M5S – Pensierini Critici sulla Sconfitta
M5S – Pensierini Critici sulla Sconfitta

M5S – Pensierini Critici sulla Sconfitta

FONTE : Lastampa.org

Sono due giorni che guardo tra il divertito e lo schifato i titoli dei soliti giornali “d’opinione”, che godono come ricci nel vedere il M5S fuori dai ballottaggi.

In questo si distingue particolarmente Repubblica, pallido fantasma del gran giornale che era negli anni 70/80 dello scorso secolo e millennio, oggi house organ supino di Renzi, grazie a anche all’accordo di ferro raggiunto con la Famiglia Agnelli (anche la F va scritta maiuscola, mi raccomando!) che ha favorito la conglomerazione di Repubblica e Stampa, mettendovi a capo un triste corifeo: Mario Calabresi, perfetto Zelig del potere.

Repubblica riesce a essere così prona che anche quando Ilvo Diamanti presenta analisi serie e rigorose, come quella odierna, il resto del giornale “se ne fotte” e prosegue a sparare scempiaggini.

Ma l’esercizio è portato avanti anche da rotoli (pardon fogli) cartacei, come – appunto – il Foglio, la cui Ciliegia a capo della torta, che ha sostituito Giuliano Ferrara, del vecchio fondatore ha mantenuto solo l’animosità e l’umore malmostoso, ma senza la verve di scrittura.

Nulla di tutto questo, naturalmente, avrà importanza, poiché né giornali né telegiornali ormai fanno opinione.

Tanto la gente, intesa come massa, non pensa più e men che mai legge.

Solo gli stupidi su Internet contano (quelli intelligenti e seri no. Non spaccano).

Ciò detto, cerco di avanzare due miei umili pensierini, senza pretese politologiche, sulla situazione del M5S dopo il primo turno amministrativo.

Quel che dirò è basato su una lunga osservazione della politica, coltivata sopratutto negli anni 70 e 80 dentro al grande PCI di Berlinguer, scuola tuttora insuperata di attenzione alla cosa pubblica e alla moralità.

Piccola avvertenza: non parlerò di Roma e Torino come pietre di paragone, perché queste due città, come Milano, Napoli e Palermo hanno una valenza di tipo politico. Sono “capitali” ed escono quindi dalle logiche di competizione localistica.

IL RISULTATO, PER COME LO VEDO GIÀ AL PRIMO TURNO

Che il Movimento avvia avuto una battuta d’arresto è indubbio.

Ma non è quella battuta che tutti descrivono; è piuttosto una crisi di crescita.

Infatti, in molte zone si è presentato per la prima volta, combattendo contro forze ben radicate territorialmente, tanto più legate al territorio quanto più il comune è piccolo e il contatto con i candidati è più diretto.

Anzi, nei comuni piccoli la presenza di liste civiche slegate (o apparentemente slegate) dai partiti rappresenta la vera espressione di un radicamento territoriale che, di sovente, può avere aspetti movimentisti o anche semplicemente presentare punte eversivo/localistiche.

Ebbene, ovunque il Movimento si si sia presentato per la prima volta ha guadagnato mediamente 6/8 punti, che sono una eccellente base per farsi conoscere e per coltivare, finalmente, una crescita sul territorio.

Ricordo che il M5S non si presenta mai in coalizione, scelta vantaggiosa e limitante al contempo.

Ma, sopratutto, quei pochi ballottaggi raggiunti danno una informazione importante.

Laddove ci sono rappresentanti che col territorio parlano, il Movimento funziona anche lì.

A Carrara infatti siamo al ballottaggio per primi.

In quella città la Senatrice Laura Bottici è ben presente dentro al tessuto sociale ed è un vero rappresentante delle istanze territoriali.

“Sta sul pezzo” anche Giacomo Giannarelli, portavoce regionale, già presidente della Commissione regionale sul Monte dei Paschi.

A Canosa di Puglia pure siamo al ballottaggio, con un non malvagio 18%, vista la zona e la novità.

Lì il primo classificato è il candidato del Centrodestra, il quale sbaraglia quello di centrosinistra che ha malamente governato la città.

Il Candidato del Movimento, Roberto Morra, invece, pur inseguendo con handicap, ha raggiunto il lusinghiero risultato perché, giovane avvocato che viene NON dalla “Canosa bene”, si è mosso dentro la città. Ha fatto interventi con i “boss” nazionali, ma senza farsi sovrastare da loro.

Tanti altri nostri candidati sindaci, pur non passando, hanno preso più preferenze della lista grazie al voto disgiunto. Segno questo di loro popolarità.

Insomma, laddove col territorio si parla, non siamo più il partito senza territorio ben descritto oggi da Ilvo Diamanti.

Il PD, invece, ha ben peggio da piangere.

Intanto, dalle prime analisi sulle tendenze del voto, esso appare penalizzato dalla astensione sopratutto a sinistra; gli italiani sono stanchi del PD partito personale.

Renzi non ha voluto capire il vento al Referendum e non lo farà ora.

È uno dei tanti miserandi che altro non sa fare.

Laddove poi il PD va al ballottaggio, ci va quasi sempre in inseguimento e non come lepre, invertendo nettamente la precedente tendenza.

Ma, sopratutto, non sempre i candidati che hanno spiccato a sinistra sono di ortodossa fede renziana.

Emblematico il caso di Rignano sull’Arno dove il sindaco uscente, Daniele Lorenzini, malamente estromesso da Renzi nelle liste ufficiali, viene riconfermato al primo turno con la lista civica personale, stracciando il PD che presentava comunque un candidato adatto al territorio, la ex Vice Sindaco.

Insomma, la disgregazione dettata dal personalismo di Renzi prosegue.

Soggiungo: fortunatamente.

Il vero vincitore, comunque, c’è: il Centro Destra, circa il quale, però, bisogna fare una attenta disamina.

Esso vince o con liste civiche, sopratutto al Sud, oppure col decisivo apporto della Lega al Nord.

Di particolare importanza proprio il risultato della Lega dove, a mio giudizio, più che la sbruffoneria di Salvini, ha contato il radicamento territoriale che spesso coincide con un elettorato popolare/proletario, gravemente colpito dalla crisi e, quindi, non insensibile a parole d’ordine populiste (quelle sì, non quelle del Movimento) tanto preoccupanti quanto irrealizzabili nella pratica.

Però, pur aderendo a parole d’ordine francamente indecenti, questo “popolo” assomiglia al mio vecchio “popolo” del PCI, ed in buona parte da lì viene. È un popolo che non ha sentimenti egoistici, contrariamente a quel che potrebbe sembrare, ma tanta paura e impoverimento.

Quel “popolo” ha un senso di comunità e una tensione sociale che meriterebbe ben migliore soddisfazione.

Però, a questo elettorato il Movimento riesce a dare un po’ di voce a livello nazionale, ma non dà risposte a livello localistico.

Perché non lo sa fare, salvo nei pochi casi cui ho fatto cenno.

CHE FARE?

Appare indubbio come il Movimento debba sviluppare una presenza territoriale più organizzata.

Non è possibile lasciare al singolo volontariato spontaneistico auto-organizzato (ammesso che si possa sempre parlare di “organizzazione”) la comunicazione col territorio.

Ne so qualcosa essendo un veterocomunista che oltre 40 anni fa ha fatto “tonnellate” di attacchinaggi e diffusioni domenicali de “L’Unità” per la mitica “Sezione Nuova Magliana” (nel periodo in cui la “Banda della Magliana” non era una romantica crew da serial televisivo, ma una manica di stronzi delinquenti bastardi, come “Er Cecato” ancora ben dimostra).

Certo, il DNA del M5S è realmente movimentista. È la sua forza e la sua debolezza insieme.

Forza, perché è uscito dalle logiche di partito, sia quelle monolitiche della Prima Repubblica sia quelle personalistiche di Berlusconi/Renzi, riuscendo così a intercettare istanze generali senza preconcetti e senza vincoli derivanti da vincoli di partito o personalistici.

Debolezza, perché per radicarsi, per selezionare i rappresentanti (attenzione: “selezionare”, non “scegliere”) e per fornire supporto logistico un po’ organizzazione “burocratica” ci vuole.

Non si tratta di cosa anomala o fuori dagli schemi mentali del Movimento, si tratta solo di gestire la crescita.

Non dimentichiamo che anche quando sorse il comunismo Russo (Aaahha! Eresia!), esso era un movimento che intercettava istanze e dolori di masse prevaricate da un monarchia imperiale oramai inutile e imbelle, dove la sifilide matrilineare era solo un piccolo problema rispetto alla loro inadeguatezza al ruolo.

Infatti, l’opera “Che Fare?” di Lenin ha come sottotitolo “Problemi scottanti del nostro movimento”.

La soluzione cui Lenin arriva, naturalmente, non può essere quella valida per il Movimento.

L’idea espressa dette vita – in Russia – alla Repubblica Sovietica, ma fu tradotta anche in occidente sostanziandosi nella creazione di partiti che, indipendentemente dalle ideologie e/o dalle istanze che essi esprimevano, avevano tutti la stessa organizzazione: Segretario/Segreteria; Presidenza e Consiglio Nazionale (o come lo si chiamava); Organizzazione; Stampa e Propaganda (o simile definizione); Sezioni Territoriali; etc.

La Seconda Repubblica ha parzialmente modificato questo schema, lasciando però intatte le funzioni organizzative, di propaganda e di presenza territoriale.

Questo ha mantenuto in vita apparati costosi che per sopravvivere hanno dovuto attingere o a corruzione e fondi neri, visto lo scarso appeal popolare, oppure vuotare le tasche del capo, come nel caso di Forza Italia dove B ha chiuso i cordoni della borsa e licenziato i dipendenti, stanco di spendere ovunque e dovunque, senza avere più, nel caso delle spese per il partito, nemmeno soddisfazioni personali (vuoi mettere tra Renato Brunetta e Marysthell Polanco?).

Ecco!

Questo è sicuramente ciò che NON voglio (cioè: magari la Polanco sì, ma sono ben conscio che lei manco mi cagherebbe di striscio, quindi mi mantengo duro e puro).

Tuttavia, una base di supporto formativo, organizzativo e di coordinamento ai MeetUp va dato. Sopratutto a quelli fisico/territoriali che, di solito, sono fatti di bellissime persone, come il grandissimo MU di Reggello che si regge – letteralmente – sulle spalle un pugno di caterpillar.

Molti, però, sono divenuti verminai di interessi personalistici e sono fonte di litigiosità che ha completamente snaturato l’originale vocazione (vero Genova o Palermo?).

Insomma, è giunto il momento di creare una struttura logistica e di supporto che:

  • sia leggera, ma non troppo;

  • sia in grado di fornire ai MU supporto, miscelando:

    • competenze tecniche di supporto “alla bisogna” con tecnici “di area” che partecipano “pro bono” perché ortotteri ortodossi, come nel caso del sottoscritto che straparla di banche se qualcuno lo vuole sentire;

    • competenze più strutturate, anche di tipo organizzativo e di tecnica della comunicazione, che vanno remunerate, magari destinando una parte degli emolumenti cui i nostri portavoce rinunziano (in fin dei conti anche questo è creare lavoro, così come lo è alimentare il fondo per le PMI);

  • supporti anche i MU esteri, dove sta emergendo una gran vitalità, con aderenti che, essendo spesso “cervelli in fuga” (o in volontarissimo espatrio) non di rado esprimono personalità, competenze e intelligenze di livello eccellente;

  • abbia al suo interno anche una struttura di controllo dei comportamenti dei MU, fatta di probiviri indiscutibili. In questo caso non è un male che l’apparato censorio sia un po’ sovietico, chissenefrega se ci sfottono come nella nostra richiesta di voto palese sempre. Tra i tanti nomi di grandi personaggi, che spesso citiamo a vanvera, di sicuro se ne possono individuare per questo onere, che deve essere – naturalmente – soddisfatto senza interferenze e limitazioni.

Questa struttura, va da sé, non non deve essere controllata da Caporioni, ma deve avere oggi come unico referente “il Garante” e, nei prossimi secoli, sempre figure di garanzia fuori dai giochi elettorali.

Già!

I Caporioni!

Il Movimento è giovane e, a dispetto della data del 2005 dei primi “amici di Beppe Grillo” o del 2009 con la presentazione delle prime liste civiche, la vera ossatura è nata nel 2012 e da lì bisogna cominciare per parlare del “fare” politica.

Questo significa che oggi ci troviamo con risorse (perché gli eletti e gli attivisti sono prima di tutto risorse e poi portavoce o elettori) che di esperienza ne hanno pochina e il pedigree che vantano è solo la data del primo vaffanculo urlato ad alta voce.

Questo non vuol dire che non si abbia gente capace.

Molti lo sono per formazione e/o attitudine personale.

Ma la “scuola” politica manca.

Tanto per dire: non si fanno adesioni a gruppi europei facendo poi marcia indietro, oppure scatti in avanti su leggi elettorali, salvo poi scoprire che la base un po’ si incazza, sopratutto se la fai votare sabato e domenica su qualcosa che non è esattamente quel che si sta votando alla camera.

E, sopratutto, non esistono unti del signore (mi è bastato Berlusconi! Grazie!) che stanno già lì a parlare in pessimo inglese o perfettamente in tre lingue (accessoriati di laurea) sperando poi che il voto on-line confermi.

Con questo non voglio dire che chi già emerge non meriti di andare avanti.

Ma, cazzo, lo voglio misurare in pratica.

Se la misura odierna è la scelta di Virginia Raggi, chiedo il rimando a settembre.

Per contro, i portavoce che:

  • hanno presentato proposte di legge intelligenti;

  • sanno di cosa parlano;

  • nelle loro commissioni sono competenti e “mordaci”;

  • riescono a parlare con i territori ed anche anche a capire cosa dicono e cosa serve anche a chi non sta con noi;

  • in questo primo mandato sono enormemente cresciuti e sono interlocutori credibili (e temibili per gli avversari imbecilli, sottoinsieme di cui vi è dovizia);

devono essere pubblicizzati, apprezzati e valorizzati.

Qui mi fermo e passo all’ultimo argomento: gli attivisti.

Giorni fa, proprio in occasione di un incontro pre-elettorale, si parlava della “base” con alcuni portavoce.

Ebbene, la triste conclusione è che la “base” è ancora troppo composta di fan.

Purtroppo i fan non sono cosa buona, sono degli assatanati che ti seguono acriticamente, finché ti seguono.

Anche il PD Renziano oramai non ha più sostenitori, ma solo leccaculi (tanti) e fan acritici dell’uomo solo al comando/della provvidenza/della rottamazione e dell’ultima puttanata che ha detto.

Prima abbiamo avuto le massaie di “per fortuna che Silvio c’è”, poi gli idolatri del bulletto di Rignano sull’Arno, tutti accomunati dalla speranza che il “Duce” elargisca italianamente qualche favore (miseri 80 euro, contro le scarpe e i pacchi di pasta del mitico Comandante Achille Lauro. Come siamo caduti in basso signora mia!).

Ma i nostri fan, sono peggio.

Sono duri e puri.

Quanto tempo è che veniamo presi in giro ricordandoci che: “a fare a gara a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura” ((c) Pietro Nenni) ?

Eppure, da questo orecchio non ci sentiamo, in parte perché ancora vogliamo mantenere – appunto – una purezza (di mera facciata, sia chiaro, che l’onestà è un’altra cosa), in parte perché non siamo ancora capaci di dire che si può anche andare a risultato insieme ad altri, purché il risultato sia l’unico obiettivo.

Probabilmente, in quest’opera ci vuole proprio Beppe Grillo che spieghi.

In fin dei conti la sua arte è quella di comunicare.

Se si slega un po’ dagli apparati che si stanno autoreferenziando e torna a sentire tutti gli eletti che lavorano davvero e parlano col territorio, forse un po’ di educazione si può fare.

FINALINO FUORI TEMA

Quanto mi rompono i coglioni coloro che parlano di “comico”, come se la categoria fosse di per sé esemplificazione di sottocultura e intrattenimento per casalinghe alcolizzate da amaro o limoncello (che è, in realtà, la categoria cui si rivolgono Rai2 e Rete4).

Al contrario, il poeta Jean de Santeul fece scrivere sui teatri la frase “castigat ridendo mores” quando, tanto per capirci, eravamo nel pieno assolutismo di Luigi XIV. Ma il Re Sole era assai più intelligente dei ducetti da una botta e via odierni (non necessariamente solo italiani).

E se poi qualcuno ricorda cosa era consentito ai giullari di corte fin dal medioevo, si legga “Memorie di un nano gnostico” di David Madsen.

SECONDO FINALINO FUORI TEMA

Se rinasco, non potendo rinascere B, tanto i soldi non li avrò mai, rinasco riccio.

Almeno mi diverto di più.



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