Libia: storie di colonialismo 2.0
Libia: storie di colonialismo 2.0

Libia: storie di colonialismo 2.0

“La Libia è un bottino da 130 miliardi di dollari subito e tre-quattro volte tanto nel caso che un ipotetico Stato libico, magari confederale e diviso per zone di influenza, tornasse a esportare come ai tempi di Gheddafi. Sono stime che sommano la produzione di petrolio con le riserve della Banca Centrale e del Fondo Sovrano Libico che sta a Londra dove ha studiato per anni anche il prigioniero di Zintane, Seif Islam, il figlio di Gheddafi, un tempo gradito ospite di Buckingham Palace al pari di tutti gli arabi che hanno il cuore nella Mezzaluna e il portafoglio nella City. Oltre alla BP e alla Shell in Cirenaica – dove peraltro ci sono consorzi francesi, americani, tedeschi e cinesi – gli inglesi hanno da difendere l’asset finanziario dei petrodollari”. Lo scriveva il 6 marzo, Alberto Negri su Il Sole 24. Queste considerazioni devono restare il punto di partenza, la cornice e il quadro di riferimento per tutti coloro che vogliono affrontare seriamente la questione libica.

Soffiano i venti di guerra in Libia, già da mesi. Un intervento che sarebbe chiaramente un revival coloniale. Ma parliamo di un colonialismo di nuova generazione, non ci sono più le bandiere nazionali da issare, ma i vari loghi delle multinazionali del petrolio da imporre. Nell’assenza di una politica estera (e militare) comunitaria, in Europa ognuno pensa per sé. Francia e Gran Bretagna sono già impegnate concretamente in Libia: come ai tempi in cui si divertivano a disegnare con un righello le sorti di intere popolazioni, per quanto incredibile e inquietante possa apparire, stiamo assistendo ad un revival coloniale, ad una corsa frenetica tra forze speciali per accaparrarsi per primi, al di fuori di qualsiasi legittimazione internazionale, le risorse petrolifere della Libia, paese per ora inerme, diviso e quindi una facile preda. Paese ricco, come scrive Negri, tuttavia.

Il piano prevede una spartizione della Libia tra Francia (Fezzan), Gran Bretagna (Cirenaica) e Italia (Tripolitania), mentre gli Stati Uniti vigileranno dall’alto i traffici delle petroliere. Serraj, Haftar e Ibrahim al-Jathran, gli uomini delle varie potenze in Libia, sono funzionali a questa divisione.

Mohammad Fayez al-Serraj, l’uomo che la “comunità internazionale” ha scelto come nuovo capo del “governo nazionale libico”, è giunto a Tripoli il 30 marzo per insediarsi al potere. Il nuovo premier è approdato nella capitale in gommone e governa chiuso in un bunker nella base navale di Abu Sittah. A Tobruk, nell’est del paese, è ancora operativo quello che di fatto è il parlamento legittimo, eletto nel 2014: la Camera dei Rappresentanti che da febbraio dovrebbe votare la fiducia al governo Serraj, ma non ha mai raggiunto il quorum richiesto, previsto dall’accordo firmato a dicembre dai rappresentanti dei due parlamenti di Tripoli e Tobruk con la mediazione dell’ONU.
A tenere in ostaggio il parlamento di Tobruk è il nostro ex-alleato, il generale Khalifa Haftar, che con le sue milizie controlla gran parte dell’est del paese – a Bengasi la milizia del Generale Haftar ha riconquistato quasi l’intera città – ed è ostile al nuovo governo. Haftar vorrebbe essere nominato capo dell’esercito libico ed è appoggiato dall’Egitto, che mira ad espandere la sua influenza sulla Cirenaica, dalla Francia, che rifornisce di armi il regime del presidente egiziano al-Sisi, e da Regno Unito ed Emirati Arabi Uniti.
Haftar, dopo le recenti vittorie a Bengasi, è sempre più forte e sembra pronto ad estendere la sua influenza verso Sirte minacciando i pozzi di petrolio difesi dalle Guardie Petrolifere di Ibrahim Jadran che sostiene Serraj.
Oggi la Francia, aggirando l’Italia come partner commerciale e alleato di riferimento dell’Italia con l’Egitto, ancora una volta trama contro di noi, in pieno spirito “solidale” europeo. Già nel 2011, Sarkozy portò la comunità internazionale in una guerra contro Gheddafi, che aveva un trattato di alleanza ratificato dal Parlamento italiano a cui avevano lavorato Prodi e Berlusconi. Una guerra fatta contro i nostri interessi. Adesso la situazione si ripete.

E il governo italiano? Sgonfiati i proclami bellici dei ministri della Difesa e degli Esteri e fallita la propaganda giornalistica, l’opinione pubblica italiana resta decisa nella sua contrarietà ad una guerra folle. E quindi si va avanti alla giornata con un Renzi che annuncia l’imminente invio di un contingente militare in Libia, smentendosi il giorno dopo, per poi imporsi un ridicolo silenzio stampa sull’argomento.
La solita strategia dello “Stop and Go”, del sassolino gettato per vedere la reazione e poi procedere. Un escamotage usato da sempre dai media (non solo nel campo militare) per preparare l’opinione pubblica e disorientare gli oppositori ma, nonostante tutto questo, il popolo italiano resiste, non vuole la guerra, non vuole il suo Vietnam per la spartizione (petrolifera) di un paese vicino che alimenterebbe gli sbarchi e l’odio del mondo musulmano verso l’Italia.
Ecco allora che scendono in campo i cosiddetti “blogger trendy”, che con la retorica del liberismo, dei “diritti umani”, dei “migranti” e delle “rivoluzioni colorate” stanno tornando in questi giorni alla carica per un intervento “umanitario” in Libia.
Nel 2011 per l’intervento criminale della NATO questa strategia funzionò. Oggi ci cascheremo ancora?
Il M5S è contrario all’invio di forze militari in Libia e spinge affinché la comunità internazionale aiuti le varie rappresentanze sociali e statali libiche (i due governi e le tribù locali) a trovare un accordo d’unità nazionale vero, mediato e non imposto dagli USA. Per giungere a questo occorre ampliare la platea dei mediatori ai paesi non corrotti per via dei conflitti d’interesse come i paesi A.L.B.A. e B.R.I.C.S..
Solo così avremo una soluzione della “comunità internazionale” che la popolazione libica non vivrà come un’imposizione.
Questa è la condizione fondamentale affinché si possa parlare aiuti internazionali contro la minaccia terroristica. Tutto il resto si chiama, semplicemente, colonialismo.

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FONTE : Manlio Di Stefano | Un cittadino in Parlamento