I rifiuti sono una risorsa che non va gettata nel cassonetto
I rifiuti sono una risorsa che non va gettata nel cassonetto

I rifiuti sono una risorsa che non va gettata nel cassonetto

Sperimentare un sistema produttivo che generi meno rifiuti all’origine in un’ottica di economia circolare delle risorse naturali, è l’unica strada per non riempire le nostre discariche entro due anni. Ma dietro c’è molto di più. Da una parte il sistema lineare di estrazione, produzione e smaltimento che conosciamo non è compatibile con l’urgenza di ridurre il riscaldamento climatico di 2°C; dall’altra non è più sopportabile per le nostre tasche.

Siamo nel pieno della Settimana europea per la riduzione dei rifiuti (Serr) e questa è una buona occasione per tornare sull’argomento.

Ogni europeo consuma in media 45kg di risorse naturali che si trasformano a vario titolo in rifiuti che produciamo. Un africano ne consuma in media 10kg al giorno, mentre uno statunitense arriva addirittura a 90kg. Beh, secondo i maggiori economisti e scienziati della terra questo ritmo non è più sostenibile e la riduzione dei consumi va operata fin dalla produzione.

Per chiarire meglio l’aspetto economico della faccenda, dobbiamo pensare ai costi diretti e indiretti della tassa sulla spazzatura che paghiamo ogni anno. La maggior parte di noi si sarà accorta che i servizi comunali sono in costante aumento e questo significa che le famiglie pagano sempre di più. Beh, questo dipende proprio da una quasi totale assenza di politica di “prevenzione dei rifiuti”.

L’Associazione dei Comuni virtuosi (Acv), che aderisce alle iniziative della settimana europea dei rifiuti, ci avverte: “I comuni si trovano a pagare dei servizi per la raccolta dei rifiuti e imballaggi che sono in continuo aumento. Stiamo aspettando da anni una strategia nazionale per i rifiuti che, attraverso normative e politiche fiscali lungimiranti, metta al centro la prevenzione dei rifiuti e una loro valorizzazione come risorse. Intanto cittadini e enti locali devono subire le conseguenze di un modello produttivo che prevalentemente esternalizza i costi relativi al ciclo di vita dei prodotti fabbricati (fine vita incluso), senza avere alcuna voce in capitolo».

Da anni si chiede ai cittadini di fare puntualmente la raccolta differenziata, perché in quel modo la spazzatura gli costerà di meno. E per farlo c’è bisogno che gli imballaggi prodotti siano realmente smaltibili in modo semplice. Perché altrimenti, anche laddove si arriva al 70-80% di differenziata, spesso i benefici faticano a vedersi. Perché?

È Silvia Ricci, responsabile delle campagne dell’Acv, a rispondere: “Abbiamo rilevato nei comuni dell’associazione dove la raccolta differenziata supera il 70-80% che i cittadini hanno sviluppato una maggiore attenzione e spirito critico rispetto alle caratteristiche di beni e imballaggi. Vogliono lecitamente sapere se il loro impegno va a buon fine e non vedono di buon occhio il fatto che un imballaggio non sia riciclabile. A maggior ragione dove vige la tariffazione puntuale non hanno piacere di veder crescere il rifiuto indifferenziato».

Tra l’altro le misure proposte dall’Unione europea prevedono il riciclaggio del 70% dei rifiuti urbani e dell’80% dei rifiuti di imballaggio entro il 2030 e, a partire dal 2025, il divieto di collocare in discarica i rifiuti riciclabili. Sarebbe un bel traguardo, ma abbiamo bisogno che le politiche dei singoli stati nazionali vadano in questa direzione e che l’approvazione di norme e gli investimenti in tal senso siano rapidi. Non si può più aspettare.

L’Associazione dei Comuni virtuosi rilancia, in occasione di questa settimana, 10 mosse per ridurre l’impatto ambientale degli imballaggi. In questo modo si inserisce nella dialettica coi mondi della produzione e della distribuzione, chiedendo agli attori principali di innovare prodotti e processi produttivi, riprogettandoli in un’ottica di economia circolare: “Ai produttori e utilizzatori di imballaggi – dicono – viene chiesto di immettere nel sistema produttivo una maggioranza schiacciante di imballaggi facilmente riciclabili in impianti di prossimità e di impiegare materia riciclata post consumo per generare nuovi prodotti al posto di materia vergine».

È prioritario, per esempio, intervenire immediatamente sulla plastica. Entro il 2020 dovremo aver raggiunto l’obiettivo del 50% di riciclo. E pensate che in Europa usiamo circa 20.000.000 di tonnellate di plastica per imballaggi, ovvero il 40% del totale in peso di tutta la plastica immessa sul mercato. In Italia siamo ancora intorno al 26% di riciclo: il che significa che buttiamo in discarica e negli inceneritori il 75% della plastica prodotta.

Mentre un recente studio di Bio Intelligence Services, ha quantificato in 360.000 in Europa e 47.000 in Italia i posti di lavoro che verrebbero creati nel settore aumentando dal 26% al 62% la percentuale di riciclo.

E per concludere alcuni dati sullo spreco di risorse alimentari, che diventano anche quelle rifiuti da smaltire. In Europa si producono circa 90 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, e nel mondo circa la metà del cibo prodotto viene sprecato. Sprecare il cibo – ci ricordano – equivale a sprecare le risorse naturali impiegate nella sua produzione, come l’acqua, l’energia e il terreno. Ma non è una questione meramente ambientale: significa assottigliare anche il nostro portafogli.
Un dato per tutti: meno di un quarto degli alimenti che mandiamo in discarica in Europa e negli Stati Uniti basterebbe a sfamare gli 805 milioni di persone nel mondo che, secondo le stime, cronicamente soffrono la fame.