo movimento politico che ha cominciato a parlare di reddito di cittadinanza, come punto di partenza, è stato il MoVimento 5 Stelle. Abbiamo fatto anche uno studio che è Lavoro 2025, quindi prevedere per programmare.

Inseguiteci, facciamolo insieme, facciamolo per la collettività tutta.

Presentazione della mozione sulla robotica e sull’intelligenza artificiale.



Tutti i diritti sono degli autori indicati alla fonte: Claudio Cominardi : http://www.claudiocominardi.it/robotica-intelligenza-artificiale-claudio-cominardi-mozione-intervento-aula/