8 MARZO AMARO, IN ITALIA LE DONNE GUADAGNANO MENO DEGLI UOMINI: LA MIA PROPOSTA PER CONTRASTARE IL GENDERPAYGAP

 

Le donne dell’UE guadagnano il 16% in meno rispetto ai loro colleghi: in pratica, ricevono 84 centesimi per ogni euro percepito da un uomo in un’ora di lavoro.
Per il #WEF l’Italia è crollata all’82esimo per il raking mondiale che misura la differenza di retribuzione salariale tra uomini e donne: dietro a Burundi, Bolivia, Mozambico, Kazakistan, Mongolia, Uruguay, Uganda, Perù.

La discriminazione di genere in ambiente di lavoro, purtroppo, esiste e resiste. Anche se i contratti di lavoro, formalmente, garantiscono che non ci siano differenze retributive a parità di livello tra donne e uomini, questa situazione è, nei fatti, disattesa molto facilmente: 1) spesso le donne vengono assunte con livelli inferiori (e quindi retribuzione inferiore) rispetto agli uomini, a parità di titoli ed esperienza; 2) spesso alle donne non vengono offerte le medesime opportunità di premi e di carriera rispetto ai colleghi uomini, con conseguente minore retribuzione. La produttività e lo sviluppo di carriera viene, infatti, troppo spesso ancora valutata in base all’iper presenza sul luogo di lavoro.
Poiché l’assegno pensionistico rispecchia i contributi versati legati alle retribuzioni, la penalizzazione si ripercuote anche durante il periodo della pensione.

In tal senso, la mia proposta di legge sul gender gap pay
http://documenti.camera.it/…/…/stampati/pdf/17PDL0058970.pdf prevede una serie di misure per contrastare ex ante e a monte il divario retributivo di genere, attraverso misure premiali per le aziende che rimuovono le discriminazioni e per favorire la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.

Ad esempio si introducono nel Codice delle Pari Opportunità, tra le discriminazioni indirette, anche gli atti di natura organizzativa e oraria che possono mettere in condizione di svantaggio la lavoratrice o ne limitino, nei fatti, lo sviluppo di carriera. Previste comunicazioni annuali di dati aggregati relativi alle differenze tra i salari e premi di carriera, sull’esempio di una recente norma adottata nel Regno Unito. Previsti sistemi di audit interni (come prevede anche la legislazione spagnola e austriaca) per prevenire e contrastare le disparità di genere e incentivare buone pratiche che la evitino e misure premiali per quelle aziende che rimuovono le discriminazioni.

Oltre a ciò, sono previsti degli sgravi contributivi triennali per le imprese che non licenziano le dipendenti diventate mamme nel corso della loro carriera professionale e un premio retributivo da 150 mensili per 3 anni dalla fine della maternità per quelle donne che decidono di non abbandonare il posto dopo la nascita del proprio figlio. In Italia infatti la nascita dei figli determina l’interruzione del lavoro per ¼ delle donne.

Troppo spesso il welfare pubblico delega alla famiglia la responsabilità dell’assistenza che grava sul bilancio familiare. Nella proposta di legge c’è anche il rifinanziamento del Piano di intervento per lo sviluppo del sistema territoriale dei servizi socio-educativi, al fine di realizzare asili nido pubblici o altre forme di asili nido organizzati in forma singola o associata dalle famiglie, nonché agevolazioni per la creazione di asili nido aziendali. E ancora: si prevede l’innalzamento dell’indennità del congedo parentale dal 30% della retribuzione all’80% e l’IVA al 4% per l’acquisto di prodotti per l’infanzia e terza età.

La parità di genere non è unicamente un diritto umano fondamentale, ma è anche lo strumento di un’economia prospera e moderna, che punta a una crescita a beneficio della società nel suo complesso.
Secondo il WEF se si colmasse la parità di genere il Pil del mondo aumenterebbe di 5,3 mila miliardi di dollari.

Sono passati 73 anni da quando la donna ha avuto il diritto al voto, ce ne vorranno altrettanti per la parità retributiva?

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FONTE : Tiziana Ciprini