In Germania la mafia non esiste? Il caso Petra Reski
In Germania la mafia non esiste? Il caso Petra Reski

In Germania la mafia non esiste? Il caso Petra Reski

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di Petra Reski – video in tedesco

La Frankfurter Allgemeine ha scritto: “Imparare dalla mafia significa imparare a tacere, una giornalista d’inchiesta intimidita e piantata in asso dal settimanale der Freitag – Il caso Petra Reski per vari aspetti è insolito” dunque uno si chiede perché sia insolito. Io ho scritto un articolo sulla mafia in Germania, in particolare sulla mafia nell’est della Germania: questo articolo è stato pubblicato nel marzo 2016 e nel mese di luglio 2016 ho avuto una querela, la richiesta insomma, non era ancora una querela, un avviso di una futura querela diciamo, perché un uomo d’affari italiano citato per nome nell’articolo considerava leso il diritto alla tutela della sua reputazione.

Da quel momento in poi non ho sentito nulla. Poi il mio avvocato ha contattato anche il tribunale e ha saputo che praticamente questa querela non aveva nessuna chance, veniva considerata dal tribunale di Lipsia stesso una querela insensata, visto che i fatti che ho riferito nel mio articolo erano fatti di una sentenza pubblica, dunque io non ho fatto altro che una cronaca giudiziaria perché in questo articolo ho scritto non solo sulla mafia in Germania ma ho descritto lo strano caso dei giornalisti che dopo aver scritto sulla mafia in Germania vengono querelati, e tutti perdono le cause. Dopo questa informazione da parte del tribunale non abbiamo più sentito nulla, io mi sentivo anche più o meno tranquilla, e fino al novembre 2016 quando ho avuto la querela ufficiale, e ho contattato ovviamente, io già in luglio avevo contattato la redazione, ho comunicato di aver ricevuto questa lettera dall’avvocato e loro invece dicevano di non aver ricevuto nulla.

In novembre quando ho avuto la querela ho contattato di nuovo la redazione, ho mandato una lunga mail al caporedattore e anche al proprietario ed editore del giornale der Freitag, e non ho ricevuto nessuna risposta. Cosa molto inusuale, perché di solito un giornale che pubblica un articolo verifica, in caso di dubbi sui contenuti, soprattutto se di cronaca giudiziaria, devono per forza farlo controllare da un avvocato. Dunque ho ricevuto la querela in novembre. A fine ottobre, pochi giorni prima di ricevere la querela, ho contattato la redazione perché cercavo il mio articolo in Internet e mi sono accorta che questo articolo non c’era più, era stato cancellato. Ho chiamato la redattrice e ho saputo che nel frattempo anche loro avrebbero ricevuto una querela e in seguito hanno cancellato l’articolo che era online. Dunque, in seguito, ho scritto una mail all’editore senza ricevere mai una risposta. In particolare, era molto singolare il fatto che la querela fosse arrivata al mio indirizzo, non pubblico, di Venezia con il dettaglio del piano a cui abito, dunque il piano a cui abito lo puoi sapere solo se ti trovi davanti alla mia porta, pertanto era un piccolo dettaglio per dire, come si dice in italiano, per gustare il rischio di scrivere sulla mafia. Chi scrive sulla mafia lo fa a proprio rischio e pericolo, così ha detto Alberto Spampinato, il cui fratello è stato ucciso dalla mafia, anche lui giornalista.

Dunque questo piccolo dettaglio del piano a cui abito era una cosa per farmi gustare il rischio di scrivere sulla mafia. Dopo non ho più sentito nulla, ovviamente, dalla redazione, nessuna richiesta su come fare etc. Poi, il processo è andato avanti nonostante, diciamo, il tribunale abbia considerato completamente inammissibile la richiesta di adottare un provvedimento provvisorio nei miei confronti, poi la sentenza emessa è stata tutto il contrario. In quel momento, ovviamente, noi pensavamo che questo processo finisse a nostro favore e abbiamo dovuto sapere che è finito in maniera contraria, ho cercato il sostegno dei sindacati e purtroppo i sindacati, visto che ho dovuto rivolgermi in fretta e furia a un avvocato, non ho contattato i sindacati prima di contattare il mio avvocato, dunque loro si sono posti dal punto di vista che, visto che ho scelto un avvocato indipendente non scelto dai sindacati, non mi possono pagare le spese legali.

Questo è andato avanti fino a marzo, quando ho reso pubblica questa cosa perché lo trovo veramente uno scandalo che una giornalista che scrive sulla mafia venga anche piantata in asso dall’editore, questa è una cosa completamente inusuale, non è mai successo in Germania che un editore, per un articolo pubblicato nel suo giornale, piantasse in asso un giornalista e non solo, quando l’ho reso pubblico sul mio blog e anche con articoli che sono stati pubblicati dalla Frankfurter Allgemeine, e poi altri articoli in Germania che sono venuti dopo, sono stata anche diffamata gravemente dall’editore che diceva una frase storica, credo, adesso per i giornalisti: “Le redazioni non sono un’assicurazione di tutela legale”. Questa è la dichiarazione di sconfitta del giornalismo, non esiste più se questa è la posizione degli editori nei confronti di querele del genere, il giornalismo non esiste più. Poi mi ha diffamata dicendo che io avrei scritto fake news o che farei parte della stampa bugiarda, dunque questo genere di diffamazione non la commento neanche.

Di conseguenza, alla fine, visto che non avevo né il sostegno dei sindacati né il sostegno del mio editore, ho fatto un crowdfunding sul mio blog, un fundraising, che per fortuna, grazie anche al sostegno di tanti giornalisti tedeschi, sono tante le persone che mi hanno già sostenuta, ho avuto anche il sostegno dello European Centre for Press and Media Freedom, con sede a Lipsia, di cui sono molto orgogliosa e adesso vado avanti con questa cosa perché le spese legali non sono finite e adesso mi è stata anche annunciata un’altra querela per risarcimento da parte dell’imprenditore italiano di successo. Io voglio soprattutto tenere alta l’attenzione sul tema, non per il mio caso, al di là del fatto che si tratta di un caso eclatante, ma ci sono stati anche altri giornalisti tedeschi che hanno scritto sulla mafia.

Tutti quelli che hanno scritto sulla mafia, che sono stati querelati, hanno tutti perso il processo, dunque io mi chiedo se questo sia normale, se questa sia la regola, che qualunque giornalista in Germania che scriva sulla mafia venga per forza anche condannato e se viene per giunta, come successo a me, anche piantato in asso dall’editore, la mafia in Germania la fa franca. Questo è molto grave perché c’è già una scarsissima informazione sulla mafia in Germania nei media perché ovviamente tutte le redazioni temono le querele e dunque prima di pubblicare un articolo, gran parte già mettono gli articoli, io conosco tanti casi di redazioni tedesche che hanno dei servizi pronti ma non li hanno pubblicati perché hanno troppa paura delle querele, perché il diritto tedesco rende molto facile a chiunque, ai cosiddetti imprenditori di successo italiani, fare una querela a qualunque giornalista tedesco, dunque in questo caso gli italiani mi hanno spesso chiesto: “Ma dopo Duisburg cos’hanno fatto i tedeschi?”, nessuno si ricorda più di Duisburg, della strage di mafia di Duisburg, nessuno si ricorda più dell’esistenza della mafia in Germania perché viene vietato dai tribunali ai giornalisti tedeschi di scrivere sulla mafia.

Siccome è molto facile querelare un giornalista che scrive sulla mafia in Germania, viene naturalmente eliminata anche l’informazione sulla mafia in Germania, dunque i tedeschi giustamente pensano che la mafia in Germania fosse un problema marginale come lo hanno pensato anche nel nord Italia fino a pochi anni, fa pertanto è un problema non solo tedesco, non solo italiano, perché è un problema europeo, dunque l’informazione sulla mafia in Germania è indispensabile, come lo è tuttora anche in Italia. L’Italia ha fatto un percorso molto più lungo ovviamente, però se le stesse cose che sono successe in Italia praticamente quarant’anni fa adesso succedono in Germania abbiamo un piccolo problema. È un problema europeo e come tale deve essere anche affrontato. La mafia non è solo italiana, è un problema europeo.

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